XI – FRANCO LOI

Numero XI – Dicembre 2018

Sommario:

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Franco Loi, è nato a Genova nel 1930 da padre sardo e da madre emiliana. Seguendo il padre ferroviere si trasferisce nel 1937 a Milano, dove frequenta gli studi. Successivamente ha svolto vari lavori prima di impiegarsi presso l’ufficio Stampa della casa editrice Mondadori. Esordisce nel 1973 come poeta in dialetto con l’opera “I cart” edita dall’Edizione Trentadue di Milano e l’anno dopo, 1974, con “Poesie d’amore” edite da Il Ponte. Nel 1975 con Einaudi pubblica il poema “Stròlegh”, con prefazione di Franco Fortini. Nel 1978 scrive la raccolta “Teater”, edita da Einaudi, nel 1981 l’opera “L’Angel”, pubblicato a Genova dalle Edizioni San Marco dei Giustiniani e “L’aria de la memoria”, edita da Einaudi che raccoglie tutte le poesie scritte tra il 1973 e il 2002. Molte altre sono le sue opere, tutte scritte in dialetto milanese, tra le quali “Lünn”, “Liber”, “Umber”, ” El vent”, “Isman”, “Aquabella”. Oltre alle raccolte di poesia Loi ha anche scritto, nel 2001, un libro di racconti intitolato “L’ampiezza del cielo” ed ha pubblicato diversi saggi. E’ stato vincitore del Premio Bonfiglio per la raccolta Stròlegh, del Premio Nonino per Liber e ha ricevuto il Premio Librex Montale e il Premio Brancati 2008 (sezione poesia) con il libro Voci d’osteria. È stato insignito dalla Provincia di Milano della medaglia d’oro e ha inoltre ricevuto dal Comune di Milano l’Ambrogino doro e il “Sigillo Longobardo della Regione Lombardia”. Ha contribuito a numerose riviste e lavora tuttora per Il Sole 24 ore.

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FRANCO LOI E LA LUCE DELLA POESIA.

Nota di Bruno Brunini

…Le parole, i loro significati abituali, i nessi sintattici sembrano condurci su una strada e illuminare la nostra vita e la nostra mente, ma ne nascondono qualcosa. Quel “nascosto” è il vero dire della poesia. Nella poesia c’è una luce che abbaglia. Bisogna saper chiudere gli occhi e ascoltare e riascoltare se si vuole pervenire a ciò, non che il poeta sembra dire, ma che la poesia sa sussurrare nel suo interno respiro.(1)

Franco Loi

 

Franco Loi è tra i più affermati protagonisti della poesia italiana. Già nel 1978 Pier Vincenzo Mengaldo lo definiva,“la personalità poetica più potente degli ultimi anni”.

In diversi modi e percorsi, le opere di Loi, che ha scelto il dialetto come lingua di poesia, attraversano la storia italiana, dagli anni quaranta ad oggi, di cui è stato testimone. Il fascismo, la guerra, le fucilazioni dei partigiani e la liberazione, il mondo operaio e popolare della Milano anni Quaranta e Cinquanta, il boom economico, il sessantotto, la nascita del terrorismo, le trasformazioni sociali e tecnologiche, fino ad arrivare ai giorni nostri, di cui è ancora acuto interprete.

È autore di numerosi libri. A partire da Stròlegh, cui hanno fatto seguito Teater, L’angel e molti altri, Loi, senza mai perdere il candore e l’innocenza che caratterizzano il suo approccio alla vita e alla scrittura, rivive il legame con la sua città, Milano, riuscendo a fondere in modo impareggiabile una poesia di ampio respiro narrativo e sguardo visionario, esperienza individuale e storia collettiva, disincanto e indistruttibile speranza. Franco Loi copyright Giovannetti/effigie

Nei suoi testi, usa un dialetto milanese molto libero, ricco di contaminazioni e personali invenzioni, come scrive Maurizio  Cucchi(2): “l’opera di Franco Loi, partendo dalla memoria, in un flusso pressoché incontenibile ha riproposto autorevolmente la possibilità di un canto aperto e vitale, aderente alla realtà, in un contesto in cui la poesia era da poco uscita dalla sperimentazione, spesso chiusa in esercizi linguistici e labirinti di oscurità.”

Sono tanti i personaggi che s’incontrano nei  suoi libri, ed è attraverso il dialetto, mezzo espressivo ritenuto più capace di cogliere il carattere degli uomini, che Loi ha vissuto le esperienze della gente del popolo, nelle vicende quotidiane della vita. Il dialetto, d’altronde, era la lingua dell’antifascismo, poiché vietato nelle scuole, ed era necessario tutelare questa lingua da improprie unificazioni che violavano la specificità culturale dei popoli.

Nato a Genova nel 1930 ma trasferitosi a Milano nel corso della prima infanzia, è cresciuto negli ambienti popolari proletari di questa città, svolgendo in seguito svariati lavori, da quello allo scalo merci fino all’impiego all’ufficio stampa della Mondadori.

La poesia di Franco Loi, ha dunque le sue radici nella storia delle persone incontrate, in una profonda coralità espressiva.foto43

Mescolando fatti minimi in apparenza e riflessioni esistenziali, l’innocenza del bambino, dell’“angel” che contiene la visione di un mito, di un angelo caduto, e insieme la memoria di chi può dare voce a più persone, in una tensione deformante impressa al dialetto, la poesia di Loi, muovendosi sul confine tra conscio e inconscio, nell’arco della sua notevole produzione, sperimenta una grande libertà espressiva, agendo imprevedibilmente senza schemi precostituiti, grazie alla sua capacità di sentire come cambia e si arricchisce di continuo il parlare della popolazione e come sia inesauribile la molteplicità del reale, spesso nascosta all’uomo dalla routine quotidiana.

In versi dove si concentrano molteplici sensi e significati, trovano posto ricordi, emozioni, un fluire di immagini, avvenimenti, storie inascoltate, sentimenti di rivolta, senso del comico e verità taglienti.

Ma ogni nuovo libro, ogni nuova scoperta spingono a una nuova ricerca. La sua poetica, infatti, nel corso dei decenni ha attraversato varie fasi.

“È certamente vero che esiste una continuità di fondo nello spirito di tutte le opere di Loi – scrive Edoardo Zuccato(3) – …si nota però nei libri più recenti una crescente attenzione a temi astratti, speculativi e metafisici”

Se nei primi lavori è presente una più intensa rabbia civile, in cui si manifesta un espressionismo stilistico con un gusto popolare, evidente nella forma stessa dei testi, in opere successive come Lünn, Bach e poi Umber e Arbur, pubblicate tra gli anni Ottanta e Novanta, si nota un’apertura lirico-metafisica, sempre più tendente a un tipo di meditazione mistico religiosa, più distante dalla contingenza storico-politica.

