JACK CARDIFF, MAESTRO DEL COLORE

 

Cameraman-The-Life-and-Work-of-Jack-Cardiff-2010-3

Il cinema, quella grande scatola delle meraviglie che sin dall’inizio attrae l’attenzione e desta lo stupore di moltitudini di persone, deve molto all’evoluzione cromatica. Già dai suoi primi passi, il colore costituisce un elemento importante, una sfida e un traguardo da raggiungere. A partire dagli anni trenta e più ancora nel decennio successivo, l’invenzione del Technicolor sembra esaudire appieno gli obiettivi di registi e direttori della fotografia. Nel corso degli anni quaranta, lo spettacolo più bello del mondo, il cinema, diviene  la fascinazione attraverso lo schermo di quelle immagini coloratissime, la potenza visiva di sequenze di scenari imponenti alternati ai primissimi piani dei volti indimenticabili delle star più amate. Tra i protagonisti di questa immensa fabbrica dell’immaginario collettivo, che aveva e ha ancora oggi la grandezza di poter raggiungere tutte le latitudini del mondo, vi è Jack Cardiff, considerato uno tra i migliori direttori della fotografia di ogni tempo, regista, vincitore di importanti premi e in particolare, di due Oscar e due Golden Globe. Noto come “l’uomo che rende belle le donne”, grazie alla sua fotografia, ha illuminato i volti di icone della settima arte, da Ava Gardner a Audrey Hepburn da Anita Ekberg a Marilyn Monroe. Scomparso nel 2009, a novantaquattro anni, Cardiff nasce nel 1914 in una famiglia di attori di music hall. La sua carriera artistica ha inizio all’età di quattro anni come attore, in seguito abbandonata per proseguire come assistente operatore. Pionere nell’uso del Technicolor in Gran Bretagna, è sua la fotografia del primo film britannico girato con quel sistema, Sangue gitano (1936-37) di Harold D. Schuster, successivamente, durante la Seconda Guerra Mondiale, realizza documentari in Technicolor per il governo britannico.  Jack-Cardiff-and-his-port-006 (1)Il nome di Jack Cardiff è legato al duo registico Michael Powell ed Emerich Pressburger con cui, nel dopoguerra, ha l’opportunità di mettere alla prova il proprio talento, dando vita ad alcuni capolavori della storia del cinema, come Scarpette Rosse, Narciso Nero, e ancora, Scala al Paradiso. Film di straordinario valore, intramontabili, che ancora oggi, nell’epoca del digitale, costituiscono una scommessa artistica, un’avventura visiva. Pellicole che rappresentano importanti punti di arrivo sul piano dell’evoluzione del colore. A proposito di Scarpette Rosse, favola cupa, tratta da un racconto di Andersen, e in particolare della fotografia firmata da Cardiff, Martin Scorsese ha dichiarato: “I rossi accesi e i blu cupi, i gialli sgargianti e i neri profondi, i primi piani dei volti estatici o torturati, o le due cose assieme… un vortice di luci, suoni e colori si rincorrono nella mia mente dalla prima volta che vidi il film”. Titoli che per molti anni, addirittura decenni, sono stati pressoché invisibili e poco apprezzati dalla critica dell’epoca, soprattutto quella britannica che li guardava, per citare lo studioso John Ellis, “con una sorta di sgomento nervoso: come se fossero opera di un eccentrico maligno che sfortunatamente era anche un genio”. È soprattutto con loro che la maestria di Cardiff riesce ad esprimersi al meglio, nella composizione dell’immagine, nel saper creare atmosfere suggestive che si coniugano con una scrittura via via fantasiosa, allegorica, ricchissima di invenzioni, può trattarsi della descrizione di un universo artistico ossessionante in Scarpette Rosse, oppure di un viaggio allucinatorio in un’altra realtà in Scala al Paradiso, o del misticismo sensuale in una regione sperduta dell’Himalaya in Narciso Nero. Sono molti i registi con cui Cardiff ha poi collaborato, tra cui molti americani, anche solo per un film, da Mankiewicz a Hitchcock, passando per John Huston col celebre La regina d’Africa, all’eleganza di Laurence Olivier col Principe e la ballerina, per non dimenticare le incursioni con registi di genere, come John Milius. Parallelamente alla direzione della fotografia, Cardiff si cimenta nella regia di lungometraggi, poco più di una decina di titoli, a partire dal thriller Intent to kill del 1958. Successivamente realizza Sons and lovers (1960), tratto dal romanzo di D.H. Lawrence, proseguendo con The long ships (1964), Girl on a motor-cycle (1968). Lungometraggi con la predilezione per i grandi paesaggi, la ricostruzione in costume o l’avventura esotica, anche se certa critica non li ha mai particolarmente elogiati, privilegiando, alle doti registiche di Cardiff, quelle di direttore della fotografia.

Nel 1996 Cardiff pubblica Magic hours, un libro al quale affida le proprie memorie cinematografiche. L’”ora  magica” cui fa riferimento il titolo, è quella del crepuscolo, alla fine della giornata quando il sole tramonta e la luce diventa calda e dorata, la luce che il maestro amava catturare e ricreare nei film sui quali lavorava. Come ha osservato Bruno Roberti: “La sensibilità pittorica nel cogliere il potenziale plastico e cromatico della luce e nel far giocare la dinamica delle gamme coloristiche fin dentro il tessuto narrativo del film, ha fatto di Cardiff uno dei più importanti maestri della fotografia cinematografica, tanto che egli sperimentò subito le potenzialità compositive ed espressive del Technicolor (…). Le opportunità tecniche offerte dall’evoluzione del mezzo e dei formati cinematografici hanno sempre stimolato l’abilità di Cardiff nel comporre immagini di grande impatto spettacolare, come nel cinemascope di Fanny (1961) di Joshua Logan o nel vistavision di War and peace (1956) di King Vidor”. Nel 2001 Cardiff ottiene l’Oscar onorario alla carriera, che segue, cinquant’anni dopo, l’Oscar vinto nel 1948 per la suggestione simbolica e il virtuosismo fotografico dei colori di Narciso Nero di Powell e Pressburger, e l’International Award conferitogli dall’American Society of Cinematographers nel 1994.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Jack Cardiff nel 2000, a Bologna, in occasione di un suo breve soggiorno per la presentazione della copia restaurata di Scala al Paradiso diretto da Powell e Pressburger, e riproponiamo qui  l’intervista.