INCONTRO CON MILO DE ANGELIS di Anna Albertano

Milo de Angelis 3 (foto Nicodemo)

Foto di Viviana Nicodemo

 Lei è uno dei poeti più letti, conosciuti e amati degli ultimi decenni. Nonostante la sua poesia non sia sempre accessibile, ottiene puntualmente il favore dei lettori e della critica, ed è un modello per molti poeti. Si può dire che la sua scrittura sia un laboratorio permanente di analisi critica, illuminato dalle sue riflessioni e dal suo costante apporto nell’interpretazione. Cosa ne pensa e come se lo spiega?

Ho riflettuto a lungo, certamente, sulla mia poesia. Ma non posso dire di avere capito gran che. Forse ho capito meglio i poeti che ho amato, quei pochi. Sulla mia opera invece ho parecchi dubbi, anzi ho un dubbio permanente. Meglio affidarsi ai miei lettori, pazienti e ostinati, che ne sanno più di me. Il poeta è cieco proprio nei suoi territori nativi, quelli che abita da sempre e con cui intrattiene un rapporto di fuoco: li ama e al tempo stesso vuole fuggire lontano, li sente come la sua grazia e insieme la sua dannazione. È la persona meno adatta per offrire una testimonianza.

Tornando a qualche decennio indietro, con riferimento alla rivista milanese “Niebo”, da lei fondata nel giugno del 1977 e a quegli anni, di terrorismo e di “militanza integrale”,  lei ha detto: “Schierarsi con la poesia e difenderla dagli infami era da una parte un dovere politico e dall’altra un dovere assoluto, che non apparteneva solo a quel tempo e a quegli scontri, ma riguardava la solitudine di ognuno di noi, le sue più antiche e segrete passioni, quelle in cui ciascuno ha creduto da sempre e ha sperato con tutto se stesso che rimanessero vive e originali, che non venissero sepolte dai volantini dell’opinione ‘condivisa’”. (1) Rispetto a quegli anni, ma anche alle sempreverdi  “neo correnti” o neoavanguardie che definiscono ciò che la poesia dev’essere, escludendo ciò che ne fuoriesce, cosa può dire o aggiungere?

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Milo De Angelis, anni ottanta, foto Giovannetti

I militanti politici degli anni settanta, come gli umoristi dell’avanguardia, non prendevano sul serio la poesia. Io invece sì. Per questo, dopo qualche inutile tentativo di dialogo, ho deciso di non parlare più con loro. Ho deciso di parlare con altre creature. Creature che davano un peso decisivo alla parola. Quasi fossero davanti a una corte marziale. Naufraghi che si aggrappavano alla parola come a una zattera in mezzo ai pescecani. Alcune di queste creature erano vive e allora le inseguivo per tutta Italia, telefonavo, scrivevo lettere, mettevo annunci sui giornali e cartelli nelle scuole per creare insieme una rivista. Altre creature erano ferite a morte, come il poeta Ivano Fermini – e con loro il dialogo era possibile solo per lampi e barlumi, nei brevi istanti concessi. Altre ancora erano morte – come Paul Celan o Marina Cvetaeva – e con loro discutevo a lungo, soprattutto di notte.

Sempre in riferimento al gruppo milanese formatosi intorno alla rivista da lei fondata e diretta, alla vostra poesia definita orfica, lei ha detto: “noi di ‘Niebo’ cercavamo qualcosa che non ha luogo, anzi lo chiedevamo a voce alta:  un’eternità poetica, appunto, un’eternità senza appoggio e senza paradiso”.(2) Sono trascorsi trent’anni e dopo Somiglianze, del ‘76, lei ha scritto sette raccolte di poesia. E’ cambiato nel frattempo il suo modo di intendere la poesia?

Il mio modo di intendere la poesia non è cambiato: sono una creatura soggetta a rari mutamenti. Magari sono cambiate le poesie, che notoriamente non la pensano come il poeta e sul più bello lo piantano in asso. Ma il mio pensiero essenzialmente è sempre quello, monotono e ossessivo come all’inizio. Ripeterei dunque tale e quale quella vecchia frase un po’ enfatica che lei ha citato. Ripeterei persino la parola “eternità”. Le toglierei come allora ogni residuo cristiano (aeternus è un aggettivo antico, già presente nei lirici latini, dove si contrappone al caduco) e insisterei su quel suo essere selvatica, istantanea, senza appoggio e senza la garanzia di qualche ridicolo paradiso: un’eternità legata al guizzo della visione, come quella di Rimbaud: Elle est retrouvée. / Quoi ? — L’Éternité. / C’est la mer allée /avec le soleil.