In questa parte del suo percorso poetico, pur mantenendo intatto quel senso di stupore di fronte alla vita, Loi rivolge maggiormente il suo interesse alla ricerca fonetica, al mondo naturale e all’introspezione lirica che conduce il poeta all’ascolto di sé e a una riflessione dolorosa sulla morte.

Del resto per una personalità poetica complessa come Loi, il mondo è sempre al di là della logica, perché se l’uomo tende, in genere, a trarre immediatamente dall’ascolto di se stesso una consapevolezza razionale, per il poeta, invece, l’ascolto è un atto di adesione a ciò che si muove dentro di sé e a ciò che da se stessi emerge. foto22

Non è facile lasciarsi andare alla propria vita interiore, alla memoria, all’inconscio, lì dove la vita che fugge batte più forte, ma per il poeta è necessario farlo, è necessario ascoltare se stessi e gli altri. È così che la parola poetica contribuisce a scoprire i significati nascosti del nostro vivere, ciò che portiamo dentro senza averne coscienza.

“La poesia è qualcosa della nostra anima che dice ciò che noi non conosciamo – scrive Loi in La luce della poesia (4)- nella parola il poeta riassorbe l’emozione e gli inconsci pensieri dell’esperienza, e a volte i significati che gli erano sfuggiti persino nella riflessione… Mentre il più delle volte si vive dentro la mente, quando si è presi dalla spinta della poesia, si aderisce a ciò che non si conosce…  perciò quando esprimi qualcosa non devi seguire l’intenzione, ma devi lasciare che l’interiorità dica il movimento di quella cosa.”

In una poesia come la sua, che manifesta una costante mescolanza di modi, tempi, stagioni di composizione, e di registri linguistici, dal lirico al comico, al sarcastico, al grottesco, al realistico, al filosofico, al religioso, “si misura la completezza di un artista – scrive Roberto Caracci(5) – che nella sua opera riesce a parlare con la stessa efficacia dello sgocciolare delle foglie dei platani di Milano nella nebbia e di un corpo martoriato a piazza Loreto.”

 

NOTE

1)Franco Loi, La luce della poesia, ricordi, pensieri, sogni,  (Monte Università Parma, 2012) cit., p.22

2)Antenati: Franco Loi – Girodivite

3)Le lingue di Franco Loi – lulm  di Edoardo Zuccato  

4)Franco Loi, La luce della poesia, ricordi, pensieri, sogni, (Monte Università di Parma, 2012) cit., p.34

5)Franco Loi, Italialibri di Roberto Caracci

 

 

INCONTRO CON FRANCO LOI di Bruno Brunini

 

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Per iniziare, vorrei chiederle cosa ricorda degli anni della guerra, del fascismo e come da adolescente ha costituito una società antifascista ?

Non ero neanche adolescente, ero ragazzino, mio padre non è mai stato iscritto al partito fascista e mia madre era comunista, per cui ho fondato tra i ragazzini come me una società antifascista, avevo 10 anni.

Con la società antifascista organizzavate delle azioni di disturbo rispetto al regime?

Si, ad esempio, scrivevamo delle lettere, e le imbucavamo nelle ville vicino casa nostra, anche se poi sono venuto a sapere che in quelle ville non abitavano fascisti. Noi, visto che erano ricchi e avevano ville coi giardini, pensavamo fossero fascisti, e invece c’erano dentro socialisti e comunisti.

Questa esperienza ha influito sulla sua scrittura?

L’antifascismo non lo so, non è stato l’antifascismo, ma la mia capacità fin da bambino di leggere libri e organizzare delle attività. Dopo aver letto “I tre moschettieri” ad esempio, io organizzai una riduzione teatrale. Le bambine facevano i costumi di carta e noi bambini lo recitavamo nei cortili. Già a quell’età avevo letto scrittori di qualità come Tolstoj e molti altri, e quindi ero spinto dal piacere di giocare al teatro coi bambini e fare delle cose che non si davano mai nei teatri di allora, come per “I tre moschettieri”, perché erano cose che potevano far pensare ad altro, tanto più che eravamo in una fase di guerra e quindi  anche i francesi sarebbero stati nostri nemici.

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Milano è molto presente nelle sue opere. Per la sezione “poesie” qui di seguito all’intervista, riportiamo un  testo che ha dedicato ai partigiani fucilati dai fascisti il 10 agosto del 1944 a piazzale Loreto. Una strage di cui è stato testimone. Ricorda altri episodi e luoghi degli anni della guerra?

Si ce ne sono molti, ad esempio lo stadio, quando andavo a vedere le partite di calcio. Lì una volta i tedeschi, era il ’44, hanno fatto un rastrellamento e hanno portato via due miei amici più grandi di me, che avrebbero dovuto essere militari, io allora avevo 14 anni. Li hanno arrestati, li hanno chiusi negli spogliatoi dello stadio e hanno messo di guardia un soldato, in attesa di portarli alla centrale. Uno dei due miei amici, però, è riuscito a dare una botta in testa alla guardia che è svenuta, e così sono riusciti a scappare. Ho rivisto questo mio amico dopo la fine della guerra, il 26 aprile. Era in una camionetta con altri, quando mi ha visto, mi ha gridato e io gli ho risposto: “ma allora sei salvo!”. Lui è sceso dalla camionetta e siamo andati insieme verso viale Lombardia, dove c’era la scuola in cui ho fatto le elementari, e dove si era insediato il comando dei partigiani di tutto il rione, vicino alle case popolari di viale Lombardia. Così mentre camminavamo mi ha detto: “aspetta un momento”,  ha attraversato la strada e si è fermato con uno che passava di lì. All’improvviso il mio amico ha tirato fuori il mitra, glielo ha puntato addosso e mi ha chiamato, dicendomi  che il tipo che aveva di fronte era un fascista che l’aveva fatto arrestare tempo prima. Il mio amico era bravo, era un personaggio che ha fatto tante esperienze foto20partigiane.“Adesso vieni con me” gli ha detto al fascista: “tu eri quello che mi ha fatto torturare a Monza, non te lo ricordi?” “si me lo ricordo, ma era un processo”. “Allora adesso vieni con noi, faremo un processo anche a te”. Ma a un certo punto, mentre il mio amico si è voltato a parlare con me, il fascista si è girato di colpo, il mio amico credendo che avesse un’arma nascosta, gli ha sparato e il fascista è caduto ed è morto.Il mio amico però è rimasto malissimo e ha detto “Ma porca miseria! non doveva girarsi così, ero  sicuro che avesse un’arma in mano, non gli avrei mai sparato, l’avremmo portato al comando e avrebbe avuto un processo, mica l’ammazzavamo”. Sa io ne ho vissute tante di queste storie e me la sono sempre cavata.

E invece cosa ci dice del dopoguerra, com’era Milano, che clima si respirava? Prevaleva un senso di fiducia o di delusione per quello che è avvenuto dopo?

