II – ABBAS KIAROSTAMI

Sommario:

PROBABLY, MORE OR LESS… GOOD BYE ABBAS

Un ricordo di Luisa Ceretto

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Quando Abbas Kiarostami è venuto a Bologna per la prima volta nel settembre 1996, per un seminario organizzato dalla Cineteca, presso cui avevo avviato la mia collaborazione, la sua fama lo precedeva. In Italia Nanni Moretti con il cortometraggio Il giorno della prima di Close-up  gli aveva reso omaggio, ma nel frattempo la distribuzione nelle sale cinematografiche di alcune sue pellicole, lo aveva già fatto conoscere e apprezzare da un discreto pubblico, oltre che dalla stampa e dalla critica specializzata. È in quell’ occasione che l’ho conosciuto, uno scambio umano e professionale che si è consolidato, un’amicizia maturata nel tempo. Da allora sono state numerose le opportunità di incontrarlo, una retrospettiva piuttosto completa dedicata alla sua opera – per cui il regista si era recato in diverse città italiane, oltre a Bologna, Torino, Parma, Firenze, Modena -, a Locarno nel 1997 per intervistarlo per una rassegna che stavamo preparando, Sguardi sull’Iran, a Cannes, per Il sapore della ciliegia. Ma soprattutto a Bologna, dove poteva tornare per presentare una nuova pellicola in uscita in Italia, o per l’allestimento di una nuova mostra fotografica, la sua era una frequentazione assidua.

 

Ripensando a quei primi periodi, agli anni novanta, era piuttosto sorprendente il successo e la notorietà a livello internazionale dell’opera di Abbas Kiarostami. Il suo era stato un ingresso trionfale nel mondo della settima arte che, dal 1991 per una diecina di anni almeno, aveva realizzato un successo dopo l’altro – è sufficiente ricordare nel 1997 la palma d’oro ex aequo con Il sapore della ciliegia e  il premio della giuria a Venezia due anni dopo con Il vento ci porterà via – , per poi proseguire il proprio percorso sia con opere cinematografiche che fotografiche. Le sue pellicole avevano superato le barriere nazionali e raggiunto i circuiti della grande distribuzione e quindi il grande pubblico, un tratto distintivo certamente e quasi unico rispetto ai percorsi di altre figure prestigiose della cinematografia iraniana, i cui lavori rimanevano perlopiù appannaggio di vetrine festivaliere, seppure prestigiose. Non esisteva un “metodo” Kiarostami, ma di fatto nel giro di breve tempo si era come diffuso a macchia d’olio quel suo modo di fare cinema, quel modo del tutto particolare di intrecciare realtà a finzione, che stava influenzando molto la produzione cinematografica iraniana, soprattutto quella che andava affacciandosi e che seppure in circuiti ristretti iniziava a vedersi. Dietro quegli occhiali scuri che non toglieva mai, la compostezza e gentilezza di una persona dal tono di voce soave ma sicura che parlava un inglese fluente, ma per gli incontri formali, con la stampa e col pubblico, preferiva essere tradotto direttamente dal farsi, la propria lingua. Ricordo la sua disponibilità estrema nel rispondere al pubblico. C’era chi nel corso delle sue svariate presenze a Bologna, nel tempo, accorreva ogni qual volta ve ne fosse l’occasione. A chi gli mandava lettere, attestazioni di stima, rispondeva sempre con sollecitudine. Ma soprattutto conservo nella memoria quei “fuori onda”, quei momenti in cui l’autore raccontava dei suoi viaggi in Kurdistan a scattare fotografie, oppure alla ricerca di nuovi set o dei suoi innumerevoli viaggi, in particolare in Giappone, dove era osannato quale celebrità. Aveva grande consapevolezza della necessità di calibrare bene e gestire il successo, soprattutto il saper dividere i momenti celebrativi da quelli in cui rimettersi al lavoro per impegnarsi in nuovi progetti, dare spazio al processo creativo e quindi, se necessario, rifiutare nuovi inviti anche se importanti. La sua notorietà non lo aveva mai allontanato da se stesso, dalla propria umanità e attenzione verso gli altri.  Lo infastidivano facili etichette, come ad esempio quella di essere un regista dedicato all’universo infantile. Era stata una tappa, ma poi il suo percorso lo aveva portato in direzioni differenti. Rivendicava l’esigenza per un artista di lavorare con la consapevolezza di avere dei “limiti”. Amava le sfide, in primo luogo quella di vivere in un Paese dove vige la censura, eppure lui riusciva a trovare il proprio spazio. Per lui avere dei limiti e la consapevolezza di averne, quindi di doverli in qualche modo superare o tenerne conto, era la condizione essenziale per il suo fare cinema. Lo scorso anno, in occasione dell’uscita di una nuova raccolta di poesie, sarebbe dovuto tornare a Bologna, purtroppo per impegni altrove, aveva declinato l’invito, un nuovo incontro che era stato soltanto procrastinato… Probably, More or less… era una battutasottogliulivi che frequentemente scambiavamo fra noi, con ironia, per esprimere una momentanea perplessità. Nel film 76 minutes and 15 seconds presentato alla Mostra veneziana in omaggio alla sua recente scomparsa, il regista Samadian Seifollah riprende immagini di repertorio che lo ritraggono al lavoro, durante i suoi seminari con gli studenti, in vari momenti del suo percorso artistico.  Il film si conclude con il maestro iraniano che ritorna sui luoghi di Sotto gli ulivi, e riprende il percorso a zig zag del protagonista maschile Hossein, prima di scendere in mezzo agli ulivi. Mi piace ricordare Abbas, grande artista e caro amico, in quella sequenza, lungo quel cammino… Good bye Abbas