Milo Idroscalo foto Nicodemo (2)

Foto di Viviana Nicodemo

La lingua poetica si misura con l’indicibile, l’inesplicabile, è un percorso di esplorazione, di apprendimento, da lei definito anche “esperienza iniziatica”. I racconti con cui talvolta illustra la genesi di una composizione, o qualche suo particolare aspetto, danno il senso di parabola, così come la lettura dei suoi testi, negli incontri col pubblico, di un momento rituale. Lei ne ha parlato in più occasioni, cosa intende per poesia come forma di scrittura che rivela?

 Sì, l’incontro pubblico, come lo scrivere, è un momento rituale. Inorridisco quando mi invitano a fare una lettura in un ristorante o in un supermarket. Inorridisco e ovviamente dico di no. La poesia ha bisogno di spazi silenziosi e carichi di attesa. Chi la ascolta deve essere passato per un’urgenza, deve essere assetato. E deve averla già incontrata, la poesia, magari oscuramente, magari sotto mentite spoglie, a qualche festa in maschera. Deve aver pensato: “ci rivedremo, non ti perderò un’altra volta, non mancherò all’appuntamento”. Ecco una vera lettura poetica ha il tono e la forza di questo appuntamento.

Milano Quarto Oggiaro (foto De Biasi)

Milano, Quarto Oggiaro, foto De Biasi

Dalla sua prima raccolta, Somiglianze, a Millimetri uscito nell’83, e poi Terra del viso dell’85, Distante un padre dell’89, Biografia sommaria del ’99, i suoi versi condensano disagio, inquietudine, inconciliabilità, dove l’urto della vita è costante, un impatto ruvido, un esistenzialismo che non è mai atteggiamento ma tensione verso l’assoluto, che non ammette indugi. Lei ha affermato: “La poesia è un atto imperativo, un grido di gioia, di soccorso, di memoria, di dolore … qualcosa che porta con sé l’ultima volta.” Un grido che probabilmente ha poco a che fare col grido o urlo di Munch, afasico, smarrito. Anche nel modo perentorio di concepire la parola: “Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi…  quello che verrà inciso sulla pagina”, una parola “non ritrattabile”. Può parlarne…

Se quella volta ho dato l’impressione di sottovalutare l’urlo di Edvard Munch, mi scuso profondamente. Munch è un pittore che amo da sempre – forse più di ogni altro insieme a Van Gogh, Schiele e Francis Bacon – e il suo urlo mi ha sempre visto rispondere all’appello. Certo, non è il solo urlo possibile. Talvolta l’urlo della poesia è proprio il suo, visibile e scagliato verso il mondo intero. Talvolta invece è un urlo trattenuto al suo confine, quando il panico cresce ma le labbra non rispondono. Talvolta poi è un urlo che insegue il proprio suono e non lo trova. Oppure si trasforma all’improvviso, mentre gli occhi osservano sbigottiti: era un urlo di ebbrezza o di esultanza ed eccolo mutato in un grido di paura, come in certi film dell’orrore dove fin dalla prima inquadratura si capisce che un eccesso di risate può rovesciarsi nel suo opposto.

Quell’andarsene nel buio dei cortili, uscito nel 2010, con cui ha vinto il Premio Mondello, un libro che lei ha definito “senza pace e senza armonia” è un’ulteriore fase in quella direzione, tra oscurità e squarci di luce offuscati sul nascere: “L’infinito appare nel poco,/ come l’ultima nota di un grido/ mentre si dilegua. L’attimo ci insegue…” (Il finale d’assedio)  “La necessità -ha detto- è sempre la stessa: strappare qualche parola al buio e consegnarla a uno sguardo” (3). Può spiegarlo?

Milano Giambellino anni sessanta

Milano, Giambellino, anni sessanta

 

Fin da bambino mi inseguiva l’immagine di un grande cortile buio dove vivono e respirano le parole, le nostre alleate più preziose, le uniche che ci consentono di salvarci, ossia di esprimere quanto ci è accaduto e continua ad accadere, di non lasciarlo nella dimora fredda del silenzio. Lei ha citato una poesia che mi è molto cara, una delle poche che conosco a memoria. “L’infinito appare nel poco, / come l’ultima nota di un grido / mentre si dilegua. L’attimo ci insegue. / Cosa ho amato? Forse quell’aria, / due centimetri, tra il corpo e l’asticella, / che dà luce a ogni applauso”. In un solo particolare della scena confluisce qualcosa di immenso, qualcosa che riguarda tutte le stagioni della nostra vita. E la scena è semplicemente quella di un saltatore in alto che supera la misura stabilita. Noi vediamo tra il suo corpo e l’asticella pochi centimetri di luce e questi due centimetri diventano il simbolo del salto riuscito e felice, del gesto che ha trovato il suo compimento: compimento infinitamente atteso che diventa anche il nostro.

 “Questa morte è un’officina/ ci lavoro da anni e anni/ conosco i pezzi buoni e quelli deboli…” è l’inizio della sua ultima raccolta, Incontri e agguati (2015). La morte è un tema centrale nella sua poesia, attraversa tutti i suoi libri. “In Tema dell’addio – ha spiegato – la morte mi ha chiesto di parlare, la morte che aveva fatto incursioni così violente e aveva ucciso una creatura amata. Uccidendo una creatura amata si ferisce tutto il mondo”. Può parlarne? E poi: “Tra i vivi e i morti c’è un filo spinato, c’è un filo ad alta tensione, ci si può avvicinare, si può anche guardare oltre, ma non si deve toccare, pena la vita”. Può parlare anche di questo?

Milo anni novanta (foto Toccaceli)

Milo De Angelis anni novanta, foto Toccaceli

Sì, è un filo spinato, un filo attraversato dall’alta tensione, come quelli che spuntano da certi pali telegrafici abbandonati in campagna e minacciano chi passa vicino. Nessuno deve toccare questo filo. Certamente non deve farlo chi è vivo e magari è tentato da un supremo avvicinamento. Ma non devono toccarlo nemmeno i morti, che per dialogare con noi devono essere interamente morti, non devono riavvicinarsi alla vita perduta o sentirne nostalgia. Ce lo insegna Montale in quell’arduo testo di La bufera intitolato Voce giunta con le folaghe, quando il poeta va a visitare la tomba del padre e gli chiede di tornare tra le ombre una volta per sempre. Per quanto riguarda la sua prima domanda, in Tema dell’addio c’è una poesia a cui sono molto legato e questa poesia può forse spiegare meglio di me la grande ombra che si estende da una singola scena a tutte le scene del mondo, da una singola ferita a tutte le ferite: “Quando su un volto desiderato si scorge il segno / di troppe stagioni e una vena troppo scura / si prolunga nella stanza, quando le incisioni / della vita giungono in folla e il sangue rallenta / dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba, / allora non è solo lì che la grande corrente / si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto / che abbiamo amato”.

Anche sul tema dell’amore, inteso come lacerazione, ferita, in senso fisico, ha fatto riferimento ad un confronto  conflittuale…                                                                 

La lacerazione e la ferita di cui parlavo appartengono a Lucrezio e ai suoi brani sull’amore nel quarto libro del poema, che ho tradotto per una vita intera e che costituiscono una vera e propria epopea della guerra tra i corpi e del gelo invalicabile. Nella mia opera – soprattutto in La corsa dei mantelli – c’è sicuramente un impeto agonistico che a volte si fa assoluto e mortale, ma in un senso direi cavalleresco, vicino al duello tra Clorinda e Tancredi nella Gerusalemme liberata. Daina – personaggio autobiografico – incarna questo spirito di sfida e di giostra.

Lei ha affermato che “la vita genera poesia quando non vuole essere una vita poetica, quando inciampa in vicende che la portano fuori da ogni libro, in gorghi, frenesie o terrori che non si sognano nemmeno di essere scritti”(4). Ma forse è solo attraverso la scrittura, l’elaborazione di versi, che quei gorghi, frenesie e terrori si pongono di fronte, si comprendono con maggiore evidenza. È d’accordo?

Certamente è così. La comprensione del mondo si compie per via espressiva, quando il mondo trova la sua parola, che è quella e solo quella, rannicchiata in una sua cuccia segreta: tocca a noi scoprirla e darla alla luce. Portando tutto questo all’estremo, sostengo da sempre che il fondamento della nostra visione attuale si intreccia profondamente con le parole udite e pensate allora su quanto vediamo adesso, come se il nostro sistema percettivo fosse “strutturato” da un linguaggio che ci precede, per usare la celebre espressione di Jacques Lacan a proposito dell’inconscio.

Milo De Angelis (foto Nicodemo)

Foto di Viviana Nicodemo

Ci può parlare del suo incontro con Viviana Nicodemo, un incontro tra linguaggi diversi, poesia e immagine, e del suo libro La parola data, pubblicato da Mimesis Edizioni, che raccoglie interviste da lei concesse dal 2008 al 2016, e contiene in dvd il docufilm di Viviana Nicodemo Sulla punta di una matita…                                                            

Per essere precisi: ci siamo conosciuti il 19 maggio del 2006 alla Casa della Poesia di Milano, quando si avvicinò a me una sconosciuta dal grande sorriso, Viviana Nicodemo, e mi parlò del suo progetto che univa poesia e fotografia. Più tardi Viviana è venuta a trovarmi e mi ha mostrato alcune sue foto. Queste immagini segnano visivamente l’inizio del nostro legame con la loro indimenticabile presenza che ogni giorno si rinnova nelle pareti di casa. La fotografia è imparentata con la lirica, con il suo scatto puntiforme e verticale, entrambe figlie dell’istante. C’è un patto tra di loro e ognuna ispira l’altra. Ho sempre creduto nell’ispirazione e Viviana è una creatura capace di ispirare infinitamente. Il suo sguardo sulle cose – così mobile e singolare –  la sua attenzione sottilissima, il suo attribuire un peso enorme alla parola, tutto questo è acqua di sorgente per un poeta, che ogni giorno si disseta alla sua fonte e ne sente la viva presenza. Viviana è un gatto. Possiede la veggenza dei gatti, lo sguardo perforante e la forza sensitiva. Sente la loro gioia e piange la loro sofferenza, come in queste giornate amare e incredule senza Luna, la nostra gattina bianca e nera morta nel pomeriggio di mercoledì 9 agosto.

Tutte le poesie, uscito di recente per Mondadori, raccoglie invece tutto ciò che ha scritto, dal 1969 in avanti, incluse poesie giovanili mai pubblicate, che offrono un nuovo sguardo sull’origine della sua poesia…                                                                                                                                                   

Sono stati anni fecondi, quelli che hanno dato vita a Somiglianze. Dalla fine del 1968 in poi è sorta in me una specie di furia espressiva, un’ispirazione permanente che quasi ogni giorno generava dei versi, mentre nel mondo fervevano utopie e ansie di rivoluzione, con decine di cortei e centinaia di tossici ciondolanti per le vie di Milano alla ricerca del grammo quotidiano e centinaia di pellegrini arancioni che s’imbarcavano per l’India, mentre qualche solitario in preda ai suoi incubi non usciva più di casa. Tutto questo ha fatto nascere il mio primo libro, nel 1976, ma anche molti testi che ho deciso all’ultimo momento di escludere e che pure toccavano i temi ossessivi (la ragazza spartana, la solitudine testarda, il gesto atletico) così frequenti in Somiglianze. Li ripropongo ora nel libro appena uscito da Mondadori. I migliori sono forse quelli scritti dopo il 1971, ossia dopo l’incontro con tre poeti importanti della mia formazione: Franco Buffoni, Michelangelo Coviello e Angelo Lumelli, con cui c’è stata una discussione estenuante e feconda su ogni riga di ogni poesia. Ad Angelo poi – come ho scritto nella nota introduttiva – devo il ritrovamento miracoloso di queste poesie, da lui custodite per più di quarant’anni con una cura e una fedeltà stupefacenti.

Milo De Angelis (foto Nicodemo)

Foto di Viviana Nicodemo

NOTE:

1)Claudia Crocco, Dialogo con Milo De Angelis, da “Semicerchio” numero LI, Le parole e le cose, 28 maggio 2015.

2)Ibidem.

3)Milo De Angelis, Strappare qualche parola al buio, 19 marzo 2017  http://www.doppiozero.com/materiali/milo-de-angelis-strappare-qualche-parola-al-buio.

4)Francesco Napoli, Colloquio con Milo De Angelis, in “POESIA” n. 231, Ottobre 2008 p.48.

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