Quel che è avvenuto dopo è che appena finita la guerra, la gente aveva solo voglia di festeggiare. In una poesia ho scritto: “che giorni ragazzi, ogni giorno una balera, ogni luogo una balera, balera in strada, balera nei cortili…Milano che balla”. Ovunque nascevano sale da ballo, c’era un clima di festa popolare istintiva, per la fine di fucilazioni, massacri, bombardamenti, era una festa che esprimeva la gioia della gente per la fine di questa guerra che nessuno amava. Né fascisti, né antifascisti. Il dopoguerra poi è stato un periodo straordinario anche per chi aveva posti di rilievo. Alla Mondadori, dove lavoravo, ad esempio, c’erano persone di valore, aperte a tutto. Il direttore generale alla cultura era Vittorio Sereni, che era stato prigioniero in Algeria e aveva pubblicato “Diario d’Algeria”. Mentre l’editore, Arnoldo Mondadori, che era dovuto scappare in Svizzera durante il periodo della Repubblica di Salò, perché secondo il regime si era impegnato per il socialismo, dopo la guerra è tornato e i sindacati gli hanno riconsegnato la casa editrice. Da quel periodo in poi, tutti, compreso Arnoldo Mondadori avevano un fervore e un grande amore per la gente che lavorava. Ricordo che una volta sentendo gridare, corremmo fuori dagli uffici e vedemmo Arnoldo che gridava con un fattorino e diceva : “chi le ha ordinato di portare questi libri tutti insieme? Li ha rovesciati tutti per le scale. Ma lei lo sa cos’è questo libro? Lo ha fatto una persona e noi l’abbiamo stampato, e magari ci sono dentro cose che fanno il nostro bene e allora perché lei…”, “ma signor presidente mi hanno obbligato a portarne così tanti”. “Allora la prossima volta venga da me e rifiuti di portarne così tanti, perché i libri vanno trattati con rispetto.” Pensi! un editore che sgrida uno dei fattorini perché ha fatto cadere tutti i libri per le scale. Era una realtà diversa, piena di gioia ma anche di amore e di voglia di edificare una nuova società. Poi dopo è andata come è andata.

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Le sue opere attraversano periodi cruciali della nostra storia, ci sono riferimenti a diverse vicende, personaggi. Quest’anno ricorre l’ottantesimo anno delle leggi razziali. Ricorda qualche episodio relativo alla persecuzione degli ebrei?

La persecuzione degli ebrei è cominciata quando è scoppiata la guerra. Allora circolava il libro “I ragazzi della via Pal”,  un libro in cui i ragazzi si organizzavano in società per la libertà, che aveva avuto grande successo tra i ragazzi, e anche noi col nostro gruppo di amici, avevamo stabilito una prassi di libertà, c’era un amico ebreo tra di noi, ma non ci facevamo nemmeno caso, era normale stare insieme a lui.

La memoria è un elemento fondamentale del suo percorso poetico. Ma in Italia la conoscenza del nostro passato, la difesa della libertà è venuta meno, oggi i giovani non sanno cosa è stata la Resistenza. Da più parti ci sono rimozioni a partire dai mezzi di comunicazione e dalle scuole. Cosa ne pensa?

Penso che non si realizza la libertà se non c’è la conoscenza di se stessi, che tutti dovrebbero apprendere. Spesso viviamo senza capire quello che succede dentro di noi, ma la libertà nasce dalla conoscenza di se stessi e dal rapporto con la vita e con gli altri. Negli antichi templi sia quelli greci che latini, c’era scritto: “conosci te stesso”, perché la conoscenza di te stesso ti fa imparare che non abbiamo solo il corpo e non abbiamo solo la mente, ma c’è qualcos’altro che non riusciamo mai a conoscere profondamente. Quello che chiamiamo l’inconscio, un tempo si chiamava anima, perciò il lavoro di conoscenza di se stessi rende più possibile la realizzazione della libertà, altrimenti, se manca questa conoscenza di se stessi suppliscono le ideologie. Non bisogna dimenticare che Mussolini era stato un socialista e ha cominciato col dare delle opportunità: la mutua agli operai, le colonie per le vacanze dei bambini, e in quel modo le ideologie hanno sostituito il senso di libertà, che viene invece dalla conoscenza di se stessi.foto28

Spesso è la voglia di credere subito a tutto a generare la nostra fragilità. 

Si certo, per questo più si conosce se stessi, più si è liberi, vuol dire che se ad esempio mi piace il vino, lo bevo, poi mi fermo, perché so che mi fa male berne troppo, mi fa diventare un ubriacone, invece la gente beve il vino come se fosse un segno di libertà, ma non è così. A volte poi si crede di sapere tutto, solo perché si è letto qualche libro a scuola, ma non sappiamo un’infinità di cose. Quello che sappiamo è pochissimo rispetto a ciò che è misterioso nella natura. Einstein ha scritto: “non si perviene alle leggi universali per via logica, ma per intuizione”, dicendo questo dice una grande cosa, perché la logica viene dalla testa, quando si crede di sapere tutto, quando si sono apprese una serie di cose che hanno scoperto gli altri, non noi. Allora crediamo di sapere tutto, ma  in realtà, non sappiamo quasi niente, né della natura della terra, né dell’universo, perché nell’universo ogni volta si scoprono nuovi pianeti, nuove organizzazioni, simili alla nostra e tutto ciò ci fa di nuovo trovare di fronte a una macchia nera, che c’impedisce di vedere oltre. L’universo è immenso, ma non conosciamo neanche l’universo, le cose che ci circondano, la terra in cui viviamo, gli alberi, la natura, il rapporto tra la natura e l’aria. Oggi poi facciamo meno fatica con la tecnologia, però non si ha più l’equilibrio della natura e ce ne accorgiamo, perché un ottobre così non l’ho mai visto. Pensi che quando ero bambino, malgrado avessi fatto una società antifascista, c’era un tipo sui vent’anni che veniva a giocare con noi che ne avevamo dieci, quindici, e qualcuno ci aveva detto: “state attenti che quello è una carogna”, perciò quel tipo lo evitavo, cercavo di non avere rapporti con lui. Per tre anni è andata così, poi l’ho conosciuto e ho pensato: “ma se lui è una carogna un po’ lo sono anch’io” e allora non ho avuto più paura, né di lui, né di altri. La conoscenza supera la paura.

Ci sono anni, periodi della vita più intensi, significativi, che ricorda maggiormente ? 

