XX – ROBERTO ROVERSI

Numero XX – Aprile 2021

Sommario:

ROBERTO ROVERSI. L’OFFICINA DELLA SCRITTURA di Bruno Brunini

Nato a Bologna nel 1923, Roberto Roversi è scomparso nel 2012. Poeta, scrittore, autore di testi per il teatro e di canzoni, libraio, promotore di innumerevoli iniziative culturali, la sua poliedrica attività creativa e intellettuale è varia e sconfinata. Difficile tracciarne una mappa. Contrario a ogni forma di omologazione, sempre sul filo della marginalità, Roversi, risoluto nella sua scelta di rimanere autonomo, è rimasto coerente, in tutto il suo lungo cammino, a un ideale di impegno etico e civile che lo ha portato ad essere tra i protagonisti della storia culturale e letteraria del nostro Paese. Classicista di formazione, legato al passato, è attratto soprattutto dagli scritti di Tommaso Campanella, dai suoi amati tedeschi Hölderlin, Schiller, Trakl, Eckermann e dalla lettura dei maestri in ombra della rivista “La Voce”, i poeti Jahier, Rebora, Sbarbaro. Bibliomane, con il suo amore per i libri, di cui immagina le incredibili vite segrete, durante la gestione della sua libreria antiquaria Palmaverde, convinto che le opere raccolte nel suo catalogo, debbano girare come i dischi e trovare nuove vite, spedisce i libri in ogni parte del mondo, in Giappone, in America, in tutta Europa, accompagnati sempre con una sua poesia. Fervido studioso del Risorgimento ma capace al tempo stesso di sintonizzarsi con i linguaggi attuali e di interagire con il presente, Roversi non ha mai voluto rinunciare a partecipare al proprio tempo né all’autonomia critica del proprio sguardo.

Roberto Roversi con gli altri redattori di “Officina”

Cresciuto con Pasolini, fin dai tempi del ginnasio al Galvani di Bologna, all’inizio degli anni quaranta pubblica i suoi primi volumi di poesia per i tipi dell’antiquario Landi. Dopo aver attraversato il periodo della guerra e della Resistenza (1), che lascerà nel suo cammino una traccia indelebile, nel 1955 con Pasolini e Leonetti fonda la rivista “Officina”, quando le riviste letterarie, in uno dei periodi culturalmente più intensi del dopoguerra, sono i luoghi privilegiati del dibattito sulle idee di sperimentazione e il senso dello scrivere. Tra il ’55 e il ’59, con “Officina”, Roversi, attraverso una ricerca sperimentale aperta a un continuo intreccio di prosa e poesia, si impegna insieme ai suoi sodali, all’elaborazione di un nuovo modo di fare letteratura e al superamento delle precedenti correnti letterarie dell’ermetismo e del neorealismo. “Officina” è una esperienza centrale delle sue attività. Nel contesto di un’Italia irrisolta, ricostruita dal boom economico, con le sue contraddizioni e il  complicato scenario sociale di forti contrasti, rispetto a un’editoria che iniziava a considerare l’opera come prodotto di consumo, il poeta bolognese, con i suoi interventi critici, contribuisce in maniera rilevante ad aprire un confronto sui  devastanti mutamenti politici, sociali e culturali del dopoguerra.

Ed è a Bologna, dove c’è Anceschi con la rivista “Il Verri”, che scaturisce l’appassionato dibattito e lo scontro con la neoavanguardia e il Gruppo ’63, sulla funzione dell’intellettuale e il significato della cultura nella società in trasformazione. Affrontando i nodi effettivi della questione, Roversi, con i redattori di “Officina”, a cui si aggiungeranno Angelo Romanò, Gianni Scalia e il poeta Franco Fortini, sostiene la necessità di una nuova responsabilità storica e civile da affidare alla letteratura. Al confronto avviato su “Officina”, contribuiscono autori come Luzi, Sciascia, Calvino, Bertolucci, Gadda.

Conclusa questa esperienza, Roversi darà vita a un’altra importante rivista di indagine sulle scritture, “Rendiconti”, di cui dal 1961 fino al 1977 escono venti fascicoli. Dal ’92 le pubblicazioni riprendono con altri dieci numeri, fino al termine degli anni novanta.

Muovendo dalla convinzione che dimensione letteraria e disamina politico-sociale non vanno mai disgiunte, Roversi vive la letteratura come un invito a partecipare alle vicende del mondo, “come un atto che non ti sottrae mai dal dover fare i conti con la realtà”. La scrittura poetica per lui, è un mezzo per comprendere e ricostruire la realtà in una nuova visione. “Di poesia c’è bisogno non per consolazione ma per la lotta”. In questo imperativo, che è politico prima ancora che estetico è contenuto il senso della sua opera. Ed è qui che il poeta, lo scrittore, il saggista, si ricongiungono. Con forte approccio critico, anche verso se stesso e verso la propria generazione, che ha vissuto un periodo della storia assolutamente drammatico, nel 1962 conclude la sua opera in versi Dopo Campoformio, pubblicata da Feltrinelli e ristampata nel ’65 da Einaudi con sottrazioni e aggiunte. Dopo Campoformio è un libro di “contrasto politico”, come lui stesso lo definisce, un’opera pensata da Roversi, come poesia unitaria, come un libro poema, in cui emerge l’Italia uscita dalla guerra. Il titolo, col riferimento storico al trattato concesso da Napoleone agli Asburgo, che nel 1797 segnò la fine della Repubblica Veneta, in realtà, in forma allegorica, rende il senso di un sostanziale tradimento degli ideali della Resistenza, alla quale non ha fatto seguito alcun rinnovamento. In tutti i componimenti traspare il contrasto tra i due poli di un’Italia contadina e industriale, contraddittoria e incompiuta. Dalle vicende decisive della Resistenza, (Il tedesco imperatore), risuonano episodi conosciuti dalla storia: l’alluvione del Polesine, la bomba di Hiroshima, la condizione delle città nel poemetto Lo Stato della Chiesa.

In un contesto profondamente mutato in cui la natura, l’ambiente, vengono inesorabilmente travolti dall’industrializzazione selvaggia e incontrollata, l’oblio, la generale indifferenza, la distruzione della civiltà contadina, la migrazione biblica dal sud al nord, diventano le conseguenze più evidenti di uno sviluppo che il poeta, in un’epica corale, e con un ritmo narrativo incalzante, rappresenta nelle sue rovine. In bilico tra attesa e sparizione, intenso è il legame di Roversi con Bologna e la terra d’Emilia, e come sfondo, in una geografia attraversata dalla guerra e dalle speranze di riscatto, si trovano testi che ci restituiscono il respiro della campagna, il movimento della luce, il senso forte del paesaggio.

“Senza mai rinnegare la spinta iniziale della sua letterarietà che consisteva nell’investire la parola di una passione politica totale, di un umano interesse per il presente e per la realtà”(2), Roversi nel ’69 sceglie di non affidare ad alcun editore il nuovo libro, Le descrizioni in atto e di tirarlo al ciclostile in proprio, in tre successive edizioni, per circa tremila copie, inviandolo a chi ne fosse realmente interessato. È un gesto dal significato politico. Il suo rifiuto di accettare leggi e logiche dell’industria culturale e del mercato editoriale, lo porterà da quel momento a cercare canali alternativi di comunicazione, come forme di opposizione all’esistente. Le descrizioni in atto, libro fondamentale della sua produzione poetica, è un libro polifonico, aperto, che rappresenta la crisi della società caotica e disgregata degli anni ’60, già annunciata in Dopo Campoformio. Sono anche gli anni dell’omologazione culturale, come sosteneva il suo compagno di strada Pasolini.

Roversi scrive con rabbia civile e con furore. Dal classicismo lirico degli esordi giovanili, tra il parlato che sfiora il prosastico, e l’intensificazione visionaria dello sguardo, sempre più, attraverso la tecnica del montaggio, il suo sperimentalismo di forte contenuto etico, diventa l’elemento necessario per affrontare il nuovo presente. Anche se nel suo impasto linguistico, resta riconoscibile l’impronta dell’ottocento classicista. Come scrive Fabio Moliterni nella sua monografia Roberto Roversi Un’idea di letteratura, “La poesia delle Descrizioni in atto nasce dalla qualità di testimonianza e di denuncia; dalla ferma intransigente e lucida condanna del presente (…) che tende a realizzarsi in una poesia-prosa, intesa come documento o cronaca come ‘resoconto’, ‘rendiconto’, ‘descrizione’, ‘registrazione di eventi’,…dal Vietnam alla ‘Ford Anglia di Torino’; dalla ‘battaglia d’estate nelle vie di Belfast’ alle vicende del Maggio parigino; dalle guerre nei Paesi Arabi ai fatti di cronaca minuta delle metropoli occidentali: un montaggio alternato di episodi della storia di quegli anni, di dati, referti del reale che Roversi immette senza mediazione nel testo, estrapolando frasi di notizie da giornali e dai notiziari della Rai-Tv, veicolo condizionato e condizionante di omissioni e decise falsificazioni” (3).

