CIAO ABBAS, SEI STATO UN PADRE, UN FRATELLO MAGGIORE, UN MAESTRO DEL CINEMA…Il ricordo di Babak Karimi

 

“Ciao Abbas, sei stato un padre, un fratello maggiore, un amico, un maestro del cinema. Ora improvvisamente mi sento solo. Il vento ti ha portato via “.  Babak Karimi con Abbas Kiarostami
intervista di Katia Cerratti pubblicata su http://arabpress.eu/ciao-abbas-babak-karimi-ricorda-maestro-kiarostami/74376/

Così, l’attore iraniano Babak Karimi, Orso d’Argento a Berlino come miglior attore per il film di Asghar Farhadi Una separazione (Premio Oscar come  Miglior film straniero),  esprime sul suo profilo facebook il dolore per la morte del maestro, il regista Abbas Kiarostami,  spentosi ieri a Parigi all’età di 76 anni. Un rapporto speciale lo legava a Kiarostami, non solo professionale, ma anche, e soprattutto, umano, fatto di sguardi d’intesa, di complicità, di stima reciproca e di lunghe collaborazioni. Un maestro conosciuto per caso nel 1970, nel vicolo di un quartiere di Teheran, proprio quello in cui Karimi viveva da bambino, mentre Kiarostami girava uno dei suoi primi cortometraggi, Il pane e il vicolo. Babak aveva 11 anni e forse mai avrebbe immaginato che “da grande”, quel ventenne all’apparenza così introverso, sarebbe diventato uno dei suoi amici più cari, forse il più caro, nonché il suo maestro. A poche ore dalla scomparsa del grande regista, Babak Karimi ci racconta il suo percorso artistico, intellettuale e umano, spiegandoci come l’autore de Il viaggiatore (1974), Dov’è la casa del mio amico (1987), Close-up 1990, Sotto gli ulivi (1994), Il sapore della ciliegia (Palma d’oro a Cannes nel 1997), Tickets (2005), solo per citare alcune delle sue produzioni più famose, fosse noto al pubblico soprattutto come regista ma che in realtà la sua arte spaziasse dalla pittura alla scultura, al montaggio, all’illustrazione di libri per bambini, quei bambini che il maestro sapeva dirigere con estrema facilità e con grande rispetto e che furono sempre più spesso protagonisti di molti suoi documentari.

Nella tua carriera di attore, montatore e curatore dei dialoghi italiani di molti film di Kiarostami, hai avuto modo di conoscerlo non solo professionalmente ma anche dal lato umano. Chi era Kiarostami?

 Per molti anni ho vissuto in Italia, lontano dal mio paese di origine, e lui per me è stato un sostituto padre, il fratello maggiore che ho sempre desiderato avere, amico di confidenze, maestro di cinema, mi ha insegnato lo sguardo. Ho avuto la fortuna di viaggiare moltissimo con lui quando veniva in Italia per i suoi seminari, o quando era membro di giuria, abbiamo passato moltissimo tempo in treno, aerei, stazioni, per strada, negli alberghi. Noi abbiamo vissuto anche un quotidiano, non era solo un rapporto professionale e quando c’è questo tipo di rapporto, ovviamente, tutta una serie di cose private si mescolano a quelle pubbliche. Diciamo che ho imparato di più dalla sua frequentazione umana che dal suo cinema. Mi ha insegnato a guardare le cose distinguendo l’essenziale dal superfluo, a riuscire a trovare nel caos l’elemento centrale e a raccontare le cose con poco anziché abbellirle con particolari inutili. Questa è la lezione maggiore che ho imparato da lui. E’ una questione di visione, di cosa guardare e come guardare.

Asghar Farhadi ha dichiarato che Abbas Kiarostami ha cambiato il modo di fare cinema. Quale è, secondo te, lo spartiacque tra il suo cinema e quello hollywoodiano?

Il fatto di distinguere e riuscire a raccontare con le cose essenziali.  Credo che uno dei migliori nel cogliere il principio della sua lezione sia stato proprio Farhadi. Molti lo hanno imitato nella forma, pensando di diventare Kiarostami facendo inquadrature lunghe, silenziose, magari con mono personaggi, paesaggi belli e poetici. Non è esattamente così, dipende dalla problematica che stai trattando. In realtà, puoi applicare la sua lezione a qualunque tipo di cinema. Per esempio, David Lynch che faceva film che erano completamente l’opposto di quelli di Kiarostami, un bel giorno ha fatto un film che si chiama Una storia vera, la storia di un vecchietto che con la sua falciatrice per l’erba attraversava l’America per andare a trovare il fratello. So che lui è un grandissimo appassionato di Kiarostami e nel suo caso ho visto come sia riuscito a fare un film americano ma minimalista.

Dall’elezione di Ahmadinejad, Kiarostami ha deciso di lavorare all’estero. Condividi la sua scelta?

In realtà si è trattato di una coincidenza che, ovviamente, lo ha spinto di più a fare questa scelta però lui ha sempre avuto offerte all’estero. Ricordo, moltissimi anni fa, che i giapponesi gli avevano messo davanti un contratto praticamente quasi in bianco! La sua prima esperienza all’estero fu Tickets che girammo proprio in Italia e che io produssi insieme a Carlo Cresto-Dina e alla Fandango. All’epoca non c’era Ahmadinejad, eravamo completamente in tutte altre acque diciamo. Io penso che un regista, quando arriva a un certo livello, abbia bisogno di sperimentare anche altre strade, di misurarsi con altri contesti. In fondo anche Farhadi è andato in Francia, andrà in Spagna a fare un altro film, pur potendo lavorare tranquillamente in Iran. Dunque, quella con Ahmadinejad è una coincidenza. Diciamo che in quel periodo, pur potendo lavorare in Iran e all’estero, ha preferito fare esperienza all’estero, però, avrebbe potuto farle anche in Iran perché non gli è stato vietato.

All’Iran e ai giovani iraniani quanto e che cosa ha dato il suo cinema?

Abbas Kiarostami ha dato tantissimo perché all’estero è conosciuto soprattutto come cineasta ma in Iran è considerato un artista a tutto tondo perché si è cimentato molto anche nella poesia, nella fotografia, nella pittura, nella grafica, nelle installazioni, quindi segue una sua lezione più una lezione di arte e di sguardo che si può applicare a qualunque mezzo artistico. Ovviamente il cinema è lo strumento più facilmente esportabile e il suo nome è stato maggiormente associato alla regia cinematografica ma lui non si sentiva un regista di cinema in quel senso, per lui fare un film, poi andare a fare una mostra fotografica o una installazione aveva lo stesso peso. A seconda di quello che aveva dentro da raccontare, uno di questi mezzi era il più consono, ma il rigore e la dedizione che dava al lavoro e quella che era la sua visione, li ritrovi completamente intatti passando da un mezzo a un altro.

Con Il sapore della ciliegia ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1997, ma molte altre sue produzioni meritano di essere ricordate, come Dov’è la casa del mio amico?  del 1987 e la sceneggiatura de Il palloncino bianco di Panahi del 1995, solo per citarne alcune. C’è un suo film che ti è rimasto “dentro”?

Un po’ tutti perché i suoi film sono, come dire, un po’ a scoppio ritardato, magari nel momento in cui lo stai vedendo rimani affascinato dalla superficie della cosa ma poi i suoi film cominciano sempre dopo la proiezione. Il giorno dopo cominciano a tirar fuori tutto il loro aroma e a entrarti nelle pieghe strette dell’anima, quindi alla fine rimangono tutti dentro. Mi piace molto il suo primo corto che è Pane e vicolo, girato proprio nel vicolo dove abitavo io. Il mio primo incontro con lui infatti fu a 11 anni, tornai a casa e trovai una troupe che stava girando, allora non lo conoscevo, non sapevo chi fosse mentre anni dopo lo ritrovai ma in realtà ci conoscevamo già! Mi piace molto anche Il viaggiatore, il suo primo lungo, dove, in qualche modo, c’è tutto il cinema che lui farà in seguito, i semi sono già dentro e fa molta impressione, rivedendolo adesso, vedere che tutte le tematiche sono già dentro a quel film. Poi Sotto gli ulivi, trovo che rappresenti l’apice sia dell’espressione cinematografica che sentimentale, un buon connubio tra le due cose. Ogni suo film è una sperimentazione, a me piace molto Shirin che è stato molto bistrattato perché è una sperimentazione troppo avanti sui tempi, modernissimo, ma io ne sono un grandissimo fan. E’ un film in cui  non si vede il melodramma ma solo le facce delle donne che stanno vedendo il film, è tutto sulle reazioni degli spettatori ed è di una modernità sconcertante. In futuro verrà rivalutato e molta gente che ne parlò male dovrà chiedere scusa.

Kiarostami riusciva anche a dirigere i bambini con estrema facilità. Perché?

Certo, perché forse non tutti sanno che era ragazzo padre, dopo la separazione la moglie gli lasciò i due figli che lui tirò su e quindi tutta quella capacità di entrare in relazione con i bambini, di capirne la natura e la psicologia viene dalla sua esperienza diretta.

Jean-Luc Godard dichiarò  che ‘il cinema inizia con  David Llewelyn Wark Griffith  e finisce con Abbas Kiarostami’.  Ora è davvero finito oppure tra i registi iraniani emergenti riesci a scorgere un suo erede? 

Emuli ce ne sono molti, molti che dopo il suo successo, pensavano che copiandolo formalmente, usando i suoi ingredienti, avrebbero ottenuto lo stesso successo, ma in realtà non è così, perché poi non avevano la visione che aveva lui. Kiarostami faceva un cinema che gli era proprio, veniva tutto dalle sue esperienze, dalla sua visione, non ha mai seguito le correnti cinematografiche. Penso che un buon erede potrebbe essere colui che segue i principi suoi, ovvero: non seguire le mode, non seguire le correnti e raccontare cose che gli vengono veramente dallo stomaco.

A poche ore dalla sua morte, sulla tua bacheca facebook hai scritto un saluto struggente: “Ciao Abbas, sei stato un sostituto padre, un fratello maggiore, un amico, un maestro del cinema. Ora improvvisamente mi sento solo. Il vento ti ha portato via “. Quale è il più bel ricordo che hai di lui?

I nostri “cazzeggi” che avvenivano a volte anche in ambienti e situazioni formalmente molto serie…noi avevamo dei codici nostri che abbiamo creato nel tempo e a volte, con dei colpi di sguardo, facevamo delle battute e osservazioni che capivamo soltanto noi. Senza parlare. Avevamo un buon rapporto silenzioso.

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