POESIE DI NANNI CAGNONE

da Andatura (1979)

perché è chiaro, non viene seguìto

nel più ampio destino nel presente,

tazza preparata da un’arsura

posandosi qui dove rovina.

perché chiaro, oppresso denso,

riunito nella forma di lambire

chiede difficilmente

il molto reciso.

esita se non attende,

quello che involve.

 

da Vaticinio (1984)

libro quinto della limitazione

Pólis, luogo difeso

dal suo limite, recinto

senza fessura senza vano.

Sua sostanza non è

in una radice, ma nella strana

adunanza che non tiene

nell’unico smalto di una pace.

Pólis, stanca statura,

luogo della terra

disfatto, calcolato.

 

Altro nome ha la porta,

dove s’impiglia nel suo sangue

il nemico: nome di lontananza,

come straniero che metta piede

nel vestibolo, ostile

e illeso cadendo tra una gente

che non deve ospitarlo

nella lingua, poiché

l’essere sicuro che dormiva

sul fondo ora si è smarrito.

 

Negli intricati depositi

dove idoli fermentano

e cose su cose

si scambiano il sudore,

certe notti prevale il vento.

Supera l’orlo delle mura

questo vento, sosia

degli Erranti, di coloro

che senza fondamenta

nel vuoto del passato

dispongono una stuoia

e non hanno denaro per il tempio

né tempio, ma riconoscenti

luoghi non preparati.

Gli Erranti, gente incompleta

che semina fuochi e teme

solo i tumulti della terra.

Si dice che raccolgano

la forza della polvere

e vadano all’assalto

senza esordio senza canti,

cipria di deserto

su inchiostri immaturi

e spaccio d’insonnia

nelle ultime stanze nei corpi

ingranditi e caduchi

ornati d’indigenza.

zen

 

da Armi senza insegne (1988)

 

Estremo non sarà un luogo,

che sempre può piegare su sé stesso

il suo ritorno – estremo è che non giunge

a compimento, porta ovunque con sé,

tiene collare senza domatura,

mi stringe adesso come

te orribile

invidiata temuta somiglianza.

 

 da Anima del vuoto, (1993)

Anima del vuoto,

cagionevole:

bastasse allontanarsi

per vedere

intere figure,

non avrei queste rovine

nello sguardo, non

questo battito oscuro.

Spinte di qua di là

senza capriccio,

saranno nubi

bambine sempre

quelle che saluto

dopo che dissolte.

 

da Avvento (1995)

In che consista la notte,

non importa.

E quale artefice

imponga di apparire

quando notte agita o preme,

non sappiamo.

Poi si conosce

certamente cieco

lo sguardo di mezzogiorno,

ché altro è lo specchio

altra la contesa,

e sono gli anneriti

incandescenti,

e partire è più saldo

d’esser giunti.

 

E’ questo,

il crepuscolo

a cui si è impreparati.

 

 

w.a

da The Book of Giving Back (1998)

Desiderio imparato rispondendo

vorrei fosse la mia arte –

spingere in mezzo la parola, dove

manca l’aiuto il fuoco è spento,

l’istante non conosce la sua storia

e le spezie messe in serbo

non sanno più di niente.

 

 da Il popolo delle cose (1999)

 T’incantano le strade

che si girano, che sciupano

la prospettiva, le rime

stravaganti e l’asfalto

che non segue la luna,

il funicolo torto che spinge

verso carezze barocche.

Nessuno accanto a nessuno.

 

 

da Doveri dell’esilio (2002)

Qualunque arte,

se non si fa smemorata

e senza mezzi, attenta solo

a seguire il movimento,

vale meno della sua materia.

 

Anche un albero,

fotografato

con troppa cura,

si allontana.

 

images agamennone

 da Index Vacuus (2004)

Investitura di stanchezza

-un altro privilegio

da non spartire – mentre

si chiude alla costa

una marea, e tu

-sgomento esempio –

pensi agli invisibili

(oh il lamentato spreco,

il lacero saluto),

pensi con sforzo

all’utilità del vuoto.

Tenere ultima con sé

quest’amicizia

per onde senza mare.

 

 

da Le cose innegabili (2010)

Spazio finito, orlo di tamburo.

Ti conviene incarnarti finché puoi,

racimolare luce anche di notte,

far cammino nella bruma

e non lasciarlo mai solo

l’istante, se no punge ogni cosa.

In fondo, in fondo al mareggiare

dei tramonti, al maturare insicuro

bruciore senza trama delle pene,

il solenne episodio delle foglie –

stormire e basta. Stormire.

 

 

da Penombra della lingua (2012)

 Vieni scorrere accanto,

mia diletta, e non essere mai

de la stirpe dei ricordi.

 

Conosci gli sposi della rugiada

e, nella silenziosa chimica

dei boschi, coloro che

concedono il mondo.

 

Non nominare la scure.

 

 

da Perduta comodità del mondo (2013)

 Un altro giorno,

nell’astrazione degli anni

e furibondo incedere

del cosmo, le stesse ore di ieri

il medesimo vociare,

tra una Venezia e una Las Vegas

siamo vivi, banalmente vivi,

elemosina di stelle sulla via

calesse che naufraga nel fango

uomo che implora

o incoraggia il pugnale – vivi

nell’imprudenza del vivere,

inquieti anche negli orti

di regina Lattuga.

 

Sarà oblio

il cigolar del carro verso i fiumi

ove convincere le trote

a eguagliar una danza –

io vi parlo volentieri,

care trote, piedi sul fondo

e corsive calligrafie

da questa canna.

 

Sì, c’è bisogno in Lunigiana

di lusinghe come in California,

e il mondo non si stanchi mai

dei suoi miracoli.

 

 tacere

 da Tacere fra gli alberi (2014)

La devozione

con cui coltivi il vuoto

è inerme come il sonno.

Di quanti versi hai bisogno

per non muovere un passo?

Prodiga tua malinconia

e sgretolata arguzia

del pensare, sillabe contuse

indolenziti accenti,

mentre dilegua una volpe

immiserisce il prato.

Non si passa senza pena

dal tuo mondo al suo –

più dell’amicizia

ha gravità la Storia.

 

 

 

da Tornare altrove (2016)

 Su questa lunatica

collina di mare,

noncuranza

o barbarie altrui

non può stancare

l’amicizia dei boschi,

né asservire

le indocili province

d’erba di nuvole.

L’acqua – non è spreco –

getta semi nella sabbia.

 

Potrei narrare

-nome nessuno-

o tacere, avendo cura

non superar la soglia

oltre la quale

si va solo su trampoli.

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