Ce ne sono tanti, io poi ho girato dappertutto sono stato in America, in Cina e ho girato tanti luoghi, ho conosciuto molta gente. In Cina sono stato invitato dal sindaco di Pechino, ma quando  ho detto cose che non gli piacevano, mi ha fatto smettere di parlare, perché avevo attaccato il partito comunista. In quel periodo ero già uscito dal PCI. In passato ero stato responsabile della sezione del PCI a Milano, tra i giovani, nella sezione dove abitavo, e poi poco alla volta ho cominciato a capire che anche nel PCI c’era gente che faceva quello che facevano i fascisti e quindi ho dato le dimissioni, dopo l’ultima vigliaccata che mi hanno fatto. Ero andato in Inghilterra per fare un articolo che mi aveva chiesto il giornale “l’Unità”, che è andato benissimo. Poi mi hanno chiesto di farlo sulla Sardegna, allora sono andato lì nelle miniere a parlare con la gente, coi minatori, coi pescatori, e mi hanno detto cose che all’ ”Unità” non volevano pubblicare. Il direttore della pagina culturale mi disse: “la nostra ideologia ormai non conta più, tuttavia la gente non per coscienza, ma per ideologia continua a fare il proprio dovere, si chiamino cattolici o comunisti o liberali”. Io avevo scritto delle cose vere, apprese dalle persone, che ho incontrato, ma il mio articolo non è mai uscito e da allora non ho più collaborato con “L’Unità”. Successivamente ho proposto l’articolo al giornale “L’Avanti”, che me lo aveva chiesto. Ma il direttore, pur essendo entusiasta, mi disse che non potevano assolutamente pubblicarlo per non guastare i rapporti tra socialisti e comunisti. Dopo questa esperienza ho capito cos’era la politica. Ix_Franco_Loi_1994

Il suo primo interesse è stato il teatro, come è arrivato poi alla poesia e come si è delineata in seguito la sua scrittura?

Sono arrivato tardi a trent’anni, quando ho letto il poeta romano, il Belli, che mi ha colpito moltissimo, io avevo già scritto poesie in italiano, ma non ero soddisfatto di quello che avevo scritto, mentre quando ho ascoltato il Belli, mi ha colpito la musicalità del verso. Da piccolo, facevo un gioco con gli altri bambini:  ci si metteva in cerchio, in una decina di bambini,  poi toccava a qualcuno scegliere una parola qualsiasi e pronunciarla, e quando ad esempio si sentiva la parola porta, tutti insieme dovevamo ripeterla tante volte: porta, porta, porta… fino a quando uno dei ragazzi alzava la mano e diceva: “ma non sapete che non capisco più il significato della parola, sento solo il suono pt, pt, non si capiscono le vocali, sento solo le consonanti.” Comunque anche Carlo Porta che ho letto dopo, ha fatto un lavoro straordinario sulla musicalità, ma a me aveva colpito sopratutto il Belli.

La lingua del Belli però è anche molto sferzante, caustica…

Si, lui attacca la chiesa, il Belli ha scritto anche cose contro il Papa; “Il Papa si diverte” è una poesia tremenda.

Tornando al suo lavoro, le sue opere si distinguono anche per la peculiarità del linguaggio, per il lavoro sulla lingua. Come è arrivato alla scelta del dialetto, un dialetto milanese ricco di musicalità e di contaminazioni, che non corrisponde a quello della tradizione.

Con il dialetto si parla il linguaggio che ti fa capire la vita. Mentre a scuola insegnano le regole, la grammatica, le tecniche di scrittura, la gente invece che parla milanese inventa il dialetto continuamente e introduce altre parole. Ad esempio, finita la guerra c’erano sale da ballo dappertutto e con gli amici  andavamo a ballare a Porta Venezia o anche sul corso che costeggia i giardini pubblici, vicino alla stazione centrale di Milano. Una volta in un locale un amico ci disse: “andiamo via da qui perché c’è una ‘cumparsita’ che non mi piace”. La ‘cumparsita’ era il nome di un ballo sudamericano, ma lui l’aveva usato come fosse: “c’è un’atmosfera che non mi piace” introducendolo nel milanese.

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Così  tutti usavano la parola ‘cumparsita’ come atmosfera, e questo arricchimento continuo della lingua, la dice lunga su cos’è il dialetto e come la gente esprime nel dialetto le proprie emozioni e inventa la lingua, facendo attenzione al suono delle parole piuttosto che al significato, o a ciò che è regolare o irregolare. Non bisogna dimenticare che Dante ha scritto in fiorentino, non abbiamo gli originali, ma lo dice nel suo lavoro sullo scrivere che la lingua popolare è la più importante perché è la più libera, in quanto non ha regolamenti che impediscono la continua reinvenzione della lingua. Questo è quello che è successo quando ho ascoltato la gente, frequentato gli operai, sentendo cose nuove che in seguito ritrovavo nei grandi libri. A Sesto San Giovanni poi, avevo conosciuto un operaio, gli chiesi come andava nel lavoro, se era contento, e lui mi rispose in dialetto dicendo: “Mi piace lavorare ma i miei compagni che non fanno niente guadagnano più di me, perché fanno gli straordinari, però amo il mio lavoro,  imparo sempre qualcosa del ferro e qualcosa di me”. Ed è la stessa cosa che dicono i grandi poeti: imparo attraverso la poesia, imparo sempre qualcosa che non conoscevo e nello stesso tempo imparo qualcosa di me stesso.

La sua scrittura nasce dunque dalla vita, dall’esperienza, dall’ascolto delle persone, come esigenza di esprimere la voce di tante vite dimenticate, inascoltate che però hanno fatto la storia dell’umanità. È questo il principio che l’ha guidato?

Si certamente.

L’Angel” è una delle sue opere più belle, più note e complesse. Chi è l’Angel? È lei? È la storia, la memoria? O è un’ideale di solidarietà, di cui oggi è diventato difficile trovare traccia?

Io ho trovato sia una cosa che l’altra, che comunque fanno parte della mia esperienza. L’Angel è proprio il racconto della vita e dell’esperienza che ho fatto. L’attacco del libro dice: “vita, speranza della vita, paradiso…”

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Qualcuno tra i critici ha detto che tutta la sua poesia sia da considerarsi un unico grande poema e che sia rimasta fedele ai temi dell’esordio. Altri parlano di mutamenti nella sua ricerca. Ad esempio in alcune opere come “Lünn” del 1982 e poi “Bach”del 1986, lei ha dato più attenzione alla natura, alla ricerca fonetica. Cosa può dirci a questo proposito?

Ho pubblicato 32 libri di poesia e poi libri di narrativa poco conosciuti, non credo di aver mutato il modo di scrivere, è che ho avuto tante esperienze e ho parlato di queste esperienze, di quello che sentivo dentro. Io per esempio è dall’età di 14 anni che non vado in chiesa, ma credo in Dio, ho avuto anche esperienze straordinarie, spirituali e ho scritto anche di questo, e ogni volta che mutavo atteggiamento, l’esperienza mi faceva vedere altre cose. Ha ragione Marx quando scrive, verrà un giorno in cui scomparirà la classe operaia. E’ quello che sta succedendo adesso, si dovrebbe ricominciare tutto daccapo, perché la nostra ideologia non conta più. Pensi cosa scrive Benedetto Croce nel suo diario pubblicato dopo la sua morte: “nel filosofo, accade il medesimo che nel poeta, non è lui che filosofa, ma Dio o la natura. Anzi è la cosa che pensa se stessa dentro di lui”. Questo è importantissimo, e io dico ai ragazzi quando andate a letto la sera, provate a dire: stanotte sognerei quella ragazza che ho visto, mi piacerebbe tanto sognarla, oppure il mare, mi piacerebbe sognare il mare, oppure tante altre cose. No, invece tu vai a letto e sogni quello che la tua interiorità, che non conosci, ti dice e questo è importante.

La poesia può arrivare dove non arriva la coscienza, la logica, ha detto in una intervista, e quindi  ci aiuta a imparare qualcosa di nuovo. Cos’è la poesia per lei?

Le faccio un esempio, dai quindici ai diciotto anni ho ascoltato tanta musica e certe volte ascoltavo Mozart, Bach, e mi veniva da piangere e non capivo perché, non conoscevo la musica e non sapevo cosa dicevano con quella musica, però mi veniva da piangere. Ma questo poi succedeva a tante persone, quando andavo ai concerti, c’era sempre qualcuno che piangeva alla fine. C’era un’adesione a quella musica che penetrava nell’inconscio e il nostro inconscio sa più di quello che conosce la nostra testa. Per la poesia accade qualcosa di simile. La poesia non la facciamo con la testa ma con l’interiorità. La poesia è qualcosa della nostra anima che dice ciò che noi non conosciamo.

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Franco Loi e Mario Luzi

E secondo lei la poesia libera le emozioni come la musica?

Si come la musica, ma può farlo anche la narrativa o il teatro che era quello più proibito, perché stabiliva un rapporto diretto con la gente.

Oltre che con la memoria e con i ricordi, quanto ha inciso nella sua scrittura il rapporto con l’inconscio e con i sogni?

Ho dei quaderni, ho tantissimi quaderni raccolti durante la mia vita, perché da una certa età in poi ho cominciato a scrivere i sogni e a commentarli, a cercare di capirli e quindi ho qualcosa come una ventina di quaderni che non ho mai pubblicato, ma ce li ho lì. I sogni sono importanti, a volte li capisci, e i grandi sogni li fai sempre poco prima di svegliarti, sono sogni su cui devi riflettere, come dice Jung. Ma c’è sempre una parte di noi che non riusciremo a conoscere del tutto, è impossibile conoscerla totalmente dice Jung. Io ho letto molto al riguardo, Freud, Lacan. Jung però mi ha colpito di più, anche per quello che dice sul sesso. Il sesso è importante, lui dice, se tu dai retta al corpo, se ascolti il corpo, perché il corpo è bene ascoltarlo e sentire quali sono i suoi impulsi. Però bisogna anche cercare di dominare certi impulsi, altrimenti diventi un ubriacone, fai indigestione o fai un mucchio di cose che non dovresti fare. Jung scrive anche che non si può andare oltre un certo limite, è bene cercare di conoscere il proprio corpo, come è bene cercare di capire la propria testa, la propria intelligenza, ma non si possono stabilire delle certezze, perché le certezze non ci sono mai nella vita.”

Lei ha pubblicato nel 1981 una raccolta dal titolo “L’aria”. Il tema dell’aria mi sembra rilevante in tutta la sua poesia, è un tema che entra spesso nel lessico, nelle metafore.  Anche in un’altra raccolta “Isman” scrive: “dentro la parola io mi perdo/divento le cose del mondo, l’aria che passa”. Gliel’ho letta in italiano, mi dispiace, non sarei capace di leggere in dialetto. Ci può dire qualcosa su questo punto?

L’aria entra nell’atmosfera, ogni società e ogni costituzione politica ha la sua atmosfera che circola nella città, in mezzo alla gente. Quando parlo dell’aria, parlo anche delle circostanze in cui viviamo, delle cose che sento dalla gente e da me stesso. Anche ciò che mi disse l’operaio di cui prima le ho parlato: “il ferro e me…”, è qualcosa che è pari a quello che dice Dante, quando gli domandano: “Ma tu non sei quello che andava per le strade di Firenze cantando le sue canzoni? Io ti conosco nel purgatorio io ti conosco”, e lui dice: “io sono uno a me stesso che quando amor m’ispira, mi alita, mi muove, ascolto e prendo nota”. Ascolto e prendo nota, quel nota è tra due virgole e a quel modo “ch’ei detta dentro”, nel modo che detta dentro “I vo’ significando”, io vado riempiendo di segni e di significati, che sono significati di lingua e di cultura, ma come l’amore detta dentro. Ce lo insegna Dante. Se si legge bene La Divina Commedia, si scoprono tante cose. Ma “Il Paradiso” non lo insegnano quasi mai a scuola e anche se lo facessero, lo concerebbero male. Io poi sono uno che ama Cristo tantissimo, perché Cristo ha detto delle cose eccezionali. 1368440172768.jpeg--

Si può dire che la sua poesia ha un legame con il sacro e con la religione? Si può parlare di una dimensione mistica?

Si, anche se non aderisco a una ideologia. Dante nomina i personaggi che hanno testimoniato dell’esistenza di Dio, io invece dico che anche i contadini hanno vissuto esperienze che non riuscivano a capire e le dicevano alla sera nelle stalle. Si raccontavano cosa avevano visto, cosa avevano pensato, sognato e  dicevano cose strane che hanno sempre a che vedere con ciò che tuttora non conosciamo e non sappiamo.

In “Stròlegh”, affronta in un modo molto particolare il rapporto con il tempo, con la storia, il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Qual è il rapporto che la sua poesia ha con il mutamento, con il divenire incessante di ogni cosa?

In alcuni casi, nel mio rapporto con la dimensione del tempo, ho avuto anche esperienze straordinarie. Ad esempio Stròlegh  nasce dal ricordo di una esperienza e comincia con: “Sí, seri estrus, e te dirú, Nuénta,/ sun schittȃ giò a la gran piassa verta,/ e l’era l’aria, o l’era la granisa/ di tilli al Leuncavall che grapelaven/ d’un duls smuccius e d’un umbrià d’arbrisa.” Infatti eravamo in maggio e le foglie cominciavano a farsi vive, ma quella sera lì, nessuno l’ha capita, nessuno ha parlato di questo tema e ha capito che avevo vissuto la qualità del tempo, anche quelli che hanno fatto le recensioni positive. In quel periodo credevo di essere ateo, e in Stròlegh, parlo di una passeggiata, avevo 25 anni, leggevo Carlo Marx, Feuerbach ed ero positivista, e a un certo momento, mentre camminavo, davanti alla chiesa di Casoretto ho detto: “o l’era Casurett, tra i cȃ stramorta,/ che la strugiúla al campanil de gesa”. “Strugiúla” vuol dire che scivola al campanile di chiesa. “Sdruciola”, anticamente era una parola italiana, vuol dire scivolare in una terra che non è liscia, magari fatta con buche, con dislivelli. Quando ho girato l’angolo della chiesa, ho camminato sollevando una gamba a circa 20 centimetri da terra, un po’ come i bulli di periferia. Quella sera ero andato a trovare un mio amico con la febbre e gli avevo detto: “ma tu hai dentro qualcos’altro che l’influenza, hai qualcosa che non riesci a confessarmi”. Alla fine me l’ha confessato e io gli ho detto: “e va bè, io amo le donne e tu ami gli uomini, un avversario in meno”. “Ma come non ti arrabbi?” mi rispose, “ma perché dovrei arrabbiarmi, io posso provare a spiegare perché tu ami gli uomini e non le donne. È perché forse tu ami molto tua madre, per esempio”, e gli ho spiegato tutta la faccenda e alla fine gli ho detto: “adesso prova la febbre.” Ha provato la febbre e non l’aveva più. “Hai visto, che avevo ragione, tu non avevi l’influenza, avevi questo rospo dentro che ti mangiava e adesso ti è passato”. Una volta salutato il mio amico, sono uscito e quando ero per strada ho camminato, come ho detto prima, sollevando una gamba e Milano-Navigli-3poi l’altra. Poco dopo, mentre camminavo così lentamente, ho voltato l’angolo della chiesa e ho detto: “ma che strano vado così piano e invece mi sembra di correre forte. Perché il corpo corre? E invece non correvo per niente, dentro il tempo si era fermato, mentre nella testa c’era il tempo dell’orologio, erano circa le 23 e le 23,30, e pensavo: ma che strana cosa. E mentre camminavo, sempre di più mi pareva di stare fermo con la gamba destra e nello stesso momento dentro di me il tempo era rimasto immobile, eppure nella testa sentivo l’orologio e mi dicevo: “guarda, posso anche toccare la gente che c’è al di là del marciapiede, posso toccare le stelle, ma che strano!”. Allora ho capito di avere tre tempi in me, a ritmi diversi. Il tempo del corpo, il tempo dell’interiorità e quello della mente. Poi quando sono arrivato all’angolo di via Teodosio, dopo aver passato la strada dietro la chiesa, tutto si è capovolto, e ho pensato: “ma come! adesso si ferma una gamba!” come nei sogni, quando cerchi di scappare da una mano che ti vuol prendere. Io questo l’ho sentito da tanti ragazzi che l’hanno sognato; si scappa da una mano, si cerca di correre e non si riesce, si rimane fermi, più spingi la gamba, più non riesci a muoverla. E così è successo a me quando sono arrivato all’angolo, volevo correre perché proprio dentro di me, dall’immobilità che c’era prima è salita una velocità straordinaria. Chiamalo inconscio, chiamalo come vuoi, ma è proprio come se la mia anima corresse a perdifiato. Allora mi son detto: guarda come corre la mia anima, qui adesso c’è un altro tempo, come diceva Einstein, più vai a una velocità fortissima e più ti accorgi che non è ancora finita. Infatti quando ho girato l’angolo sentivo aumentare ulteriormente questa velocità incredibile.  foto33Mi sono messo a correre, eppure mi sembrava di star fermo, invece correvo, finché sono arrivato davanti casa mia e ho aperto la porta. Davanti a me c’era una barella con su il corpo immobile di mio padre. L’ho guardato, aveva gli occhi chiusi e le braccia lungo i fianchi e con la faccia rivolta verso di me, e ho pensato: ma è impossibile. Ho visto poi il lampadario che dondolava, poiché la porta aperta del cortile faceva entrare la corrente, ho riguardato mio padre e ho ripreso a correre, oltrepassando quella visione, infatti Stròlegh finisce che io salgo per le scale, suono il campanello di casa, mia madre apre e mio padre ride. In realtà, nessuno ha capito che quella visione che ho raccontato, era una premonizione di quello che sarebbe avvenuto, nello stesso identico modo, due anni dopo, quando mio padre  è stato trasportato in ospedale per una paresi. Ha ragione quindi Einstein che a seconda della velocità con cui andiamo bisogna stare attenti a come viviamo le cose.

Lei è considerato tra i più importanti poeti contemporanei, ha avuto molti riconoscimenti. Il suo ultimo libro: “voci d’un vecchio cantare” edito da “Il Ponte del Sale” cosa comprende?  foto25

In questo libro ho raccolto una serie di poesie che avevo, si tratta di cinquantasei liriche inedite, ma adesso non riesco neanche a leggere né a scrivere, è la cosa peggiore che potesse capitarmi, però imparo tante cose, imparo a fare il letto a curare qualcosa della casa. Ci sono altre funzioni che suppliscono a queste mancanze. Prima non facevo che scrivere e viaggiare, mentre adesso mi tocca fare tutti questi lavori.

Milano dunque ha avuto un posto centrale nel suo percorso poetico, nel suo immaginario e nella sua memoria. Milano  è anche una fucina di poesia, di poeti. Lei ha avuto rapporti con molte personalità della letteratura?

Ho amato molto Sereni, ho letto molto i francesi, gli inglesi, americani, ho letto tante cose, tanti poeti, anzi alcune cose me le facevo leggere da loro quando li incontravo e li conoscevo, perché un conto è leggerle, un conto è sapere come uno interpreta la propria poesia.

Attualmente ha dei rapporti con altri poeti della città, v’incontrate ?

Adesso non posso seguire nessuno, ne conosco tanti, ma adesso che ho 89 anni, non riesco ad avere molte frequentazioni. Non riesco neanche ad uscire, devono accompagnarmi. Certo sono legato a Milano ma anche a Genova, perché lì ho scritto alcune cose e ho tanti ricordi di Genova. Mi ricordo persino il nome della portinaia della casa, dove sono stato fino a sei mesi di età, così come ricordo tante persone conosciute allora. La memoria della prima infanzia diventa sempre più presente. Io poi camminavo molto per la città. Lei non ha idea quanto ho girato Milano, andando in giro dappertutto. Da bambino, sono andato anche a San Siro, attaccato al tram per un certo pezzo, finché una voce non diceva che qualcuno era attaccato dietro. I vecchi tram all’esterno, nella parte posteriore, avevano il predellino, io saltavo lì su e mi attaccavo alla maniglia che sporgeva dal vetro.

Ci sono autori rispetto ai quali sente affinità, o che hanno influenzato la sua ricerca?

Non posso dire questo perché molte cose le ho scritte anche prima di conoscerle, mentre ci sono tanti autori che ho amato.  Ma resta fondamentale Dante, che è una figura straordinaria. Malgrado i danni fatti dalla chiesa cattolica, dico che è un grande poeta. In principio ho scritto in italiano, ma pur amando Dante non si può imitare nessuno, ognuno ha la sua lingua. Dante poi ha scritto in toscano, perché dice nei saggi sulla lingua: la vera lingua e quella che s’impara dalla madre, dalla donna che ci allatta e dalle persone che ci sono intorno, quella è la vera lingua.425_bgr_Franco_Loi_220x500

In Voci d’osteria lei scrive, “se parlo da solo quando cammino / non è che sono coglione o imbalordito / ho qualcosa da dirvi e nessun altro  /mi viene incontro per ascoltare lo sfogo…”. Oggi ciascuno vive nella propria solitudine, qual è la solitudine di un poeta?

Questo è un brutto momento, ma vede la solitudine non c’è più quando s’incontrano persone come lei che intendono penetrare dentro la conoscenza dell’altro. E allora questo mi dà un grande piacere, perché di solito qualcuno ti fa due domande, poi le cambia quando le pubblica, invece lei non è così, per questo le dico venga a trovarmi, ci sono tante cose da dire.

 

POESIE DI FRANCO LOI

Da Stròlegh (Einaudi, 1975)

 

II

E dansi, furli,

e ’n’ambra glissetera m’involg,

la sbiava, la m’unda tra i cȃ sbiess,

che ‘l cör ciuscatt par brascia ’n’üseléra

d’aria bibiana e de smiròld beless…

Bel zéfir,brisa,

galȗpp d’un Casurett!

Tra mí e i mund  franguell gh’era ’n strighèss

ch’i bej revèrber e i tumbin secrett

me curr incuntra, e fan festa, e i stell

legriusen ’n’alamanda ai grund che scend,

e mí, l’è ’nfiur, un ciall, un va de firisèll

al durbià del timid che nel venter

se tegn scundü ’me se tegn l’üsèll…

Grí San Maternu,

Bianca Maria de semper,

mia edicula, scirossa di cantun,

pulver di òmm che passa e par che stemper

s’inultra al dí luntan che vegn lirun,

sfrûs sass di strȃd, umbrius tumbin che ria,

aria de Casurett, scür trani siún,

uh sí, ve tucchi, sí, ve parlaría,

ma quanti vus, quanti respir al vent!

e ’sta manfrina de la fantasia

che per la piassa dansa sciabelent…

E al spiöv di lüs lampiun

saltrella e slisa el furbol di record,

traversa el vent.

 

E danzo, furlo, e un’ambra profumata e fuggitiva/mi avvolge, fa impallidire e sbiadisce gli oggetti, mi trascina come un’onda tra le case sbilenche,/che il cuore che vuole ubriacarsi sembra abbracciare un’uccelliera/ di un’aria interminabile e fresca e pregna di balenanti bellezze…/Bel vento di ponente, brezza, ragazzo vagabondo di un Casoretto!/ Tra me e i mondi fringuellanti c’era un intrico di sortilegi/ che i bei riverberi e le fogne segrete/ mi corrono incontro, e fanno festa, e le stelle/ improvvisano l’allegria di un ballo allemando alle grondaie che scendono,/e io mi sento un fiore in un giardino di fiori, un chiaccherare, un andare come sorsate di vino chiarello frizzo/ allo svolgersi dubitoso della più intima timidezza che nel ventre/si tiene nel buio nascosta come si tiene l’uccello…/Capriccioso-fantastico San Materno,/chiesa di Santa Maria Bianca di sempre,/mia edicola della giornata, turbine di polvere agli angoli delle strade,/polvere degli uomini che passano e sembra che stemperata in aria/s’inoltri verso il giorno lontano che viene pigramente,/furtivi sassi delle strade, ombrose condutture che scorrono,/aria di Casoretto, buie osterie da succhiavinacci,/oh sí, vi tocco, sí, parlerei con voi,/ ma quante voci diverse, quanti respiri porta il vento!/ e questa danza monferrina della fantasia/che per la piazza balla a gambe sciabolanti…/E, allo spiovere delle luci dai lucenti lampioni,/schizza e saltella e rade la strada il gioco del pallone dei ricordi,/l’attraversa il vento.

 

Da L’aria (Einaudi, 1981)

 

La gàbia del leun

La gàbia del leun l’era de aria,

de aria la mia mama, quèl cappell,

el brasc del mè papà l’era de aria

sü la mia spalla, i mè man che streng,

e aria el rìd di öcc e duls de aria

de quèla vita ch’ù insugnȃ, l’azerb.

Eren de aria lur, e mì, chissà,

che sun stȃ, fermu a vardàj andà.

 

La gabbia del leone era di aria,

di aria la mia mamma, quel cappello,

il braccio di mio padre era di aria

sulla mia spalla, le mie mani che stringono,

e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria

di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.

Erano d’aria loro, e io, chissà,

che sono stato fermo a guardarli andare.

 

Da Lünn (Il ponte, 1982)

 

Ah ‘me l’è bell el mund quan’ vègn l’amur!

L’è ’n vent che scuatta, ’na lüs sensa pietȃ,

un sentìss vün cuj àrbur, cuj culur…

Sun mì? sun ’n òlter? Chi m’à desegnà

nel ciel d’un spècc che vìv del sò d’un fiȃ?

Me par de camenà sensa savèll,

cume buffȃ d’un cör, cume brasciȃ

da ’na quaj man che fassa ’me ’n bindèll,

da ’na sua lüs che canta nel mè nient…

Ah ’me se slarga el mund nel rìdd l’amur!

i fiur deventen fiur, i tram în tram,

la gent par che te manda el sò calur…

Grand Diu, cume me piȃs stu tò ciamàm,

stu ciar desmentegràss, pèrd el dulur

vèss vün cun l’aria in stu ambaradam.

 

Ah com’è bello il mondo quando viene l’amore!

E’ un vento che scopre tutto, una luce senza pietà,

un sentirsi uno cogli alberi, coi colori…

Sono io? sono un altro? Chi mi ha disegnato

nel cielo d’uno specchio che vive del suo fiato?

Mi pare di camminare senza saperlo,

come soffiato da un cuore, come abbracciato

da una qualsiasi mano che fascia come un nastro,

da una sua luce che canta nel mio niente…

Ah come si allarga il mondo nel ridere l’amore!

i fiori diventano fiori, i tram sono tram,

la gente sembra emanare il suo calore…

Gran Dio, come mi piace questo tuo chiamarmi,

questo mio chiaro dimenticarmi, perdere il dolore

essere come l’aria in questa confusione di cose.

Da Bach (Scheiwiller, 1986)

 

Me se regordi pü se chí, a Milan,

ghe sia ’na piassa cun l’aria sensa temp,

che dré ’n cantun me sun pruȃ de andà

e i gent ne l’acqua passàven cume ’l vent.

E dré ’l cantun una camisa bianca

pareva lí a spetàm, e gh’era nient.

La piassa sensa temp, ’na dòna stanca,

j òmm che van sarȃ nel sentiment.

Sú no due seri mí. Gh’era ’na panca

e mí che camenavi tra la gent,

e quèl cantun, che mai ghe se rivava,

l’era la vita che de luntan se sent.

 

Non mi ricordo più se qui, a Milano,

ci sia una piazza con l’aria senza tempo,

che dietro un angolo mi son provato ad andare

e le genti nella pioggia passavano come il vento.

E dietro l’angolo una camicia bianca

sembrava lí ad attendermi, e non c’era niente.

La piazza senza tempo, una donna stanca,

gli uomini che trascorrono chiusi nel sentimento.

Non so dov’ero io. C’era una panca

e io che camminavo tra la gente,

e quell’angolo, cui mai si arrivava,

era la vita che da lontano si sente.

 

Da Liber (Garzanti, 1988)

 

Sèm poca roba, Diu, sèm squasi nient,

forsi memoria sèm, un buff de l’aria,

umbría di òmm che passa, i noster gent,

forsi ‘l record d’una quaj vita spersa,

un tron che de luntan el ghe reciàma,

la furma che sarà d’un’altra gent…

Ma cume fèm pietȃ, quanta cicoria,

e quanta vita se porta el vent!

Andèm sensa savè, cantand i gloria,

e a nüm de quèl che serum resta nient.

 

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,

forse memoria siamo, un soffio d’aria,

ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,

forse il ricordo d’una qualche vita perduta,

un tuono che da lontano ci richiama,

la forma che sarà di altra progenie…

Ma come facciamo pietà, quanto dolore,

e quanta vita se la porta il vento!

Andiamo senza sapere, cantando gli inni,

e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

 

Da Umber (Manni, 1992)

 

Se mì nel camenà senti la mort,

lenta la luna vègn nel so savè,

che scura dent a l’òm l’è la sua sot

e amur porta la luna sensa véd…

Se mi’ nel resveliàm senti la mort,

l’è cum’i ratt che van raspà la tèra

e lé l’è surda e ratt je lassa e orb…

Uh ti’ che tègn el piang nel vègn la sera,

alba lontana che su’ pu se dorm,

l’indifferensa tua o la belessa

m’je porti indòss cum’un picà de port,

e gh’è nìssun, e mì cun la paura

vedi ne l’aria smorta i mè ricordi

 

Se io nel camminare sento la morte,

lenta la luna sale nella sua sapienza,

che oscura dentro all’uomo è la sua sorte

e amore porta la luna senza vedere…

Se io nel risvegliarmi sento la morte,

è come i topi che vanno a raspare la terra

e lei è sorda e i topi li lascia orbi…

Oh tu che trattieni il piangere nel venire la sera,

alba lontana che non sa più se dorme,

l’indifferenza tua o la bellezza

me li porto addosso come un picchiare alle porte,

e non c’è nessuno, e io con la paura

vedo nell’aria pallida i miei ricordi.

foto26

Da L’angel (in 4 parti Mondadori, 1994)

 

Parte Prima

IX

…Vegnivum da la guèra, e per la strada

gh’evum passȃ insèma amur, dulur.

Amô  sparaven, amô gh’eren i mort,

ma serum nüm, serum class uperara,

nüm serum i scampȃ da fam e bumb,

nüm gent de strada, gent fada de mort,

nüm serum ’me sbuttî dai fòpp del mund,

e, nun per crüdeltȃ, no per despresi,

mancansa de pietȃ, roja de nüm,

ma, cume ’na passiun de sû s’ciuppada,

anca la nott nüm la vurevum sû…

Ciamila libertȃ, ciamila sbornia,

ciamila ’me vurì…Festa ai cujun!

…ma nüm, che l’èm patida propi tüta,

anca la libertȃ se sèm gudü!”

 

…Venivamo dalla guerra, e per la strada

ci avevamo passato insieme amori, dolori.

Ancora sparavano, ancora c’erano i morti,

ma eravamo noi, eravamo classe operaia,

noi eravamo gli scampati dalla fame e dalle bombe,

noi, gente di strada, gente fatta di morte,

noi eravamo come germinati dalle fosse del mondo,

e non per crudeltà, non per disprezzo,

mancanza di pietà, vomito di noi,

ma, come una passione di sole esplosa,

anche la notte noi la volevamo sole…

Chiamatela libertà, chiamatela sbornia,

chiamatela come volete…Festa ai coglioni!

…ma noi, che l’abbiamo patita proprio tutta,

anche la libertà ci siamo goduti! 

 

Parte Seconda

LVIII

Ma s’àn sbaliȃ el Crist e pö ‘Lenin,

sé ’l vör un àngiul che pö l’è ’n grass de rost?

I bun resun în pan dumȃ per chi

cun la resun ghe magna dì e nott,

ma l’òm cun l’òlter òm el se fa tost,

el g’à paüra a dì quèl che l’infescia,

el se fa sü, el cünta ball, el tòlla,

e tì cuj tò resun te sé cundî.

Dunca a fà l’àngiul ghe poch de rampegà,

ché l’àngel l’è la sulfa del vèss sul,

de ’vègh paüra che l’òm el te martèla,

paüra enfin che ghe sia mai resun

e mai l’ümanitȃ ghe sia surella,

ché nüm se sèttum denter ‘na presun

e se fèm àngiul per speransa al sû.

 

Ma se hanno sbagliato il Cristo e poi Lenin,

cosa può farci un angelo, che poi è meno di niente?

Le buone ragioni sono valide soltanto per quelli

che la ragione la frequentano giorno e notte,

ma l’uomo con l’altro uomo si fa duro,

ha paura di confessare ciò che lo tormenta,

s’imbroglia da solo, racconta menzogne, scappa,

e tu con le tue ragioni sei fatto fesso.

Dunque a far l’angelo c’è poco da raccogliere,

ché l’angelo ha il destino della solitudine,

di aver paura che l’uomo l’aggredisca,

paura infine che non ci sia mai una ragione

e mai l’umanità ci sia sorella,

ché noi ci sediamo dentro una prigione

e se facciamo gli angeli è per avere una speranza.

 

Dall’antologia Con la Violenza La Pietà (Interlinea,1995)

 Piazzale Loreto 10 agosto 1944: in Milano veniva compiuta dai fascisti la strage di Piazzale Loreto.

Loi è stato testimone di quanto avvenne in piazza Loreto dove furono fucilati per rappresaglia dalle Brigate Nere, 15 partigiani e i loro cadaveri lasciati sul marciapiede.

 Piazza Loreto dominata dal Titanus

…piassa Luret, serva del Titanus

ti’, verta,

me na man da la Pell morta

i gent che passa par j a vör tuccà,

e là, a la steccada che se sterla,

sota la colla di manifest strasciȃ,

l’è là che riden, là, che la gent surda

la streng i gamb, e la vurìss sigà.

Genta punciva che la se smangia ‘doss,

che la ravìscia ai pè, cume quj trémul

che, ‘rent al giüss, se sviccen vers el ciar

e sott la rùsca passa la furmiga

che l’è terrur e rabbia e sbalurdur.

E lì, bej ‘nsavunȃ, dal pel rasà,

senta süj cass de legn, o, ‘m’i ganassa,

ranfiȃ, ch’i sten par ténder caressà,

o che, tra n’rid e un dìss üsmen cress j ödi

de la camisa nera i carimà,

vün füma, n òlter pissa, un ters saracca,

e ‘n crìbben, cui sò fà de pien de merda,

man rosa ai fianch el cerca j öcc nia…

Oh genti milanes,

vü, gent martana,

tra ‘n mezza nün ‘na gianna la dà ‘n piang,

e l’è ