INCONTRO CON NANNI CAGNONE di Bruno Brunini

“Leggere le opere di Nanni Cagnone, opere in prosa o in poesia, è fare una significativa esperienza di libertà” scrive di lei Enrico Cerasi (1). “Non si tratta solo di libertà dai circoli accademici o letterari… essere liberi significa assentire a qualcosa che ci oltrepassa e ci mette in questione. L’opera di Cagnone è appunto un esempio di questo essere oltrepassati”. È difficile oggi per un poeta difendere il valore dell’arte e della libertà?

Questo è un mondo che visibilmente ci offende, e non ci si può difendere se non continuando a fare a modo nostro, tenendo sveglia la solitaria e spesso malvista possibilità che persino io credo di rappresentare.

“Non c’è alcuna profondità in poesia” lei scrive in Andatura. “C’è, tremenda, l’insonnia della superficie”. E in The Book of Giving Back: “Solo superficie, polvere soltanto, / ma inattesa polpa incantata / dell’autunno, se passo / qui dov’è il mio peso / come un segno in un libro, / una risposta, e facili nuvole / sopra le rondini, e sotto, / piú sotto, senza mai saperlo, / l’orlo d’erba del passato. / Niente, neppure una parola. / L’oro guarda l’argento”. Si potrebbe pensare che tra superficie e abisso esista un’antinomia che è impossibile conciliare? Ci può parlare di questi suoi versi?

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Nanni Cagnone ed Emilio Villa

 

Quando rileggo certi miei versi, ho l’impressione di non capirli. Cosa tendevo a dire? Riguardo all’asserzione di Andatura, direi che non m’ha mai convinto l’idea della profondità: è sulla superficie che si trova tutto. Quanto ai versi successivi: forse, dicendo “qui dov’è il mio peso”, mi trovo a riunire presente e passato, incontro il punto in cui consisto, e questo accade sulla superficie, tra la polvere. Ma infine non c’è niente da dire, infatti l’oro non fa che guardare l’argento. Uno dei due potrebbe essere il presente, e l’altro il passato, oppure può trattarsi di due diverse condizioni personali.

Il ritorno credo sia uno dei temi centrali, che attraversa tutte le sue opere. Il ritorno che crea un tempo sospeso, mitico, dal momento che il viaggio in avanti nel futuro è anche un viaggio all’indietro verso un tempo delle origini, in cui l’esistenza individuale si delinea come destino. Il ritorno è dunque riavere il passato, è ritornare nella storia, per ritrovare l’essenziale e scoprire cosa ha spinto anticamente i propri passi nel lungo cammino verso l’irraggiungibile compimento dell’opera e di se stessi? Questo tema credo sia particolarmente evidente in un suo libro fondamentale, qual è Il popolo delle cose. Come si è sviluppata la dimensione del ritorno, dagli esordi di What’s Hecuba e Andatura fino ai suoi ultimi testi?

Domanda difficile: dovrebbe risponderle l’attività intuitiva che decide in buona parte la poesia. È vero, uno dei temi da cui sono assillato è quello del ritorno: ma per me si tratta di “tornare altrove”, figura già presente in Vaticinio e titolo del mio penultimo libro di poesia. L’idea del ritorno preme anche sul romanzo Comuni smarrimenti, intrecciandosi con quella della difficoltà d’appartenere e del nomadismo che ci allontana dalla vagheggiata origine, benché in certo modo si tratti sempre di far ritorno e di restituire quel che l’esistenza ci ha dato, come chiede il titolo The Book of Giving Back.

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Bomarzo

Al tema del ritorno si lega quello del tempo, del sostare nel presente, sulla soglia dell’ignoto e sostenerne la visione. Il tempo  è dunque un altro cardine essenziale della sua poesia. A tal proposito, in un frammento della sua opera Discorde, lei ripensa a certi film di Takeshi, sospesi nell’attesa di un evento che non si sa bene se accadrà. “Una delle virtù di Kitano Takeshi è il suo darsi tempo: stare fermo-zitto ad aspettare, quasi dovesse completarsi da sé l’inquadratura”. Analogamente al cinema di Takeshi, c’è un senso di attesa nei suoi versi, che entrano in modo particolare nell’animo di chi legge e inducono a sostare, chiedono una lettura paziente, non frettolosa, proiettando le scene in un tempo sospeso non più misurabile, in cui senso della durata e attimo si fondono, mentre la presenza simbolica si fa intensa ed emergono antichi archetipi. Ci può dire cosa ha comportato l’importanza del sostare sulla soglia per la sua scrittura poetica?

Quel che dice è vero. Riguardo al tempo, credo d’essere un incosciente: vado e vengo nel tempo, come tra visibile e invisibile, veglia e sonno, vivi e morti. Continuamente oscillo, e mi trovo sempre su una soglia che in certo modo è indecidibile: soglia di che? Non faccio che insistere, attendere e sfiorare. Insomma, resisto. Foto2

L’asintoto, in matematica, come è noto, è la tangente all’infinito della funzione, una retta che si avvicina indefinitamente alla funzione senza mai toccarla. E in Discorde lei afferma: “la più profonda esperienza della poesia è quella d’una lontananza costitutiva”. Questo concetto è un elemento fondante della sua poesia? Ne può parlare?

Non poter raggiungere, essere costretti a un’incolmata lontananza, credo sia la condizione preliminare d’ogni impresa dell’animo e della mente. Si può pensare a un’incapacità originaria, a un fallimento. Ma siamo il prodotto d’una continua imperfezione organica, siamo caotici e difettosi, e questo non è soltanto inevitabile: mi piace.

I suoi studi, le sue letture riguardano vari ambiti della conoscenza. Il suo impegno formale, l’elaborato livello di meditazione, antica pratica della mente, presente nella sua scrittura, ci ricorda che la poesia, anche parlando dell’oggi, ci ricongiunge alla saggezza degli antichi, alle radici della lingua e alla sua tradizione. La voce dei classici, infatti, come una musica, anima le sue parole, risuona potente, crea un ritmo nei versi, scandisce i suoi pensieri, i diversi stati d’animo, i momenti solenni della vita. Fin dall’inizio si è posto in dialogo con la cultura antica, con la tragedia del mondo classico greco, un esempio è la sua mirabile e originalissima traduzione della tragedia di Eschilo, Agamennone. Così grazie ai suoi versi e alle sue traduzioni, la cultura antica torna a pulsare nel presente come un tempo eternamente vivo.

Cosa ha rappresentato la cultura classica per lei? Il mito antico può raccontare l’uomo moderno e riaffermare i valori della bellezza?

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Il passato non è antiquato. Come dice Henry Corbin, solo gli eredi sono sapienti, “hommes de savoir et hommes de désir”. Chi, vittima della mentalità d’oltreoceano, dice “past is past”, s’inganna. Guai a ritenere inattuali certi modi, certe parole. Si deve tenere con sé tutto il tempo. Negli ultimi decenni, l’interesse dei poeti per il mito è divenuto enfatico e ingenuamente narrativo. Non si tratta di nutrirsi d’antichi racconti, né (volendo riabilitare un’epoca inaridita) di confidare in aure, in qualità arcane. Invece di rievocare, ci si nutra dell’interezza della tradizione, e strenuamente si cerchi in sé una fondamentale fedeltà, senza distinguere dal presente alcun passato.

La sua opera Tacere fra gli alberi, in cui prevale una meditazione su se stesso, sulla propria storia personale, si conclude con un verso che riafferma il senso del titolo: “Sì, tacere fra gli alberi”, e ci riporta in mente Wittgenstein che nel Tractatus dichiara: “Sopra ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”. Questa sua opera ci fa comprendere ulteriormente la sua idea che la poesia può manifestarsi in dialogo col silenzio. Dunque è “il silenzio, soggetto del dire”, come  lei afferma in un altro suo libro, Discorde, ma in che modo? Qual è il cammino dalla voce al silenzio? E cosa custodisce il silenzio?

Quanto all’asserzione di Wittgenstein, la mia replica è la seguente: sí, ma ciò di cui non si può parlare va incluso in ogni modo nel discorso. Quanto al “tacere fra gli alberi”, questa per me è la pace: percepire, sapersi cosa tra le cose, accettare e provare gratitudine. D’altronde, il linguaggio è un’invenzione assai tardiva, un lunghissimo silenzio ci precede. Ad ogni modo, il silenzio è la culla d’ogni parola.

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Tornare altrove è il titolo di un suo recente libro di poesia, che ci riporta al tema dell’oltrepassamento e ci spinge a pensare che forse la sua poesia, in questo come negli altri libri, seguendo l’intreccio di prossimità ed ulteriorità, è una poesia che si pone in uno spazio vuoto e infinito, tra il già e il non ancora. Guardare altrove, volgere altrove lo sguardo, esprime allora negazione, utopia, il desiderio di andare oltre la tristezza del finito? Verso l’attimo in cui l’infinito si rivela?

Non riesco a immaginare l’infinito. Da questo pianeta, posso pensare soltanto alla finitudine, di cui è parte essenziale il sentimento del vuoto. Ma sono contento della finitudine, appagato dai suoi limiti. L’idea di “tornare altrove” complica ogni ritorno: non si tratta di un’archeologia personale, di rintracciare l’origine, di ricordare. Si torna a sé stessi, ossia si esercita una forma di fedeltà, muovendo nell’alterità, facendo esperienza d’un esilio, divagando. Divagare è la naturalezza del conoscere.

“Sale e diventa / scende e diventa, / si oscura. / È questa la forza / che volle lentamente / non agire? / Lingua del presente, / forma che manca / dopo tutte le forme. / Potessi almeno lasciarvi / un colore imperfetto”. La sua raccolta Doveri dell’esilio, da cui sono tratti questi versi, chiama in causa il tema dell’esilio. Che significato ha nella sua poesia? L’esilio è una distanza necessaria perché possa farsi vicinanza? È un presupposto nella prospettiva di una poetica del vuoto? E quali sono i doveri dell’esilio?

Il sentimento dell’esilio è, almeno per me, qualcosa di congenito: non ha a che fare con gli avvenimenti dell’esistenza, ma è richiesto dall’ardua condizione d’ogni essere umano, dalla sua estraneità, o disarmonia, rispetto al mondo. Implica dei doveri, che saranno diversi per ognuno di noi. Nel mio caso, potrei dire libertà, dignità, coraggio: insomma, grandezza d’animo. Chissà se ci sono riuscito.

Accanto alla sua opera di poeta vi è quella di narratore, saggista, traduttore, queste diverse attività interagiscono tra loro?

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maschera di Agamennone

Ci sono attitudini e umori che la mia poesia troverebbe scomodi. E ho un dovere dialogico che devo pur soddisfare, in modo a volte gentile e a volte rissoso. La mia indole ha non poche pretese: m’ha chiesto di ricorrere al romanzo, al racconto, al saggio, al teatro, alla poesia, all’aforisma, alla traduzione. Mi sono adattato.

A partire dal 1986 fino agli anni Novanta lei è stato artefice di un innovativo progetto con la casa editrice Coliseum, inventando una ricca collezione d’importante valore estetico. Ogni volume era curato con estremo rigore, dalla scelta degli autori alla grafica, alla qualità delle traduzioni. Può parlarci di questa esperienza?

Una casa editrice piccola e di poche risorse, il cui catalogo poteva sembrare eclettico, ma era in verità comparatistico. Un’intonazione – spero – individuale, un atteggiamento singolare. Si commemorano così taluni amori: è stato faticosamente bello finché è durato.

Ci sono episodi, opere, incontri, punti di svolta cruciali nel suo percorso poetico che ricorda in modo particolare?

No. Sono stato precoce e tardivo, appassionato sempre e troppo esigente. E ci sono state alcune felici amicizie che hanno influito non sul piano letterario ma su quello affettivo.

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Il suo ultimo libro in prosa: Dites-moi, Monsieur Bovary è qualcosa che allude a una nuova epoca?

Non credo: si tratta di un’opera ibrida, una ricapitolazione che potrei dire amorosa, in cui si mescolano opinioni, giudizi, sogni, ricordi, aforismi e frammenti poetici. L’ha definita bene Antonio Gnoli: “un poema e memoriale”. In certo modo, integra Discorde.

L’alto valore d’impegno etico e culturale la contraddistingue. Le sue opere che ne sono testimonianza, richiedono una lettura paziente e accurata e per lo più vengono pubblicate da piccoli editori che lavorano sulla qualità, in antitesi con il panorama editoriale dominante. Come vede la poesia italiana oggi, nell’epoca della rete e dei social media?

Se dicessi seriamente quel che penso, offenderei più d’uno. Mi limito a dire che lo standard dell’editoria e della poesia odierna (non solo italiana) è così modesto da sconcertarmi.

Si dice di lei che è un poeta appartato. Questa definizione riporta in mente Marina Cvetaeva che nelle lettere del 1926 scriveva: “mi sento come se non vivessi più in nessun luogo…”. La sua figura in penombra, l’essere in un luogo a parte, fuori delle mode, in uno spazio di nessuno, è una sua scelta personale o è qualcosa che le è stato imposto dallo stato delle cose in cui ci troviamo?

Un poeta ha bisogno di solitudine, condizione che non dev’essere imposta dalle circostanze. Anch’io, tra gli anni Sessanta e Ottanta, ho frequentato parecchia gente e fatto qualcosa in pubblico (Corpus scripsit, Pratica della lettura, L’arto fantasma…), ho collaborato a giornali e fondato la Coliseum. Ma, essendo essenzialmente anacronistico, ero soltanto di passaggio. In seguito, invece d’adattarmi e rassegnarmi, mi sono appartato per sempre. Tuttavia, la solitudine non può farsi isolamento: dev’essere accogliente, generosa. Se questa è l’ultima domanda-risposta, desidero ringraziarla per la qualità delle sue domande.

Note:

1)Enrico Cerasi, Acconsentire al mistero. La libertà di Nanni Cagnone www.nannicagnone.eu/pdf/ec.pdf

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