 

IL SAPORE DELLA POESIA IN ABBAS KIAROSTAMI

Evento dedicato al regista e poeta iraniano dall’Associazione Culturale Zeicon, insieme a MC.Archivio e Iranian Independents, in collaborazione con SNCCI gruppo Emilia- Romagna/Marche, il 1° dicembre 2016 alle ore 18 presso il Cinema Europa di Bologna

 

Il sapore della poesia in Abbas Kiarostami è l’occasione per rendere omaggio al grande regista e poeta, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e di seguire nel tempo, alla sua poesia in versi e per immagini… Nei versi come nelle immagini la poesia di Abbas Kiarostami è scarna ed essenziale, un canto solitario sui temi universali dell’uomo, sui dilemmi e le inquietudini dell’esistenza… Abbas Kiarostami era un poeta a partire dallo sguardo, attraverso cui sapeva cogliere la profondità della natura, talvolta la sua meraviglia, la poeticità del reale…” Anna Albertano

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Still of 76min& 15 seconds- prova

“Per me che sono stata per più di quindici anni interprete, in Italia, ma anche come amica, collaboratrice e soprattutto come grandissima ammiratrice della sua opera e della sua creatività è molto difficile parlare di Abbas Kiarostami. Credo che al mondo manchi veramente qualcosa da quando lui non c’è, ma per fortuna ha lasciato una meravigliosa eredità di se stesso, perché la sua generosità nel creare e nel vivere la vita con grande intensità, ha fatto sì che potesse produrre un’opera cinematografica ricca e bella lasciando al mondo intero un complesso di immagini visive, fotografiche, negli ultimi trent’anni, e anche il suo sguardo poetico al mondo e all’esistenza. Perché il suo sguardo poetico abbracciava e portava dentro di sé tutte le sue espressioni artistiche. Non c’è un’espressione artistica sin dalle immagini grafiche di quando ha iniziato a lavorare che non abbia in sé qualche senso mistico della poesia, che nella sua vita era veramente l’elemento fondamentale. La sua poesia è l’espressione del modo di percepire la realtà umana; ho pensato e ripensato e mi è molto difficile cogliere qualcosa di particolare, dei tanti momenti in cui sono stata vicina a lui per ragioni lavorative, di amicizia. Ho cercato di trovarvi qualcosa di molto nascosto, ma al contempo incisivo nel suo essere Kiarostami come lo era, una persona adorata da tutti coloro che lo conoscevano, dagli amici, dagli ammiratori da chiunque gli si avvicinasse, tutti rimanevano affascinati dalla sua figura artistica e umana…e mi sembra che il suo senso di complicità e il suo guardare l’universo attraverso l’altro, chi è di fronte, ha fatto di lui quello che era. Per lui, come ad esempio nel film, Dov’è la casa del mio amico? la salvezza dell’uomo è nella salvezza dell’altro, rischiando tutto però salvando ciò che si può salvare, l’amicizia, la relazione. Se noi percorriamo il suo cinema, la sua poesia, possiamo constatare che il centro, il perno della sua creatività è il suo legame con l’altro, con l’altra persona…in tutti i finali dei suoi film sembra che ci voglia abbracciare, portare con sé. La relazione, il legame, la complicità costituisce per Kiarostami il senso della vita di un essere umano, e questo fa di lui una persona eccezionale, unica…” Faezeh Mardani

E’ seguita la proiezione di 76 minutes and 15 seconds with Kiarostami (2016) di Seifollah Samadian Take me home (2016) di Abbas Kiarostami

 

 

IL RICORDO DI BABAK KARIMI

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“Ciao Abbas, sei stato un padre, un fratello maggiore, un amico, un maestro del cinema. Ora improvvisamente mi sento solo. Il vento ti ha portato via “.  

intervista di Katia Cerratti pubblicata su http://arabpress.eu/ciao-abbas-babak-karimi-ricorda-maestro-kiarostami/74376/

Così, l’attore iraniano Babak Karimi, Orso d’Argento a Berlino come miglior attore per il film di Asghar Farhadi Una separazione (Premio Oscar come  Miglior film straniero),  esprime sul suo profilo facebook il dolore per la morte del maestro, il regista Abbas Kiarostami,  spentosi ieri a Parigi all’età di 76 anni. Un rapporto speciale lo legava a Kiarostami, non solo professionale, ma anche, e soprattutto, umano, fatto di sguardi d’intesa, di complicità, di stima reciproca e di lunghe collaborazioni. Un maestro conosciuto per caso nel 1970, nel vicolo di un quartiere di Teheran, proprio quello in cui Karimi viveva da bambino, mentre Kiarostami girava uno dei suoi primi cortometraggi, Il pane e il vicolo. Babak aveva 11 anni e forse mai avrebbe immaginato che “da grande”, quel ventenne all’apparenza così introverso, sarebbe diventato uno dei suoi amici più cari, forse il più caro, nonché il suo maestro. A poche ore dalla scomparsa del grande regista, Babak Karimi ci racconta il suo percorso artistico, intellettuale e umano, spiegandoci come l’autore de Il viaggiatore (1974), Dov’è la casa del mio amico (1987), Close-up 1990, Sotto gli ulivi (1994), Il sapore della ciliegia (Palma d’oro a Cannes nel 1997), Tickets (2005), solo per citare alcune delle sue produzioni più famose, fosse noto al pubblico soprattutto come regista ma che in realtà la sua arte spaziasse dalla pittura alla scultura, al montaggio, all’illustrazione di libri per bambini, quei bambini che il maestro sapeva dirigere con estrema facilità e con grande rispetto e che furono sempre più spesso protagonisti di molti suoi documentari.

Nella tua carriera di attore, montatore e curatore dei dialoghi italiani di molti film di Kiarostami, hai avuto modo di conoscerlo non solo professionalmente ma anche dal lato umano. Chi era Kiarostami?

 Per molti anni ho vissuto in Italia, lontano dal mio paese di origine, e lui per me è stato un sostituto padre, il fratello maggiore che ho sempre desiderato avere, amico di confidenze, maestro di cinema, mi ha insegnato lo sguardo. Ho avuto la fortuna di viaggiare moltissimo con lui quando veniva in Italia per i suoi seminari, o quando era membro di giuria, abbiamo passato moltissimo tempo in treno, aerei, stazioni, per strada, negli alberghi. Noi abbiamo vissuto anche un quotidiano, non era solo un rapporto professionale e quando c’è questo tipo di rapporto, ovviamente, tutta una serie di cose private si mescolano a quelle pubbliche. Diciamo che ho imparato di più dalla sua frequentazione umana che dal suo cinema. Mi ha insegnato a guardare le cose distinguendo l’essenziale dal superfluo, a riuscire a trovare nel caos l’elemento centrale e a raccontare le cose con poco anziché abbellirle con particolari inutili. Questa è la lezione maggiore che ho imparato da lui. E’ una questione di visione, di cosa guardare e come guardare.

Asghar Farhadi ha dichiarato che Abbas Kiarostami ha cambiato il modo di fare cinema. Quale è, secondo te, lo spartiacque tra il suo cinema e quello hollywoodiano?

Il fatto di distinguere e riuscire a raccontare con le cose essenziali.  Credo che uno dei migliori nel cogliere il principio della sua lezione sia stato proprio Farhadi. Molti lo hanno imitato nella forma, pensando di diventare Kiarostami facendo inquadrature lunghe, silenziose, magari con mono personaggi, paesaggi belli e poetici. Non è esattamente così, dipende dalla problematica che stai trattando. In realtà, puoi applicare la sua lezione a qualunque tipo di cinema. Per esempio, David Lynch che faceva film che erano completamente l’opposto di quelli di Kiarostami, un bel giorno ha fatto un film che si chiama Una storia vera, la storia di un vecchietto che con la sua falciatrice per l’erba attraversava l’America per andare a trovare il fratello. So che lui è un grandissimo appassionato di Kiarostami e nel suo caso ho visto come sia riuscito a fare un film americano ma minimalista.

Dall’elezione di Ahmadinejad, Kiarostami ha deciso di lavorare all’estero. Condividi la sua scelta?

In realtà si è trattato di una coincidenza che, ovviamente, lo ha spinto di più a fare questa scelta però lui ha sempre avuto offerte all’estero. Ricordo, moltissimi anni fa, che i giapponesi gli avevano messo davanti un contratto praticamente quasi in bianco! La sua prima esperienza all’estero fu Tickets che girammo proprio in Italia e che io produssi insieme a Carlo Cresto-Dina e alla Fandango. All’epoca non c’era Ahmadinejad, eravamo completamente in tutte altre acque diciamo. Io penso che un regista, quando arriva a un certo livello, abbia bisogno di sperimentare anche altre strade, di misurarsi con altri contesti. In fondo anche Farhadi è andato in Francia, andrà in Spagna a fare un altro film, pur potendo lavorare tranquillamente in Iran. Dunque, quella con Ahmadinejad è una coincidenza. Diciamo che in quel periodo, pur potendo lavorare in Iran e all’estero, ha preferito fare esperienza all’estero, però, avrebbe potuto farle anche in Iran perché non gli è stato vietato.

All’Iran e ai giovani iraniani quanto e che cosa ha dato il suo cinema?

Abbas Kiarostami ha dato tantissimo perché all’estero è conosciuto soprattutto come cineasta ma in Iran è considerato un artista a tutto tondo perché si è cimentato molto anche nella poesia, nella fotografia, nella pittura, nella grafica, nelle installazioni, quindi segue una sua lezione più una lezione di arte e di sguardo che si può applicare a qualunque mezzo artistico. Ovviamente il cinema è lo strumento più facilmente esportabile e il suo nome è stato maggiormente associato alla regia cinematografica ma lui non si sentiva un regista di cinema in quel senso, per lui fare un film, poi andare a fare una mostra fotografica o una installazione aveva lo stesso peso. A seconda di quello che aveva dentro da raccontare, uno di questi mezzi era il più consono, ma il rigore e la dedizione che dava al lavoro e quella che era la sua visione, li ritrovi completamente intatti passando da un mezzo a un altro.

Con Il sapore della ciliegia ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1997, ma molte altre sue produzioni meritano di essere ricordate, come Dov’è la casa del mio amico?  del 1987 e la sceneggiatura de Il palloncino bianco di Panahi del 1995, solo per citarne alcune. C’è un suo film che ti è rimasto “dentro”?

Un po’ tutti perché i suoi film sono, come dire, un po’ a scoppio ritardato, magari nel momento in cui lo stai vedendo rimani affascinato dalla superficie della cosa ma poi i suoi film cominciano sempre dopo la proiezione. Il giorno dopo cominciano a tirar fuori tutto il loro aroma e a entrarti nelle pieghe strette dell’anima, quindi alla fine rimangono tutti dentro. Mi piace molto il suo primo corto che è Pane e vicolo, girato proprio nel vicolo dove abitavo io. Il mio primo incontro con lui infatti fu a 11 anni, tornai a casa e trovai una troupe che stava girando, allora non lo conoscevo, non sapevo chi fosse mentre anni dopo lo ritrovai ma in realtà ci conoscevamo già! Mi piace molto anche Il viaggiatore, il suo primo lungo, dove, in qualche modo, c’è tutto il cinema che lui farà in seguito, i semi sono già dentro e fa molta impressione, rivedendolo adesso, vedere che tutte le tematiche sono già dentro a quel film. Poi Sotto gli ulivi, trovo che rappresenti l’apice sia dell’espressione cinematografica che sentimentale, un buon connubio tra le due cose. Ogni suo film è una sperimentazione, a me piace molto Shirin che è stato molto bistrattato perché è una sperimentazione troppo avanti sui tempi, modernissimo, ma io ne sono un grandissimo fan. E’ un film in cui  non si vede il melodramma ma solo le facce delle donne che stanno vedendo il film, è tutto sulle reazioni degli spettatori ed è di una modernità sconcertante. In futuro verrà rivalutato e molta gente che ne parlò male dovrà chiedere scusa.

Kiarostami riusciva anche a dirigere i bambini con estrema facilità. Perché?

Certo, perché forse non tutti sanno che era ragazzo padre, dopo la separazione la moglie gli lasciò i due figli che lui tirò su e quindi tutta quella capacità di entrare in relazione con i bambini, di capirne la natura e la psicologia viene dalla sua esperienza diretta.

Jean-Luc Godard dichiarò  che ‘il cinema inizia con  David Llewelyn Wark Griffith  e finisce con Abbas Kiarostami’.  Ora è davvero finito oppure tra i registi iraniani emergenti riesci a scorgere un suo erede? 

Emuli ce ne sono molti, molti che dopo il suo successo, pensavano che copiandolo formalmente, usando i suoi ingredienti, avrebbero ottenuto lo stesso successo, ma in realtà non è così, perché poi non avevano la visione che aveva lui. Kiarostami faceva un cinema che gli era proprio, veniva tutto dalle sue esperienze, dalla sua visione, non ha mai seguito le correnti cinematografiche. Penso che un buon erede potrebbe essere colui che segue i principi suoi, ovvero: non seguire le mode, non seguire le correnti e raccontare cose che gli vengono veramente dallo stomaco.

A poche ore dalla sua morte, sulla tua bacheca facebook hai scritto un saluto struggente: “Ciao Abbas, sei stato un sostituto padre, un fratello maggiore, un amico, un maestro del cinema. Ora improvvisamente mi sento solo. Il vento ti ha portato via “. Quale è il più bel ricordo che hai di lui?

I nostri “cazzeggi” che avvenivano a volte anche in ambienti e situazioni formalmente molto serie…noi avevamo dei codici nostri che abbiamo creato nel tempo e a volte, con dei colpi di sguardo, facevamo delle battute e osservazioni che capivamo soltanto noi. Senza parlare. Avevamo un buon rapporto silenzioso.

UN RICORDO DI AMIR NADERI

 

“Due giorni fa hanno mostrato il mio film, Monte, mi hanno dato un premio, che mi ha reso molto felice e al contempo triste…ho detto che avrei desiderato che Abbas fosse qui. Eravamo molto amici  e al contempo gelosi del nostro lavoro, ciascuno di noi metteva tutte le energie nel fare cinema, anche se facevamo film molto diversi, il suo era minimalista …io sono uno zingaro, vado in giro per il mondo a fare film…questo premio lo voglio dedicare ai giovani registi iraniani.. Il mio cuore è spezzato… Abbas non appartiene soltanto al cinema iraniano, appartiene al mondo intero, è fin troppo poco dire che è un autore iraniano, la sua arte ha influenzato così tanta gente nel mondo col suo stile …e l’arte resta per sempre …e in ogni caso per me Abbas non è morto…”

(Venezia, 9 settembre 2016)

UN RICORDO DI PARVIZ SHAHBAZI 

 

(Venezia, 9 settembre 2016)

CON LO SGUARDO DEI BAMBINI (1)

Conversazione con  Abbas Kiarostami a cura di Luisa Ceretto

 

Come inizi a lavorare su di un film, quali sono gli elementi da cui trai spunto?

La costruzione per qualsiasi film dipende dal soggetto, così come dalle emozioni e dai sentimenti. Quando comincio a fare un film parlo molto con le persone coinvolte, credo che il lavoro vada fatto giorno per giorno, con le emozioni che provengono dagli attori non professionisti, dal soggetto e dalla memoria che ho delle mie stesse emozioni.

Nei tuoi film ci sono temi ricorrenti, il mondo infantile è uno di questi …

Come sai ho iniziato il mio lavoro facendo film per bambini, per l’Istituto Kanun (1). I bambini all’inizio non hanno rappresentato le mie emozioni, né i miei sentimenti, ma soltanto un lavoro commissionato dall’Istituto, un impegno in qualità di regista. Poco a poco, però, ho trovato in me stesso qualcosa che mi ha avvicinato molto a loro, forse perché era un modo per pensare alla mia infanzia e per sentirmi vicino alla gente. Anche la nascita di mio figlio ha avuto il suo peso. Se all’inizio, come ho detto, si è trattato soltanto di un lavoro su commissione, il rapporto successivamente è cambiato. Ecco perché i miei film ruotano spesso intorno al mondo infantile. Adesso è da tempo che non lavoro coi bambini, che non li ho più davanti alla cinepresa, e comunque vorrei poter guardare il mondo con il loro sguardo. Dopo aver lavorato per anni con loro, ho imparato che sono molto più adulti degli adulti. Se c’è qualcosa che accomuna i miei film e forse lo si percepisce vedendoli, penso che abbia a che fare con il modo di vedere dei bambini.

Hai detto che dalle difficoltà che ti pongono gli attori, tu puoi imparare molto. Cosa intendevi dire?

Appena ho qualcosa in mente la scrivo. Non sempre i personaggi immaginati nella mia mente riescono a trovare un corrispondente nella realtà. Cerco di avvicinarmi il più possibile al mio ideale. È molto difficile cambiare i personaggi una volta che li hai pensati, tuttavia cerco di farlo. In realtà più che cambiare i personaggi cambio me stesso, nel senso che cerco di essere più vicino a loro e di imparare da loro. Attualmente quando giro la prima scena, se l’attore di fronte alla cinepresa è molto rilassato e dice le cose in modo corretto, significa che anche la mia posizione è quella giusta. Se invece non avviene così, vuol dire che tra me e lui c’è qualcosa di sbagliato e cerco quindi di modificare o il mio punto di vista o quello della persona che ho di fronte. Se dopo tre volte non riesco a girare la scena e ad ottenere ciò che vorrei, mi rendo conto che veramente qualcosa non funziona e che bisogna fare dei cambiamenti. Gli attori non professionisti mi correggono sia come sceneggiatore, che, talvolta, come regista. Se, ad esempio, dico ad un attore di andare e di saltare da qui fino a lì e avverto la sua preoccupazione nel fare un’azione che nella vita reale non farebbe, cerco di modificarla, trovando una diversa soluzione. scansione0001

 

Da ciò che hai affermato, sembra che tu tragga molta energia dal lavoro sul set con gli attori e che ne sia come affascinato …

Sì, sono pieno di emozioni e di energie durante la lavorazione di un film, soprattutto quando trovo qualcosa di nuovo, ad esempio in un personaggio. Quando scrivo in modo molto attento e preciso, posso essere felice per un giorno o due … però dopo la preparazione di un film  -che dura un po’ più di due mesi- , nel momento in cui voglio iniziare le riprese sono senza energie, perché tutto quello che ho scritto nello script ormai lo conosco. Quindi desidero, spero ogni giorno di poter trovare qualcosa di nuovo rispetto alla pagina scritta, in quel caso sono molto felice …

Nei tuoi film trasferisci questo speciale sentimento che nasce durante la lavorazione. Persino la cinepresa entra nel film, come se fosse un personaggio …

Cerco di non scrivere mai uno script molto preciso. Quando vedo i miei film, talvolta mi accorgo di aver aggiunto una sequenza rispetto a quanto avevo previsto, che ho trovato mentre stavo girando. Ad esempio, in E la vita continua una donna mi ha chiesto di poter partecipare al mio film, io, però, non avevo alcuna idea di cosa farle fare. Ho accettato, lei è venuta con noi e, una volta arrivati sul luogo delle riprese, ho pensato che sarebbe potuta comparire in una scena dove lavava dei pantaloni. Poi mi è venuto in mente qualcosa di diverso, potevo sviluppare un soggetto, l’ho trovato e le ho chiesto se poteva fare ciò che le stavo proponendo ed ha accettato. E lo ha fatto molto bene e l’idea si sarebbe potuta ulteriormente sviluppare. Così facendo, una sequenza di circa sei minuti era venuta fuori da sola … Cerco sempre qualcosa che emerga dal personaggio, dall’atmosfera, dalla gente, certe volte anche da persone che si trovano lontano dalla cinepresa. Prendo tutto e lo pongo di fronte ad essa e continuo a girare. A volta anche solo un passante, cammina, io lo vedo e lo riprendo, magari gli chiedo se può fare qualcosa.

Come regista, dopo aver creato una storia, puoi costruirne molte altre, i tuoi attori, invece, vivono quella sola storia, e poi ritornano ad una quotidianità non sempre facile …

Io torno spesso nei luoghi dove ho girato i miei film. Per esempio, terminato Sotto gli ulivi, sono andato a salutare uno ad uno i miei attori, Hossein, Taorè e gli altri. Penso che lo sappiano che si tratta di una sola volta, durante tutta la lavorazione del film io ricordo loro che non sono artisti. Per esempio ad Hossein, che in Sotto gli ulivi è il ragazzo che porta il tè, anche nel corso delle riprese, come si può vedere nel film, dopo ogni ciak io gli chiedo di dare il tè alle persone. Così facendo non c’è distinzione tra il lavoro ed il personaggio, non volevo che lui credesse che il suo personaggio e la sua vita potessero cambiare, doveva essere chiaro che si trattava di una volta soltanto. Anche se per me la situazione è diversa rispetto a quella dei miei interpreti, mi chiedo spesso se non sia preferibile fare un bel sogno una notte e poi svegliarsi con quel ricordo, piuttosto di farne uno brutto. Il mattino successivo avrai due differenti sensazioni. Se hai avuto un brutto sogno, avrai un brutto ricordo e non vorrai più farne, perché pensi che l’indomani sarà necessario, per recuperare energie, essere molto più felice del giorno precedente. Per tutti i personaggi dei miei film, potrebbe essere come un sogno, perché non è la realtà, bisogna tenere ben separati i piani. Sono un regista, devo andare ovunque e avere molte esperienze, fare nuovi film. Non posso lavorare con un unico interprete per sempre. Ho detto ad Hossein che poteva venire con noi, avere una buona esperienza sul mio prossimo film, ma che sarebbe stato per breve tempo. È sempre meglio avere un buon ricordo rispetto ad uno cattivo. I sogni sono molto importanti e nella vita ne puoi avere bisogno. Io invito le persone a venire sui miei set per due o tre mesi, oltre quel periodo, non posso assumermi alcuna responsabilità …

Si ha l’impressione, a partire da Close up a Il sapore della ciliegia, che tu voglia in qualche modo evidenziare i meccanismi della finzione, la messa in atto della rappresentazione. Come tu stesso hai più volte dichiarato, ciò che ti interessa maggiormente è la verità, che non ha necessariamente a che vedere con la realtà. Spesso, invece, a proposito del tuo cinema, si parla di realismo, come se fosse il registro fondamentale dei tuoi film …

Sì, hai ragione. Il mio cinema sovente viene frainteso, non è basato sulla realtà, o meglio, anche se lo può essere, non significa che sia realistico. I miei film prendono spunto dalla realtà, ma non si lasciano racchiudere, cercano di trovare un modo nuovo per allontanarsi da essa. Come ha affermato Godard, “la realtà è un film che è stato fatto molto male”… Veramente non mi piace la realtà, perché il cinema è come un sogno, quando ti avvicini ad esso è perché ti sei stancato della vita reale.

Note:
1) intervista rilasciata al Festival di Locarno nel 1997 e pubblicata nel Quaderno del Lumière, Sguardi sull’Iran
2) Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei bambini e degli adolescenti di Teheran.

Locarno, 15 agosto 1997

Dal Quaderno n. 23, “I Quaderni del Lumière”  SGUARDI SULL’IRAN, a cura di Luisa Ceretto e Andrea Morini,  novembre 1997

 Il Quaderno è stato pubblicato in occasione dell’omonima rassegna Sguardi sull’Iran curata da Luisa Ceretto e Andrea Morini, è stata presentata a Milano, Modena, Bologna, Firenze, Torino, Reggio Emilia, Venezia, Genova e Roma dal 19 novembre 1997 al 20 aprile 1998, organizzata dalla Mostra Internazionale del Cinema Libero, Cineteca di Bologna, Farabi Cinema Foundation

LUISA CERETTO, critico cinematografico, fiduciaria Gruppo Emiliano SNCCI, lavora presso la Cineteca di Bologna. Coautrice di varie monografie cinematografiche (dedicate fra gli altri a Hou Hsiao-hsien, Marco Bellocchio, Emir Kusturica, Patrice Leconte), autrice di interviste a  Daniel Schmid, Jack Cardiff, Edgar Reitz, Bertrand Tavernier, Peter Greenaway, Istvan Szabò, Mark Cousins, Benoît Jacquot, Claude Goretta, collabora con la rivista “Cinecritica”, è nella redazione de “Il ragazzo selvaggio”. Ha curato insieme ad Andrea Morini la rassegna Sguardi sull’Iran, promossa dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con Farabi Cinema Foundation (novembre 1997- aprile 1998) in diverse città italiane, un focus sul cinema iraniano degli anni novanta, con la presenza di alcuni dei suoi più significativi autori, da Dariush Merjui, Bahrman Beizai, a Jafar Panahi; nell’omonimo “Quaderno del Lumiere”(n. 23) sono pubblicate le sue interviste ad Amir Naderi e Abbas Kiarostami.

ANNA ALBERTANO, scrittrice e autrice di raccolte di poesia. Ha intervistato e tradotto autori stranieri fra cui il Premio Nobel Nagib Mahfuz e Assia Djebar. Fra le sue opere, Progressivo silenzio (98), Notre-Tanz (2002), Dialoghi di un mattino di fine millennio (2006), La notte di San Giorgio (2007), Dando il blu (2009), Stagioni promesse (2013), Lettere d’Occitania (2015). Autrice di filmati, è tra i fondatori dell’Associazione Culturale Zeicon e di MC. Archivio. E’ ideatrice dell’evento Il sapore della poesia in Abbas Kiarostami.

FAEZEH MARDANI, insegna Lingua e letteratura persiana moderna e contemporanea all’Università di Bologna. Ha pubblicato il Vocabolario Persiano-Italiano-Persiano (Milano, 2000) e Parlo persiano (Milano, 2002) presso la Casa editrice A. Vallardi. Ha tradotto in italiano le poesie della poetessa iraniana Forugh Farrokhzad E’ solo la voce che resta (Aliberti ed., 2009) e l’ultima raccolta di poesie di Abbas Kiarostami Il vento e la foglia (Le Lettere, 2014).

GABRIELE VEGGETTI, critico cinematografico e didatta dei mezzi audiovisivi. Insegna Storia e Critica del Cinema presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Bologna. Collabora con la Cineteca di Bologna nel cineclub “Schermi e Lavagne”. Ha realizzato con Antonio Saracino il documentario Mauthausen115523-la Memoria Necessaria sulla vita del sopravvissuto Armando Gasiani, e nel 2013 Quello che resta sul graffito Nannetti di Volterra.

BABAK KARIMI, figlio di Nosrat Karimi, attore, regista e drammaturgo e di Alam Danai, attrice teatrale e regista. Debutta sul grande schermo a dieci anni nel film Doroshkechi diretto dal padre, successivamente è protagonista di numerosi spot pubblicitari. Dal 1971 si trasferisce in Italia dove studia all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione “Roberto Rossellini”. Dal 1991 svolge un lavoro di promozione del cinema iraniano in Italia, curando il doppiaggio di film di Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Abolfazl Jalili e Asghar Farhadi. Vincitore dell’Orso d’argento come miglior attore al Festival di Berlino 2011 nel film Una separazione, è interprete anche nei film Il passato e Il cliente di Farhadi.

AMIR NADERI. Tra le figure più influenti del Nuovo cinema iraniano, insieme ad Abbas Kiarostami, Amir Naderi si è affermato con film quali Davandeh (Il corridore, 1985) e Ab, Bad, Khak  (Acqua, vento, sabbia 1989). Dalla metà degli anni ottanta Naderi si trasferisce a New York dove prosegue l’attività registica.  Il suo nuovo film Monte, in prima mondiale a Venezia 2016,Il 5 settembre 2016 in Sala Grande, prima della proiezione del film, Monte, all’autore è stato consegnato il premio Jaeger-LeCoultre, dedicato a una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo.

PARVIZ SHAHBAZI. Assistente alla regia sul film che ha lanciato a livello internazionale Jafar Panahi, Il palloncino bianco, inizia la propria carriera registica realizzando e scrivendo cortometraggi. Il suo debutto nel lungometraggio avviene nel 1996 con Traveler from the South. Quattro anni dopo firma il suo secondo film, Whispers. Con Deep Breath, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs, al festival di Cannes ottiene importanti riconoscimenti. Attento osservatore dell’universo giovanile, alla Mostra del Cinema di Venezia, quest’anno, nella sezione “Orizzonti”, ha presentato il suo nuovo lavoro, Malaria.