Alla fine degli anni ’60, questa esigenza di un nuovo rapporto con la realtà e con il lettore, spinge Roversi a intensificare, attraverso le attività culturali, la partecipazione ai fatti della storia e in particolare ai movimenti giovanili di protesta di quella stagione. Ed è significativo che un autore appartato, indifferente al palcoscenico mediatico e ad ogni riconoscimento ufficiale, stabilisca un’intensa e incredibile rete di relazioni  con il mondo giovanile di quel periodo. Con la sua disinteressata generosità, Roversi riesce a trasmettere energia ed entusiasmo ai suoi nuovi interlocutori. Così, dall’inizio degli anni ’70, sarà promotore o sostenitore di una miriade di iniziative culturali autogestite, veicolo essenziale di mutamento, come riviste marginali, fogli volanti, rimasti nella storia dei giovani protagonisti dei fermenti culturali e dei movimenti di allora. “Il Cerchio di Gesso”, “La Tartana degli Influssi”, “Dispacci”, “Le Porte”, “Lo Spartivento”, “Numero Zero” e tante altre. Spesso sono fogli lontani dai formati delle riviste tradizionali, di poche pagine ripiegati, caratterizzati da un’autenticità artigianale, che passano, quasi clandestinamente, di mano in mano, redatti con la massima cura e precisione. Del resto sperimentazione e rigore sono i principi che guidano tutte le attività di un poeta come Roversi, che opponendosi ai canali istituzionali, è sempre stato attento al sistema della comunicazione poetica.

In questo clima, la sua libreria antiquaria Palmaverde, aperta nel 1948 e gestita con sua moglie Elena Marcone, già sede della rivista “Officina” e centro di importanti esperienze, continuerà ad essere, e lo sarà per oltre mezzo secolo, un punto di riferimento essenziale di incontri e di scambio per scrittori di diverse generazioni, soprattutto giovani scrittori che considerano Roversi un modello etico oltre che letterario. Ma di Roversi occorre tener presente la molteplicità delle strade percorse, non solo in poesia. Dalla attività pubblicistica al suo impegno saggistico, dalla collaborazione a piccole collane editoriali alla scrittura per il teatro, con le opere Enzo re, Il crack, La macchia d’inchiostro, La macchina da guerra più formidabile, Unterdenlinden. E per il cinema con Bologna e La ‘menzogna’ di Marzabotto. In prosa Roversi pubblica romanzi di grande rilevanza come Caccia all’uomo del ’59, Registrazione di eventi del ’64, I diecimila cavalli, del ’76. Un unicum dove trova spazio anche la forma canzone con cui si misura. Infatti come poeta Roversi mantiene sempre una dimensione alta, ma nello stesso tempo conserva una forte attenzione anche per la cultura popolare. Sono due aspetti che convivono nella stessa personalità. Colto, ma senza il piglio dell’erudito, immerso nella cultura di massa, si interessa alla poesia dialettale ed è un appassionato di ippica, ciclismo, automobilismo. Così nella prima metà degli anni ’70, si cimenta come paroliere e firma per Lucio Dalla tre album: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa e Automobili, che contribuiscono a rinnovare la forma canzone e a spiegare meglio di tante altri le trasformazioni degli anni ’70. Altre canzoni poi saranno scritte da Roversi per gli Stadio.

Ma il nucleo centrale della sua grande operosità  rimane la poesia, e immediatamente dopo l’omicidio a Bologna dello studente Francesco Lorusso, nel marzo del 1977, sconcertato per i fatti che sconvolgono la città, in difesa degli studenti inizia a scrivere Il libro Paradiso, un poema civile che ha voluto chiamare come il celebre libro che affrancò, per primo, la schiavitù nella Bologna medievale: Liber Paradisus. Quest’ultimo poema e le sue due precedenti raccolte, Dopo Campoformio e Le descrizioni in atto, sono anche la premessa di una grande opera conclusiva del cammino del poeta bolognese. Dal 1982 ci lavora per trent’anni. Si tratta di un grande poema, che nasce da una visione sempre aperta a un’ulteriore ricchezza e complessità, di cui Roversi pubblica prima diverse parti con piccoli e sconosciuti editori, e infine ricompone nel volume dal titolo L’Italia sepolta sotto la neve, stampato fuori commercio nel 2010, in 32 esemplari numerati e firmati, dalla AER, una piccola tipografia di Pieve di Cento. Diviso in quattro parti più un prologo, L’Italia sepolta sotto la neve è un grande poema epico, un poema riflessivo e acuto, di migliaia di versi, scanditi in 284 parti, in cui il poeta, nel suo parlare da sotto la valanga politica, culturale che ha travolto l’Italia, non cessa di restituire la storia profonda del nostro Paese, che continua a fluire sotto la superficie effimera della spettacolarità, “né di mostrarci la progressiva cancellazione della realtà, da parte del frastuono della comunicazione, che nelle sue scelte editoriali ha sempre contestato”(4). Ed è un’Italia più vicina a come la conosciamo oggi quella che l’autore rappresenta, in maniera frammentaria, “…dove però il nesso, – come scrive Daniele Piccini – non è più nella narratività dimessa di Dopo Campoformio né nel montaggio violento e polemico delle Descrizioni, ma in una giustapposizione e calibratura che mantiene un quoziente di enigmaticità. Come se materiali reietti della vicenda storica e intellettuale si ricomponessero senza esser costretti nella sutura della sintassi, ma sospesi, allo stato gassoso, in una inquieta e non poco turbata sospensione aerea, come particelle di un universo in perenne scomposizione” (5).

Se è vero che la nostra attuale epoca sembra privilegiare solo la dimensione del presente, in cui, nel vociare dei media, tutto è consumato e rapidamente dimenticato, senza una prospettiva che fondi il pensare, ripercorrere l’opera di quest’autore è un’occasione per riflettere sul nostro recente passato e sull’attuale situazione. Battagliero fino all’ultimo, Roberto Roversi con la sua capacità di interrogare politicamente la realtà attraverso la poesia, puntando al nodo delle contraddizioni, è un esempio per chi vuole interagire con la storia e criticarla anziché subirla. Di fronte alla maschera ambigua del potere, all’involuzione  politica e culturale del Paese, il valore e la forza oppositiva della sua scrittura, porta con sé la speranza del futuro e la fiducia nell’uomo, perché è nei legami, nel dialogo, che per Roversi diventa possibile trovare la voglia di ricominciare a costruire qualcosa di nuovo. “Dammi la mano formiamo una catena di chilometri e chilometri / da ombra a ombra respiriamo contro / la sabbia il vento i muri bruciati la notte le pietre / l’erba amara” (6).

Note:

  1. Seguendo con rassegnazione i bandi dell’8 settembre del ’43, Roversi finisce in Germania dove viene addestrato nella Divisione Monterosa. Tornato in Italia è spedito sulle montagne piemontesi, da li però si unisce alla lotta partigiana.
  2. Fabio Moliterni, Roberto Roversi. Un’idea di letteratura, Edizioni Dal Sud, 2003, p. 12.
  3. Ivi, p.94.
  4. Andrea Cortellessa, Roberto Roversi. Miserie d’Italia, in “Poesia”, numero 276, novembre 2012.
  5. Daniele Piccini, Roberto Roversi. Poesia al fuoco della storia, in “Poesia” numero 198 ottobre 2005.
  6. Roberto Roversi, L’Italia sepolta sotto la neve, AER edizioni, Pieve di Cento (Bologna) 2010, p.170.

IL LAVORO CON ROVERSI PER LA POESIA DEI GIOVANI di Bruno Brunini

Di Roberto Roversi, delle sue opere, delle sue innumerevoli attività è stato scritto molto e molto ancora si dirà, ma un aspetto importante del suo percorso, su cui vorrei soffermarmi, è il rapporto che ha avuto con i giovani autori, essendone io direttamente interessato. Roversi infatti è stato uno dei pochi grandi poeti a dedicare tempo ai giovani con generosità, passione e rigore. Ricordo quando nel 1979 l’ho incontrato per la prima volta alla libreria Palmaverde. Mi ricevette nel suo studio, con tutti quei libri intorno che hanno accompagnato le varie fasi della sua vita e i tanti manoscritti di autori in attesa di essere letti. Gli portai alcuni miei testi di poesia da leggere, sapevo che aveva accolto molti altri giovani autori e della sua grande disponibilità. Gli parlai della mia tesi di laurea su Adorno e la Scuola di Francoforte. Mi ascoltava con attenzione, mi chiese come mi trovavo a Bologna e poi raccontò di sé studente, della sua tesi su Nietzsche, dei suoi autori classici preferiti, Rilke, Hölderlin e del suo interesse per la letteratura tedesca. In omaggio alla mia regione di provenienza, mi parlò della sua ammirazione per gli autori classici napoletani, per la storia e cultura partenopea. Ricordo bene la precisione nelle argomentazioni, la sua voce che interrogava, consigliava, il suo modo di parlare autorevole ma informale, mai altisonante. Rimasi colpito da quella figura di stampo antico, dalla sua barba bianca che metteva in rilievo il suo tono erudito. Riservato, gentile e anticonformista, un classico moderno, che sapeva come costruire un legame con la contemporaneità. Continuammo a parlare di scrittori e poeti che aveva conosciuto e di tante altre cose, a tratti con ironia. Quell’incontro stabilì un contatto umano e mi trasmise una grande fiducia. Fu l’inizio di un’esaltante stagione culturale vissuta con lui e gli altri amici della Palmaverde.

Come è noto alla fine degli anni ’60, Roversi, in polemica con la mercificazione dell’industria culturale, smise di pubblicare con i maggiori editori e cominciò a proporre canali di comunicazione autogestiti, per la diffusione delle sue opere e della poesia. Tale atteggiamento, che segnò una svolta importante nella sua attività letteraria, gli consentì nel tempo di stabilire un rapporto fecondo con il mondo giovanile. In quegli anni di forti contrasti sociali, ma anche ricchi di fermenti creativi, di aspirazioni di rinnovamento, Roversi, con quello che definirei il suo sismografo interiore, riuscì a capire in anticipo i mutamenti e a sintonizzarsi con ciò che si muoveva nella società e nella lingua che parliamo.

 “Cerchiamo di iniziare un lavoro meno approssimativo, anzi rigoroso, sulla poesia scritta e parlata che i giovani, in questi anni, continuano a distribuire” aveva scritto Roversi nell’introduzione alla  “Tartana degli influssi”, una delle prime storiche riviste dedicata ai giovani poeti, da lui ideata e curata insieme a Maurizio Maldini nel 1980. Libri, dattiloscritti, un’enorme quantità di materiale poetico arrivava alla libreria Palmaverde gestita insieme a sua moglie Elena Marcone. Già sede di prestigiose riviste come “Officina”, fondata da Roversi, Pasolini ed altri noti intellettuali, la libreria, che per tanti anni è stata un centro propulsore della cultura bolognese e nazionale, al di fuori dell’ufficialità, continuò a essere per molto tempo un luogo di aggregazione per le nuove generazioni di poeti, artisti, musicisti, lettori. Allora non c’era Internet, ma Roversi, pur rimanendo ai margini del sistema culturale, riuscì a costituire una rete enorme di contatti, mettendo in relazione persone diverse, progetti che nascevano intorno a lui e a cui collaborava. Autori da ogni parte d’Italia giungevano alla Palmaverde per incontrarlo. In questo clima, all’inizio degli anni ’80, si costituì la cooperativa culturale “Dispacci”, nata per diffondere la poesia degli esordienti, da lui ideata e coordinata, alla quale ho partecipato come socio fondatore, insieme ad altri allora giovani autori, tra cui Maurizio Maldini, Gabriele Milli, Mino Petazzini, Nicola Muschitiello, Salvatore Jemma, Carla Castelli, Marisa Zoni. “Dispacci” non era un gruppo autoreferenziale, di adepti chiusi in una setta. Fermi restando alcuni tratti comuni, il gruppo, teso sempre ad ampliarsi, non smise di riconoscere i diversi modi e percorsi della poesia, creando scambi molteplici, relazioni umane, offrendo a tutti la possibilità di esprimersi in versi, lasciando così le porte aperte a chiunque avesse idee da proporre. Chi aderiva alla cooperativa non veniva per censurare gli altri e imporre gerarchie. L’impellenza di scrivere era dettata dal bisogno di un confronto e di sperimentare e partecipare alla vita della città col linguaggio della poesia. Quest’ampiezza di orizzonti e di democrazia letteraria, difficilmente riscontrabile nell’attuale panorama letterario, coincise con lo spirito roversiano che non ambiva a nessun potere e intendeva il fare poesia come momento di riflessione critica sugli eventi della realtà, di ricerca comune e di superamento delle barriere sociali e culturali.

“Dispacci” operò dal 1982 al 1987 e si occupò di molte attività che sono state un fattore di crescita per tanti autori: laboratori di scrittura nelle scuole e nel carcere minorile di Bologna, cicli di incontri, riviste, fogli volanti di poesia, di grande formato, diffusi gratuitamente in varie occasioni, come espressione di una comunicazione autogestita, diversa da quella proposta dal sistema culturale dominante. Eventi unici in quel tempo furono le letture, organizzate dalla cooperativa, in biblioteche, teatri, piazze, bar, che inaugurarono una nuova vitalità per la poesia, che riacquistava così una dimensione pubblica, mai vista prima. Una tensione etica e civile aveva da sempre caratterizzato l’attività letteraria di Roversi, che amava Bologna, ma non aveva mai rinunciato ad un approccio critico e intransigente sulle contraddizioni  e le urgenze della storia quotidiana che “non possiamo esimerci di attraversare”, come aveva scritto in una delle nostre riviste. Perciò oltre al foglio denominato “Dispacci”, furono concepite una lunga serie di trasmissioni radiofoniche, in cui, gli eventi della politica e della cronaca cittadina, venivano commentati in forma di poesia da chi aderiva al gruppo e da altri autori che via via si aggiungevano. Ogni argomento veniva trattato con un ritmo veloce di elaborazione, del resto il nome “Dispacci” aveva come radice semantica la fretta, se dépêcher, come bisogno di rimanere al passo con i tempi. Collegando l’immediatezza con l’analisi critica e la costanza nella scrittura, con questa esperienza si condivise un diverso modo di intendere la poesia. Lo sguardo si allargava al mondo, la lingua si confrontava con un più ampio orizzonte di tematiche.

In una ricerca volta a scardinare certi meccanismi rigidi ed escludenti di classificazione e aperta alla registrazione del nuovo, particolare importanza ebbe poi la costituzione di un archivio nazionale di poesia giovane, che insieme al lavoro delle riviste, avrebbe permesso uno studio più preciso e documentato della produzione poetica giovanile di quegli anni. Il Comune di Bologna, in quel periodo particolarmente attento alla poesia, assegnò una sede all’archivio, di cui mi fu affidata la cura, presso il centro civico di via Pietralata, al Pratello. L’afflusso di lettori e autori che venivano a chiedere ascolto e a proporre i loro scritti era costante. Nel leggere e catalogare quel materiale magmatico, confuso, si poteva cogliere la crescita di un pensiero non solo letterario, fatto di voci cariche di sogni, solitudini, aspirazioni, provenienti da un mondo sotterraneo mai indagato, variegato e pulsante, in costante evoluzione. Situazioni e lessico inediti per la versificazione italiana. Col susseguirsi delle varie iniziative, intorno a Roversi si potevano incontrare interlocutori diversi, personaggi di grande valore culturale e umano. Erano molteplici le occasioni in tal senso. Roversi, che non interveniva mai in pubblico, spesso mi affidava suoi testi da leggere nei reading o in trasmissioni radiofoniche. Ricordo, ad esempio, che in un importante convegno nazionale sulle esperienze della poesia nella scuola, tenutosi a La Spezia, mi chiese di leggere la sua relazione, di cui riporto un frammento: “…sembra che tutti i grandi spazi per muoversi si stiano chiudendo e il mondo si riduce così a una stanza, una piccola stanza….I giovani mi pare che si muovano in una realtà già da esodo, con paure collettive, mentre tentano di sottrarsi alle cose che premono, a questi cieli ormai bassi che tendono a mortificare sul momento ogni fantasia, ogni speranza…essi percepiscono e sopportano questa mancanza di generosità dentro le cose.” Roversi sapeva mostrare le emergenze, oggi ancora attuali, e i giovani con le loro problematiche rimanevano al centro del suo pensiero. In quell’importante convegno ebbi la fortuna di conoscere un altro relatore, Franco Fortini, una delle maggiori personalità della letteratura del novecento italiano, nonché sodale di Roversi con “Officina”. Per me, allora aspirante scrittore, fu un momento di grande emozione dialogare con Fortini come con altri importanti scrittori incontrati alla Palmaverde.

Ci vorrebbero molte pagine per ricordare quel tempo ormai lontano e irripetibile, trascorso alla libreria Palmaverde, le amicizie che nascevano, il clima che si respirava. In quel luogo galvanizzante, così diverso dal mondo circostante, eppure così al centro della quotidianità, si poteva riscoprire il valore del dialogo, dell’ascolto, che sono il fondamento della parola poetica. Tra scaffali ricolmi di libri, le voci s’incrociavano e si confondevano in discussioni, ora serie, ora scherzose, a volte animate da polemiche e contrasti aspri ma illuminanti, in cui s’imparava a comprendere l’esistenza e acquisire una coscienza nuova dei problemi. Seduti o in piedi, tra i banconi ingombri di fascicoli, mentre Roversi impacchettava i libri da spedire, era sempre un’esperienza unica ricevere comunque la sua attenzione, sentire in lui la passione scrutatrice per ogni testo e per le sue più invisibili incrinature, apprendere qualcosa di essenziale dal suo spirito battagliero. Roversi era una persona libera e pur preferendo una poesia che si confrontasse con la realtà sociale e con la storia, non ha mai imposto ai giovani poeti intorno a lui alcun canone espressivo. Sapeva riconoscere in un autore la parte migliore, non per creare degli epigoni o una scuola, ma per spingere ciascuno a ragionare sul mondo e a seguire una propria strada. La sua presenza a Bologna e quella di sua moglie Elena, gli incontri alla libreria Palmaverde, in un periodo di cambiamento collettivo, sono stati per molti tappe fondamentali, in quel luogo eternamente vivo per chi lo ha frequentato.

INCONTRO CON ROBERTO ROVERSI di Anna Albertano e Bruno Brunini

L’intervista è parzialmente apparsa sul numero 14 della rivista “TempOrali” del gennaio 1994. La riportiamo qui in versione integrale, comprensiva di parti che per ragioni di spazio, erano rimaste escluse.

Come è entrata la canzone con i suoi ritmi, i suoi tempi, nella tua storia e nella tua attività di scrittore?

Tutto è cominciato, così come spesso si avviano occasioni nuove e diverse, per caso. Per un caso. Due miei testi teatrali erano stati messi in scena al Piccolo Teatro di Milano, per convinzione di Paolo Grassi. Nel primo, intitolato Unterdenlinden, c’era una scena di spogliarello abbastanza audace in un night sofisticato. Da qui, mi era venuto il proposito abbastanza determinato di scrivere una commedia musicale, una vera completa commedia musicale, con molta musica, con molte canzoni e balli. Per l’intrapresa e anche solo per cominciare mi era indispensabile una conoscenza, certo una conoscenza non superficiale e più diretta, del rapporto delle parole con la musica. Almeno delle mie parole, con la musica. Così, tramite Cremonini che lavorava e lavora tuttora con Dalla, mi fu possibile fare arrivare a Lucio un gruppetto di testi, variamente composti proprio per saggiare le varie direzioni e ricontrollati per l’occasione. Questi testi poco dopo entrarono nelle canzoni del nostro primo disco.

Nella tua poesia e narrativa c’è un costante riferimento alla realtà bolognese e a quella nazionale, e quindi ai temi contemporanei più incalzanti. In molte canzoni che hai scritto c’è invece un volo nel futuro (ad es. Il motore del 2000), che ci pone in una dimensione più fantastica. Forse per le elaborazioni delle canzoni prevale un immaginario diverso da quello del Roversi scrittore? Se questo è vero, come convivono questi tuoi aspetti diversi: quello più impegnato, critico, morale e quello più fantasioso e leggero delle canzoni. Come convive il poeta che scrive e fustiga il costume della nostra società e l’autore di canzoni di successo?

Almeno a me, non pare che ci sia divaricazione in quel che faccio, con convinzione e per quello che vale. Non c’è un fiume in mezzo, né due rive separate. Il motore del 2000 è l’unico testo, in trenta e più canzoni, che guarda appena oltre il naso, le altre stanno tutte legate all’ombra dei piedi, o all’ombra della testa. Il motore del 2000 era una delle canzoni di uno spettacolo forte molto bello che Dalla ha portato in giro per l’Italia e che aveva per titolo Il futuro dell’automobile. Si partiva da I muri del ventuno, la prima occupazione delle fabbriche Fiat e Lancia a Torino nel 1921 per arrivare appunto alla canzone sopracitata, attraverso un percorso tematico fortemente politicizzato, direi fortemente ideologizzato. La storia d’Italia, nelle sue implicazioni drammaticamente negative, dico la storia d’Italia di cinquant’anni di questo secolo, era appuntata, annotata, direi era descritta attraverso l’automobile, lo sviluppo dell’automobile. Nuvolari, per esempio, era centrato perché con le Mille Miglia e le altre corse combattute con auto come le Ferrari, le Alfa Romeo 1750, le Cisitalia, aveva contribuito in modo determinante ad accentrare l’interesse del pubblico più vasto sull’automobilismo, che si andava rapidamente sviluppando, e quindi a sollecitare la asfaltazione delle maggiori strade italiane, molte delle quali non erano modificate di molto dal periodo napoleonico: Napoleone in Italia portò, come si sa, grande attenzione e grande premura in merito. Nel disco, il complesso delle canzoni ridusse il titolo, per decisione della casa discografica, a Automobili per questo decisi di non firmare il disco se non con uno pseudonimo, per l’esattezza, Norisso, un poeta dell’Arcadia romana del Settecento. Un nome preso a caso. In un contesto così delineato, Il motore del 2000 è appena un timido sguardo a un futuro molto ravvicinato.

A proposito di Napoleone e dei tuoi interessi per la storia. Nel tuo primo romanzo “Caccia all’uomo”, hai parlato del dominio francese nella Calabria del primo ottocento, del brigantaggio, della violenza e oppressione sul popolo. La poesia siciliana, poi, è il tema della tua cinquattottesima descrizione in atto, e con Dalla in alcune canzoni hai affrontato la condizione degli emigrati meridionali al nord, negli anni sessanta. Si potrebbero elencare molti altri esempi. La tua attenzione è spesso rivolta all’Italia meridionale, è così?

L’Italia meridionale è sempre trascurata dalla storiografia ufficiale e nella prassi scolastica, si tende a mettere da parte. Ci sono vicende drammatiche da raccontare. Il mio interesse è cominciato con la lettura delle canzoni di Tommaso Campanella,  la pietra miliare del mio cammino. Dalla vita di quel frate indomabile, legato nelle segrete vaticane, è cresciuta la mia attenzione per gli autori meridionali e per la ricchezza di quella cultura, un vero laboratorio. La canzone napoletana, i poeti siciliani, Viviani, De Sanctis, il Genovesi, il Giannone, sono maestri straordinari, la loro scrittura la trovo sempre nella realtà, nella vita contro le avversità. E’ una scrittura forte che ti dà tutto.

Alla fine degli anni sessanta, nella scelta di ciclostilare e distribuire in proprio Le descrizioni in atto e in seguito nella tua attività molteplice, svolta anche insieme ad altri, hai cercato con autonomia strade nuove e hai affrontato il problema della comunicazione letteraria. Puoi dirci qualcosa in proposito?

Foto Città Metropolitana Bologna

Erano cambiate le condizioni in cui la cultura veniva prodotta. Con la scelta del ciclostilato, ho cercato un modo autonomo, più preciso, veloce, capillare, di distribuzione al di fuori delle leggi del consumo. Così intendevo inserirmi nel cuore di un problema determinante. Già a metà degli anni sessanta ho avvertito l’importanza che stava assumendo la gestione della comunicazione e aggiungo della distribuzione, l’altro polo del problema. Costruire una comunicazione e distribuzione autogestita, militante, diretta, esterna ai grandi circuiti commerciali, rispondeva al bisogno di contrastare il monopolio della comunicazione ufficiale. Il vero scontro politico ormai era nei centri di produzione e distribuzione della comunicazione. Era lì che si giocava la possibilità di cambiare la nostra storia.

Durante il periodo della contestazione degli anni sessanta, hai sempre sostenuto le istanze e le problematiche portate dai movimenti giovanili di protesta, contemporaneamente nei tuoi scritti hai rivolto la critica a chi dall’interno dei movimenti proponeva l’uso della violenza, l’“impazienza scriteriata”. E hai ribadito invece la necessità di una maggiore riflessione, di una pazienza non rassegnata…

Si certo, la pazienza e la disponibilità all’ascolto, la pazienza di cercare il nuovo e aprire strade inesplorate è l’unica possibilità per raggiungere gli obiettivi. La violenza che in parte vedevo in quegli anni,  poteva solo giustificare la violenza contrapposta del potere. Quella violenza era inutile non insegnava nulla, vanificava la forza di comunicare problemi urgenti e di fondo, tanta partecipazione e speranze.

Nella tua attività di scrittore e di promotore di cultura ti sei mosso a diversi livelli. Sei stato fondatore con Pasolini, Leonetti ed altri di una rivista come “Officina” e di altre iniziative che hanno avuto un ruolo centrale nel dibattito e nella storia della letteratura contemporanea. Negli anni ’70 poi hai sostenuto diverse attività nate per così dire dal basso (per opera di giovani aspiranti poeti, ecc.) al di fuori dell’Università e dei canali privilegiati. Che rapporti ci sono stati tra esperienze così diverse e come puoi giudicarle nel loro insieme?

Prima “Officina” per cinque anni, poi “Rendiconti” per diciassette, poi varie scritture personali e il lavoro decennale con gli altri amici con “I fogli dei sei giorni”, dei “Dispacci”, dei “Prati di Caprara”, della “Tartana degli influssi”, della rivista di prima istanza “Numero Zero”, e questo lavoro che chiedeva grande pazienza, grande umiltà da tutti, grande entusiasmo e grande convinzione e aggiungo, grande partecipazione, si è potuto svolgere senza intoppi per il contributo determinante, essenziale, sopra tutti, di Maldini, Jemma, Milli, Petazzini, Brunini, e per “Numero Zero” anche con Gobbato e Giorgini. Poi il bell’impegno de “Lo spartivento” ormai diventato una quercia robusta, a cui mi pare indispensabile, necessario, inevitabile partecipare, ma che è soprattutto opera creata e perseguita da Gabriele Milli, con un vero risultato. Condividendo l’inquietudine costante nella riflessione e nella ricerca politica, adesso mi coinvolge la collaborazione a “Nunatak”, che mi avvicina ad amici molto più giovani ma che mi accettano, stimolandomi. Con questi riferimenti costanti non ci si può impigrire e si deve pedalare, dentro il grigiore tempestoso dei giorni. Io, per me, sento tutto legato quello che ho fatto o a cui ho partecipato dall’interno, un’unica corda, grossa, per la salvezza. Non certo dalla storia ma, si può dire dalla vita, che se ti aggrappa secondo la norma o ti distrugge o ti riempie d’odori. L’impegno è stato dunque di cercare, insieme ad altri, una riflessione comune attraverso la scrittura. Il giudizio su tutte le cose fatte? Sono state fatte, dopo tutto, e con l’attenzione dovuta. Adesso contano e si giudicano le cose che si stanno facendo o da farsi. Basta un semplice sasso per ricordarci del cammino già percorso.

Oggi molte esigenze sono mutate, certo negli ultimi decenni è stato importante, in particolare a livello sociale e politico, creare nuovi spazi di comunicazione per mettere in luce la scrittura sommersa, capire cos’era, lasciando libera la spontaneità. Nel frattempo molte iniziative spontanee e marginali si sono moltiplicate e forse hanno perso quel senso di rottura e di innovazione. Inoltre si è esteso un forte processo di omologazione culturale e sociale per cui tanto nelle associazioni di base quanto nelle cerchie letterarie più ambiziose emergono gli stessi condizionamenti derivati dagli standard televisivi, fumettistici e cinematografici. Cosa ne pensi? 

Dico soltanto che è molto vero che quasi tutto è cambiato, stravolto, non modificato. È un fatto che si prevedeva ma non, almeno, con così forsennata rapidità e, aggiungerei, incostanza. Se ne è preso atto, con la dovuta preoccupazione, con il necessario interesse e con la costante attenzione e anche con un poco di ironia. Certo è che ciò che era consentito fare con urgenza nel decennio passato oggi avrebbe un peso del tutto irrilevante e, nelle eventuali operazioni, direi mortificante. Sembra quasi passato un secolo. Anche se ripeto, non c’è nulla da rinnegare. Il lavoro svolto è un nodo, o vari nodi, in una lunga corda tesa che si prolunga.

Si può parlare oggi di letteratura ufficiale e non? E dove è lo spartiacque? È una questione di linguaggio, di tematiche, di concezione diversa del ruolo dello scrittore e della letteratura o è rimasta semplicemente una distinzione riferita al modo di produzione e di distribuzione, dal momento che spesso troviamo nell’ambito delle pubblicazioni indipendenti scritture di epigoni che ambiscono a una forma letteraria accademica e che quindi non riescono a veicolare idee nuove. 

Si può parlare, a mio parere di letteratura dentro le istituzioni o fuori. Magari ancora fuori e in attesa di entrarci. Nessun giudizio moralistico in merito ma solo di collocazione, con un collegamento diretto con chi non accetta neppure alla lontana la cultura, e la gestione della cultura, in atto, contrassegnata da un generale disegno della società e da un generale disimpegno dalla società che ritengo si debbano rifiutare in toto. È il nuovo regno della foresta che ci viene elargito e proposto, con insinuazioni convincenti ma dove gli alberi sono di plastica lavabile mentre le belve all’interno sono vere, e micidiali. Con la più completa semplicità e con dura convinta ingenuità, si va alla ricerca di un modo solo giusto e onesto per tutti, ma per tutti davvero. Un risultato che poteva sembrare un poco vicino e che invece è andato perduto. Da ritrovare. Non ci manca la pazienza, tanto più che gli scienziati proprio in questi giorni ci hanno appena avvertiti che il mondo, la terra, prima di esplodere sotto la sferza dirompente del sole è certo che durerà per duecento miliardi di anni. Cosa vogliamo di più? Ne abbiamo di tempo per ricucire ogni tela.

Di questi tempi è difficile orientarsi tra i prodotti dell’editoria. Si trova un po’ di tutto e il panorama generale è più indistinto. Se una volta la piccola editoria si qualificava per certe scelte di qualità e promuoveva con più lungimiranza l’autonomia di ricerca, adesso la situazione è più complicata e spesso si ha la sensazione che le parti si siano invertite, nel senso che certe scelte più coraggiose e innovative sembrano provenire maggiormente da certi filoni della grande editoria.

La piccola editoria ha vita grama e quella che appare più costante e intraprendente è quasi sempre appoggiata o collegata alla grande. L’autonomia, l’autogestione è scelta stupenda e quasi disperata. Ma anche così stando le cose è da perseguire. In quanto alle scelte più coraggiose, non mi lascerei molto lusingare. Nella società della foresta e del profitto inevitabile, se il forte ti premia l’inghippo è assicurato. Vuole magari soltanto succhiare da te il tuo giovane sangue. E ti fa una carezza. E poi dal potere forte, dal potere comunque organizzato, bisogna sempre stare alla larga in ogni caso. Non lo dico io, poveraccio, condivido soltanto questo aureo consiglio, ma lo dicono i grandi classici. Che spesso hanno pagato di persona.

ROBERTO ROVERSI E LA RESISTENZA IN PIEMONTE di Anna Albertano

Come molte persone che l’hanno conosciuto, conservo un ricordo vivido di Roberto Roversi, nella penombra della Libreria Palmaverde, raccolto sui libri, spesso attorniato da assidui o casuali frequentatori, poeti, artisti, intellettuali, persone comuni, talvolta per le vie di Bologna attigue alla sua Libreria. Roberto Roversi era segnato da una sobrietà del vivere lontana da ritrovi letterari e da ogni mondanità culturale, un’aria a tratti monacale, ingentilita dai capelli bianchi. Insieme alla moglie Elena, figura dai lineamenti belli e delicati e modi riservati di nobildonna, erano una presenza eterea e apparentemente distante da tutto ciò che li circondava. Al di fuori della Palmaverde erano poche le loro uscite, per questo ritenevo un privilegio ospitarli in casa per mostrare documentari appena terminati. A quel tempo, insieme alle prime prove di scrittura, mi interessavo a culture e realtà lontane. Roversi apprezzava le novità e dava suggerimenti. Era un periodo, dalla fine degli anni ottanta in avanti, contrassegnato da eventi epocali, la caduta del muro di Berlino, poi la prima guerra del Golfo, l’avanzare dell’integralismo islamico, l’inizio della guerra dei Balcani, per ricordarne alcuni. Collaborando con riviste letterarie, avevo iniziato a tradurre e presentare autori stranieri, ed erano per me anni di viaggi e di incontri significativi. Roversi spesso diceva che bastava restare a casa, in Italia, il sud era la nostra India, nelle sue enormi disuguaglianze. Non poteva che trovarmi concorde. Il bisogno di guardare al di là del proprio quartiere, oltre ad una risposta al crescente riflusso che si percepiva nell’aria, era un modo per comprendere ciò che succedeva nel nostro paese. Roversi, che trascorreva le vacanze a casa della moglie, in Abruzzo, sottolineava la grande ricchezza delle diverse realtà del sud, per patrimonio e varietà culturale, anche rispetto all’amata Emilia Romagna.

Roberto Roversi con la moglie Elena Marcone, Anna Morandi, Giorgio Morandi e Antonio Roversi, figlio di Roberto ed Elena

A proposito di tradizioni culinarie, una volta disse: “In Piemonte, non avete nulla…”, naturalmente ci scherzammo sopra, ma per poco. Roversi aveva conosciuto quella terra e i suoi abitanti in circostanze non comuni. In Piemonte negli ultimi mesi del 1944 si era unito alle forze partigiane di “Giustizia e Libertà”. Quella regione è stata un baluardo nella lotta al nazifascismo, un intero teatro di guerra, nelle città e nelle valli con le sue 11 zone partigiane, l’adesione di classi sociali diverse, di cattolici, ebrei, protestanti (valdesi), e una grande partecipazione di donne, che in quella guerra hanno svolto spesso ruoli di primo piano (1). Una lotta con bandiere di colori diversi, per la pluralità delle formazioni combattenti, a cominciare da quella di “Giustizia e Libertà”, e un movimento partigiano tra i più strutturati, con un’organizzazione regionale del CLN a Torino comprendente il Comitato militare regionale piemontese. È nota la consistente presenza antifascista locale sotto il regime, sin dagli anni trenta (2).

Sfilata di partigiane nel Canavese

Nel settembre del ’43 si costituiscono le prime formazioni G.L. per iniziativa tra gli altri di Duccio Galimberti, Giorgio Bocca e Nuto Revelli. La reazione al fascismo nelle fabbriche, già palese negli anni precedenti, si manifesta a partire dal marzo del ’43, prima dell’occupazione tedesca, con gli scioperi di Torino (Mirafiori è la più grande fabbrica italiana), che si estendono in altri centri piemontesi e poi vengono seguiti nel resto del nord Italia, lotte e agitazioni che proseguono nei mesi e negli anni successivi. Insieme alla risposta politica e militare, in Piemonte è stata la Resistenza civile ad accompagnare e sostenere i venti mesi di lotta. Dall’8 settembre là confluiscono decine di migliaia di militari italiani dell’esercito in dissoluzione, migliaia di prigionieri alleati, fuggiti dai campi di concentramento italiani, migliaia di ebrei italiani e stranieri.Il sostegno ai soldati italiani sbandati e ai prigionieri, molti restano nascosti per tutta la durata della guerra, alcuni entrano nelle formazioni partigiane, la protezione e l’aiuto agli ebrei, sono dati dalla solidarietà di singoli, di famiglie, o di intere comunità, in una vasta partecipazione da parte della popolazione, contadini, montanari, impiegati comunali, medici, religiosi, procurando cibo, rifugio, documenti d’identità e carte annonarie false, ricovero in ospedale come finti pazienti, o in strutture religiose, assumendosi consapevolmente rischi altissimi. Mentre c’erano premi e ricompense per chi consegnava o denunciava ex prigionieri alleati, chi ospitava partigiani o renitenti alla leva -la maggior parte dei giovani là non ha risposto ai bandi di reclutamento militare della Repubblica Sociale Italiana e si è unito alle formazioni partigiane-(3), veniva ucciso e la casa incendiata o distrutta. Nella regione si formano diverse Repubbliche libere, che sperimentano forme di autogoverno (4). Sin dal settembre del ‘43 è un susseguirsi di stragi, eccidi, rastrellamenti, case saccheggiate e distrutte, paesi dati alle fiamme, esecuzioni sommarie di civili per aver dato rifugio ai ribelli, partigiani catturati, fucilati e impiccati, dopo torture e sevizie inflitte da fascisti e nazisti. La repressione della lotta partigiana si intensifica dopo lo sbarco alleato nella Francia sudorientale.

Nell’autunno del ’44 la divisione Monterosa, composta di soldati italiani addestrati in Germania, giunge in Piemonte. Da quel momento Roversi condivide le sorti dei partigiani piemontesi. Oltre alla repressione fascista, a seminare il terrore si aggiungono i “mongoli”, così vengono chiamati gli ex prigionieri russi delle regioni asiatiche che nelle truppe naziste spiccano per ferocia, sempre ubriachi, ovunque stuprano le donne in massa. Di questo orrore, di fronte all’empietà che si compie in quelle valli, si trovano cenni nei crudi versi de Il tedesco imperatore in Dopo Campoformio, empietà colta accanto ad altre, in modo epigrammatico quasi, in un itinerario della memoria che sicuramente trattiene più che raccontare molto altro, un distanziamento necessario, anche nel tempo, in opere successive, fino alla sovrapposizione a quelle immagini di altre, di senso lontano. Un’ellissi che è il riverbero di una radicale svolta.

“Case incendiate specchiano le nubi; / dentro ai paesi occhi e ossa d’uomini/ tendono la mano…”

Roversi rammenta i giorni della Liberazione, dei tedeschi in ritirata, poi a Cuneo con tutta la gente felice, a sfilare davanti a Parri, il Comandante piemontese “Maurizio”, come  “il più bel ricordo della mia vita”.

Dopo di allora l’antifascismo è diventato un punto fermo della sua opera e della sua vita. Nel perseguirlo, Roversi ha conservato dentro di sé la determinazione di quei giovani “disinformati, educati dal fascismo a non pensare, improvvisamente costretti a fare scelte esistenziali, vitali per sé e per il futuro del Paese…” che da soli si sono inventati la guerra partigiana “per porre definitivamente fine al fascismo e cacciare il tedesco”(5), in una regione che ha pagato un tributo molto alto nella lotta per la libertà.

Note:

  1. E’ uscito recentemente un volume della storica inglese Caroline Moorehead su protagoniste della Resistenza in Piemonte, La casa in montagna. Storia di quattro partigiane, Bollati Boringhieri, 2020.
  2. Basti ricordare Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Carlo Levi, Vittorio Foa, Augusto Monti, Aldo Garosci, Alessando Galante Garrone fra gli esponenti più noti. Ada Gobetti, vedova di Piero, è stata punto di riferimento per gli ambienti legati al movimento di “Giustizia e Libertà”.
  3. Il Piemonte nella guerra e Resistenza: la società civile (1942-1945).
  4. Dalla Valsesia sorta l’11 giugno del ‘44, alla Val Maira e Valvaraita, poi alle Valli di Lanzo nello stesso mese, seguono l’Alto Monferrato e l’Alto Tortonese, poi le Langhe, Alba, e Val d’Ossola.
  5. Come ha affermato il Prof. Michele Calandri, a lungo direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo, in occasione delle celebrazioni del XXV aprile a Canale.

ROBERTO ROVERSI E IL CINEMA di Luisa Ceretto

Roberto Roversi e Carlo Di Carlo sul set di La ‘menzogna’ di Marzabotto, foto proveniente da Archivio Carlo Di Carlo – Cineteca di Bologna

Agli inizi degli anni sessanta, parallelamente alla sua attività letteraria, Roberto Roversi si confronta con la scrittura cinematografica. Il suo incontro col cinema avviene nel segno di una produzione indipendente e nelle forme meno ufficiali e sperimentali del documentario, collaborando alla stesura del testo, nel 1961, di La ‘menzogna’ di Marzabotto, ideato dall’allora esordiente e conterraneo Carlo Di Carlo. Col giovane regista, futuro assistente di Pier Paolo Pasolini, oltre che collaboratore di Michelangelo Antonioni, Roversi stringe una proficua e duratura collaborazione. E’ dell’anno successivo, difatti,  la consulenza artistica per Terre morte (10’) e Isola di Varano (10’), sulla mancanza di servizi e lo stato di isolamento in cui versano gli abitanti nella penisola del Gargano, rispettivamente dei pochi residenti tra San Marco e San Nicandro e dei pescatori sul lago di Varano.A seguire, nel 1963, Vivere con la bomba è il cortometraggio in cui le immagini accompagnano i versi de La bomba di Hiroshima di Roversi, letti da Giancarlo Sbragia. Quattro anni più tardi, scrive il testo per Fossoli, prodotto dal Comitato per l’erezione del Museo monumento al deportato politico e razziale di Carpi – Carlo Di Carlo aveva già realizzato due anni prima Terezin, sul famigerato campo di concentramento definito da Hitler, il “ghetto modello” –. Sempre per Di Carlo, compone il commento per il documentario sul capoluogo emiliano, Bologna (1975), letto da Stefano Satta Flores. Il film è strutturato in quattro argomenti, l’assetto urbanistico e il centro storico, lo sviluppo economico, il quartiere e i servizi sociali, per concludersi nel cuore della città, in una piazza Maggiore gremita, che manifesta contro la brutalità dell’attentato di stampo fascista dell’Italicus. Tre i lungometraggi di finzione nei quali Roversi si cimenta, Non si scrive sui muri a Milano (1975), per la regia di Raffaele Maiello, collaborando a più mani alla sceneggiatura; Disamistade, l’opera prima di Gianfranco Cabiddu (1988), ambientato nella Sardegna degli anni cinquanta, insieme a Claudio Lolli; e ancora, nello stesso anno, Il frullo del passero, che scrive al fianco di Gianfranco Mingozzi, regista del film e di Tonino Guerra, autore del racconto, Il polverone da cui è tratta la pellicola.Roversi torna a scrivere sulla città felsinea per il documentario Amo Bologna (1987), prodotto da RAI 3, che conduce lo spettatore per le vie della città, in compagnia di Guccini.Nel 1997 Sguardi dal fiume diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, è un viaggiolungo il Po, sulle tracce della cultura e dell’arte della pianura padana, nello splendore delle corti e dei ducati dei Gonzaga, degli Estensi, dei Farnese, degli Scaligeri, dei Visconti, accompagnato dalle parole e dalla voce del poeta.Tornerà a collaborare coi due registi della casa di produzione bolognese “Movie Movie” sei anni più tardi, per Bologna e Bologna (2003). Il documentario è parte del progetto editoriale Via Emilia, composto da quattro film dedicati all’Emilia-Romagna. Nel frattempo, Roversi riprende a lavorare con Carlo Di Carlo, il quale, trasferitosi a Roma, oltre ad avere curato le edizioni italiane di importanti opere filmiche, come Heimat di Reitz e Il Decalogo di Kieslowski, e ad essere autore di importanti saggi sul cinema, ha maturato una filmografia ragguardevole. L’occasione è data dal cinquantesimo anniversario della strage di Marzabotto, e del grande evento che fa del comprensorio naturale dell’Appennino emiliano di Monte Sole, un Parco Storico, per mantenere viva la memoria. Per la stesura del commento di Un film per Monte Sole. L’uomo la terra la memoria (1995) Carlo Di Carlo si affida, ancora una volta, alla scrittura di Roversi, già autore del testo de La ’menzogna’ di Marzabotto, trentaquattro anni prima, al quale il nuovo documentario fa esplicito riferimento, citandone frammenti significativi.

La ‘menzogna’ di Marzabotto, foto proveniente da Archivio Carlo Di Carlo – Cineteca di Bologna (*)

LA “MENZOGNA” DI MARZABOTTO

Ci preme soffermarci su quel primo film, La ‘menzogna’ di Marzabotto, ideato e realizzato da Carlo Di Carlo, cortometraggio che faceva luce su una delle più grandi stragi nazifasciste dell’Europa Occidentale, tema sul quale il regista tornerà anche negli anni ottanta (Marzabotto, 1984) e sulle motivazioni che lo hanno indotto a girarlo. Un film il cui merito, come è stato dichiarato, è l’aver trasformato “l’indignazione politica in un documentario di alta tensione etica, essenzialità e rigore formale. ‘Una lezione di storia e di cinema’”. La strage di Marzabotto, dal nome del comune a cui appartiene la parte più considerevole della zona, o, più correttamente, l’eccidio di Monte Sole, è un insieme di stragi compiute nel territorio – lungo i crinali appenninici che dalla Porrettana arrivano alla Futa – nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, comprendenti le pendici di Monte Sole, compiute tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944.Nel settembre del 1944, un’ordinanza del Feldmaresciallo Kesselring, invita la popolazione a reprimere i tentativi dei “banditi” che “annientano ogni valore culturale dell’occidente, della religione, e conseguentemente del patrimonio spirituale di ogni persona retta”. Le truppe naziste, guidate da Walter Reder, accerchiano gli abitanti di quelle vallate, assaltando case, chiese e scuole, mettendole a ferro e fuoco. Un eccidio che durò sei giorni, dove le vittime, perlopiù donne, bambini e anziani, furono barbaramente massacrate. All’inizio del 1961 esce in Germania un libello neonazista di Lothar Greil: Die Lüge von Marzabotto (La menzogna di Marzabotto), che nega la strage. 1830 morti cancellati d’un colpo, Walter Reder, soprannominato la “jena di Marzabotto”, il responsabile del massacro di centinaia di innocenti, viene definito un “eroe”, un “soldato” che ha compiuto il suo dovere. Questo libello diviene ben presto un caso, come è lo stesso Carlo Di Carlo a ricordare nel corso di un’intervista, costituendo forse anche l’elemento scatenante per la realizzazione del film, il regista riesce a trovare un produttore disposto a finanziarlo in tempi brevi. Del resto, Di Carlo si stava già documentando sull’argomento, aveva letto Marzabotto parla di Renato Giorgi, e si era recato a Marzabotto dove era stato inaugurato  il Sacrario ai Caduti. Renzo Renzi (1) gli suggerisce il titolo del film, ovvero di riprendere quello del libello infamante mettendo, però, tra virgolette, la parola menzogna, La ‘menzogna’ di Marzabotto. Un documentario che ben presto ottiene un “esito da film”, per via di un argomento che era su tutte le pagine dei giornali.  Il divieto ai minori di 18 anni, attribuito dalla Commissione per la revisione cinematografica e quindi il mancato nulla osta da parte del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, ovvero la mancata ammissione  alla programmazione obbligatoria nei circuiti cinematografici – in linea con la censura politica dei tempi, che aveva negato il visto a numerose opere –, suscita un caso nel caso. Ed è così che La ‘menzogna’ di Marzabotto comincia a girare per tutta Italia e ad essere visto molto più di quello che sarebbe stato possibile, rispetto ad una sua distribuzione  nelle sale. Riportiamo quanto scrive il critico Mino Argentieri su “Nuova generazione”: “All’elenco dei cortometraggi sulla Resistenza ora si aggiunge La Menzogna di Marzabotto, un film girato a tamburo battente, dietro l’immediata spinta di un avvenimento clamoroso (…) Sullo sfrontato documento edito in Germania si sono soffermati a lungo i giornali; era pertanto inevitabile che anche il cinema si occupasse della faccenda, intervenendo, questa volta, con una tempestività degna delle migliori consuetudini giornalistiche (…) Punto per punto, capitolo per capitolo, le bugie tedesche sono confutate, senza sfociare in una polemica infervorata ma lasciando parlare i fatti in tutta la loro nuda e drammatica evidenza e cercando di risuscitare, per via di suggestione, il clima del barbaro episodio bellico.” (2) Dopo i clamori ottenuti dalla diffusione de La ‘menzogna’ di Marzabotto, nel riportare all’attenzione pubblica la ferocia e la barbarie di quella tragica pagina di storia italiana, la verità e la ricerca dei colpevoli furono a lungo accantonate. A Walter Reder, condannato all’ergastolo, nel 1980 viene concessa la libertà condizionale con cinque anni di internamento al carcere di Gaeta. L’esecutivo Craxi, nel gennaio1985, indifferente alle proteste dei famigliari delle vittime, ne decide il rimpatrio anticipato. L’anno successivo Reder ritratta la richiesta di perdono avanzata nel 1964 agli abitanti di Marzabotto. Per più di trent’anni, dal 1960 al 1994 sono stati intenzionalmente occultati nell’’armadio della vergogna’ (situato a Roma, nel Palazzo Cesi-Gaddi), 695 dossier e un registro generale di duemila e oltre notizie di reato, raccolte dalla Procura generale del Tribunale Supremo Militare, relativi a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante la guerra (1943-1945) dalle truppe nazifasciste. Da allora, quella documentazione è stata riesumata e si sono rese possibili nuove istruttorie. Dopo 62 anni dalla strage, a La Spezia nel 2006 si riapriva il processo, in contumacia, conclusosi con la sentenza del 13 gennaio 2007 di 10 ergastoli a ex militari tedeschi SS. (3)

Letto da Nando Gazzolo, il testo di La ‘menzogna’ di Marzabotto Carlo Di Carlo è stato composto da Roberto Roversi, di cui qui di seguito riportiamo alcuni brani.

dal film La ‘menzogna’ di Marzabotto

Die Lüge von Marzabotto

Verde, con due strisce rosse, il libro pubblicato in Germania è un cane che ringhia e s’avventa contro l’ombra di gente impiccata, fucilata o soltanto offesa.

Racconteremo noi questa storia, non di guerra, come vorrebbe Lothar Greil, ma soltanto crudele, da impallidire il ricordo delle sciagure antiche.

Nella vallata del Reno, che ha l’acqua colore del ferro, a pochi chilometri da Bologna, tra monti strappati dai calanchi o carichi di alberi, c’è Marzabotto (…)

bastano tre casolari sperduti, a formare una comunità civile e silenziosa. Uomini dalle rughe scavate, donne con molta pazienza, vecchie dal fazzoletto nero, con il cuore dentro alla casa.

1944:  il più lungo, freddo, sanguinante anno di guerra. Gli alleati avanzano, i tedeschi si aggrappano all’erba, a ogni spino, ai sassi. Un giorno, sporco come una macchia di creta, inchiodano sul muro il manifesto di Kesserling.

Dentro le grotte, nelle caverne, tra i boschi di Monte Sole, Monte Venere, Monte Abelle, Caprara, Salvaro, vivono e combattono gli uomini della Stella Rossa. I ricordi tornano dalla memoria che li conserva dentro al suo pugno chiuso. Monte Sole è il loro quartier generale: un picco che diventa un faro e un osservatorio prezioso. Di lì vedono il corso lungo il Reno, poi la pianura padana, gialla di nebbia, piena di armati, di dolore. La zona è dura, c’è sempre vento; la terra non lascia riposare, arrugginisce la carne.

Sporchi, magri, con gli occhi bruciati dall’insonnia, i partigiani appaiono nelle loro divise strane, improvvisate. Il capo, già leggenda  per i monti dell’Emilia, è Mario Musolesi, il Lupo. (…)

All’alba, il 16° Battaglione S.S., al comando del Maggiore Walter Reder, inizia e compie la strage, in tre giorni, dal 29 settembre al 1°ottobre. Sulla carta, stretti fra piccoli segni neri, sono i luoghi da mettere a ferro e fuoco secondo le tradizioni di un’antica barbarie.

Non ci fu pietà, scampo per nessuno. Sempre la guerra produce odio e ha nel fuoco e nella morte il suo volgare, straziante, implacabile destino.

Pioppe, Creda, Roncadelli, Castellino, Cerpiano, Caprara, S. Martino, Cadotto, Colulla, Abelle, Sperticano, Ca’ Beguzzi, Steccola, Tagliadazza, S. Giovanni, Prunaro: 1830 morti.

Gli assassini di Reder distruggono , lacerano, infiammano e lasciano i poveri corpi distesi per terra, le membra aperte, in un bagno di sangue che lava quella vendetta. Tutti morti (…)

A Casaglia il portone della chiesa è sfondato.

C’è ancora l’ombra di Don Marchioni e dei suoi morti, in questa chiesa spaccata dalle bombe, ferita come una cosa viva.

Intorno al sacerdote che prega, fermo, con voce paziente, si stringono profughi, contadini dei dintorni, intere famiglie (…)

La guerra è finita. Anni sono passati. Walter Reder, pallido, subisce il processo.

Con la volontà di una belva, cerca la salvezza e inventa scuse che gelano. Le parole cadono in terra come sassi.

A Marzabotto ogni famiglia aveva il suo cimitero nel campo, vicino alla casa. Ma gli uccisi hanno adesso una tomba, poi un ossario che li onora, e possono ricordare ai vivi l’orrore di quei fuochi, il volto dell’assassino.

Sabbioni Otello anni tredici, Sabbioni Adriano anni dieci, Sabbioni Giovanna anni sette, Sabbioni Irene anni cinque, Sabbioni Bruna anni due, Sabbioni Desiderio anni settantatre, Sabbioni Gaetano anni trentotto.

E ancora: Tonelli Giuseppe anni quindici, Tonelli Alfredo anni quattordici, Tonelli Benito anni quattordici, Tonelli Argentina anni dodici, Tonelli Maria anni dieci, Tonelli Vittorio anni otto, Tonelli Giovanna anni sei, Tonelli Albertino anni tre, Tonelli Bruno anni uno, Tonelli Mario anni trentaquattro. Fossa comune di S. Martino, Fossa comune di Caprara, Fossa comune di Casaglia, Fossa comune di Quercia.

Bertocchi Amalia anni novantadue, Laffi Giovanni giorni ventotto.

La guerra è finita.

I criminali si avviano a pagare una piccola pena per così grandi delitti.

Reder può anche simulare un compiacimento appena percettibile, per avere sfuggito la morte (…)

I morti vivono dentro a chi li ricorda e non li lascia morire, a chi li ricorda non con un lamento, ma stringendo le labbra, solo per ammonire.

I morti di Marzabotto sono i morti di Lidice, Oradour, Auschwitz, Varsavia.

Il loro grido è la nostra voce di oggi.

(*) Si ringrazia Anna Fiaccarini, responsabile Biblioteca Renzo Renzi e archivi extra filmici della Cineteca di Bologna per la gentile concessione delle foto provenienti dall’Archivio Carlo Di Carlo.

Note:

  1. Oltre che regista, è stato critico cinematografico, scrittore, ideatore della celebre collana editoriale Dal soggetto al film, divulgatore e organizzatore culturale e tra i fondatori della Cineteca di Bologna.
  2. in “Nuova generazione”, 9 gennaio 1961.
  3. Per approfondire l’argomento, si veda il documentario Lo stato di eccezione. Processo per Monte Sole 62 anni dopo di Germano Maccioni, 2008.

POESIE di Roberto Roversi

Da Dopo Campoformio

Una terra

La rocca incombe ancora a precipizio.

Un tempo sulle alture

i noci strisciavano a terra

foglie di quattrocento anni, eppure

adesso il silenzio è una favola

per i vecchi che muoiono nel sole.

Le case all’ombra delle tamerici,

fra le siepi, case di girovaghi

e pescatori, pittate di bianco

(formaggio fresco su una foglia

di fico) sono cadute;

scompare adagio la gente

che non trema alle nevi dell’inverno.

Crescono giovani aspri, amare mandorle

in un tempo d’inferno, di lampi

e sorprese telluriche nell’aria

grigia che illividisce ogni città;

il sangue arde dentro i cuori straziati

dall’unghia del mostro che si torce.

Ma quale mondo apparirà

dopo la pena necessaria!

 Il sogno di Costantino

La partita non è perduta, la nostra vita

non è bruciata ancora, annichilita,

disfatta, ramo secco, noce avara

che allappa nella polvere di sasso.

Tutto sembra caduto? Roma impera,

muore Venezia, il carnevale impazza?

e noi sangue italiano

pazienti a conficcare con la mano

i chiodi dentro al legno dei cuori,

volontà non corrotta da furori

in questi anni coperti di silenzio.

Essere stati vivi sarà inutile?

Non offrire la scure al nostro boia,

non cadere bruciati dalla noia,

il sangue versato servirà.

Mentre scrivo la terra è minacciata,

forze aprono voragini nel fondo

mare, dall’abisso cadono sul mondo.

Veleno, colori sfolgoranti improvvisamente

invadono la pianura,

l’uomo bruciato dalla paura

impazzisce. Questa è l’età

che ci vede vivere, sulla spiaggia

di onde paurose; ma poiché viviamo,

ancora nei pensieri abbiamo la forza

di un ultimo rigore, ancora amore

nella scatola segreta d’una stanza.

Lo Stato della Chiesa

Mai anni peggiori

di questi che noi viviamo,

né stagione più vile

coprì di rossore la fronte asciutta italiana;

cadavere fulminato

giace essa riversa sull’erba di una trazzera.

Così la sera del nostro vivere umano

quando la morte sprofonda nel fuoco della gola

e resta poca gente, sola,

a vegliare con gli occhi asciutti e a ricordare.

Da Le descrizioni in atto

Cinquantunesima descrizione in atto

(I Longobardi erano uomini)

I.

Società Generale Immobiliare.

Facciamo case. Magari la vostra.

Si possono costruire intere città

senza tradire la natura.

Costruire per noi è amare la natura.

Non certo distruggere la natura.

Così come per voi amare la natura

è desiderare una vita nel verde

tra gli alberi e sui prati.

Nei prati dove il verde si perde.

Perciò per noi un albero abbattuto

è una casa che è riuscita male.

Per questo le nostre case sono nel verde sono nella vita,

per questo le nostre case sono nella natura,

quella vera. quella di un mondo felice.

Così, forti del passato (come si dice)

faremo sempre meglio nel futuro.

Tra il verde. Per un uomo felice.

Questi sono i nostri uffici in Italia.

Abbiamo molte case per voi e

molti recapiti sparsi.

Da L’Italia sepolta sotto la neve

Premessa

Ricordo la giornata le giornate

nella città senza trasporti.

La ciminiera dei silenzio vigilava la danza delle spade

fra un angelo e il lupo della montagna.

Quel libro fa paura dice

la verità e la verità è impossibile

la verità è possibile la verità

è una bugia dei sentimenti è

un errore decapitato è la morte apparente è

il temporale senza tempo non indicato dal barometro dell’estate.

Non mi lascio tempestare

anche se ogni uccello è interferito dal fucile di un inquisitore

e io ricomincio da capo. Fa la neve.

Così scrivo un racconto qua

con tre orsi (che ballano) di pelle nera.

Una sera la navicella della vita sfuggita a una tempesta rientra e

tutto è ancora da raccontare.

Comincio a parlare in un deserto. Fa

la neve. Un odore di mele.

Dalla spada non volle mai separarsi

neanche nell’istante della morte

e questa della spada è una speranza.

**

La neve è calda come il tempo della neve.

Da una finestra in aperta campagna

il palmo della mano di un ragazzo

cerca di stringere un poco d’erba distesa sotto la neve.

Guardare è un sogno.

Quante cose avrei potuto fare se fossi stato diverso

povero passero uccello gramo

arrivato a questo punto del volo

mi rendo conto della fragilità del ramo

e ricomincio a volare.

**

È in atto la scancellazione del presente.

O del passato prossimo.

È in atto la scancellazione del passato tutto intero.

Quindi vecchio. Absolument. È in atto

la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’

armatura di un linguaggio comune

mimetizzato da giovane grido

un linguaggio disincantato.

Piacente primavera.

Pixies sortivano leggere.

Parte Prima

Inverni alle spalle ma quante estati lo aspettano ancora?

Riserva ogni speranza a domani

giuoca sul concreto

butta la lattina vuota. Non sentite il tuono?

L’estate comincia a declinare ma

non si affanna, riceve suoni e impara.

C’è un uomo che scrive ma la paura della vita la

paura della morte la paura della notte – le

lunghe insonnie le trascorre gridando contro la luce

che non arriva.

Il sonno intanto trascina lontano il suo carro.

Oh Bologna

calda di torri diroccate o di ombra di torri

ha il pianto delle cicale sgozzate conficcate in gola ai maceri

della pianura

città sorella alla brace alla pioggia alla pietra

cammina nel silenzio d’autunno

mentre i nobili nel casino di caccia sparano parole.

Vivrà mille anni ancora aspettando il passato

l’alba.

Parte Terza

Bruciano verdi cieli presagi sulla campagna emiliana

uomini in silenzio accendono il toscano

zingari con i carretti di legno

stendono fieno al cavallo vicino a un fuoco di rovi. Cala la sera.

A Coblenza gridano Sieg heil! e

lungo il Reno guardano Loreley

seduta sullo scoglio alta sul monte ride la giovinezza

sciogliere trecce a fiore dell’onda del Reno.

OGGI consumata dal silenzio

come la radice di un albero

sotto la terra

anch’io interrata sono la radice

senza più foglie senza il futuro più mai.

OPERE

  • Poesie, Bologna, Libreria antiquaria Mario Landi, 1942.
  • Rime, Bologna, Libreria antiquaria Mario Landi, 1943.
  • Umano, Bologna, Libreria antiquaria Mario Landi, 1943.
  • Ai tempi di re Gioacchino, Bologna, Libreria antiquaria Palmaverde, 1952.
  • Poesie per l’amatore di stampe, Caltanissetta, Sciascia, 1954.
  • Caccia all’uomo. Romanzo, Milano, Mondadori, 1959.
  • Dopo Campoformio, Milano, Feltrinelli, 1962; Torino, Einaudi, 1965.
  • Registrazione di eventi, Milano, Rizzoli, 1964.
  • Unterdenlinden, Milano, Rizzoli, 1965.
  • Le descrizioni in atto (1963-1969), Bologna, s.n., 1970; Bologna, Coop. Modem, 1990.
  • La macchina da guerra più formidabile, in “Quaderni del Cut/Bari”, n. 9, febbraio 1971.
  • I diecimila cavalli, Roma, Editori Riuniti, 1976.
  • Enzo re, Bari, Centro Teatrale Universitario, 1979.
  • Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno, Castelplanio, Ribichini, 1981.
  • Il grande blu, il grande nero. Sedici giovani poeti del Mediterraneo, a cura di e con Silvano Ceccarini e Nicola Muschitiello, Bologna, Transeuropa, 1988.
  • L’Italia sepolta sotto la neve, Valverde, Il girasole, 1989.
  • Una cronaca in nero in La scoperta di Bologna, Bologna, L’inchiostroblu, 1991.
  • Quattro porte ai quattro venti. Pieve di Cento e la sua gente nelle fotografie di Giovanni Melloni, Cento, Cassa rurale ed artigiana di Cento, 1992; San Giovanni in Persiceto, Beccari, 1996.
  • Amo Bologna perché è bella. Agenda storica di Bologna 1996, a cura di, Rimini, Capitani, 1995.
  • Parte terza, Como, Lythos, 1995.
  • Siamo andati sui monti più alti, Modena, Istituto storico della resistenza e di storia contemporanea, 1995.
  • 25 poesie autografe, Torino, In Carta Linda, 1995.
  • La gentile signora, Oppido Lucano, Cridi Editrice, 1995.
  • Se tutti i mari del mondo fossero inchiostro, Cento, Cooperativa Culturale Centoggi, 1996.
  • Enzo Re. Tempo viene chi sale e chi discende, Porreta Terme, I quaderni del battello ebbro, 1997.
  • Tre invettive contro il tarlo, nemico del libro. Tre poesie, Scandicci, Mugnaini, 1997.
  • Aber es haben zu singen, Civitanova Marche, Associazione Autori Contemporanei, 1998.
  • Spaventoso rombo e notturna devastazione nella grande città di Parigi, 1808, Montichiari, Zanetto, 1998.
  • Enzo re. Tempo vene ki sale e ki discende, Bologna, Pendragon, 1999.
  • La partita di calcio, Napoli, Pironti, 2001.
  • Dall’Arcadia al Parini, a cura di, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2002.
  • La macchina da guerra più formidabile. Testo per il teatro, 1970, Bologna, Pendragon, 2002.
  • Unterdenlinden. Testo per il teatro, 1965, Bologna, Pendragon, 2002.
  • Il crack. Testo per il teatro, Bologna, Pendragon, 2004.
  • Il timone, Milano, EnnErre Le nostre ragioni, 2005.
  • La macchia d’inchiostro. Testo per il teatro, 1976, Bologna, Pendragon, 2006.
  • Il timone 2, Milano, EnnErre Le nostre ragioni, 2008.
  • Per impervi sentieri, audiolibro, Bologna, Bohumil Edizioni, 2008.
  • Tre poesie e alcune prose. Testi 1959-2004, Roma, Sossella, 2008.
  • Nuvolari frusta implacabile di velocità e furore, Bologna, Pendragon, 2009.
  • L’Italia sepolta sotto la neve, Pieve di Cento, AER edizioni, 2010.
  • La devastazione di Montecalvo, Oèdipus, 2010.
  • La strage dei trent’anni, CLUEB, 2010, con testi di Gianni D’Elia, Paolo Bolognesi, Carlo Lucarelli e fotografie di Andrea Paolella
  • Caccia all’uomo, Bologna, Pendragon, 2011.
  • La dura epica vicenda. Un poemetto inedito e due canti dal poema Dopo Campoformio, Teramo, Edizioni Banca di Teramo, 2011.
  • Trenta miserie d’Italia, Ascoli Piceno, Sigismundus, 2011.
  • Libri e contro il tarlo inimico, Bologna, Pendragon, 2012.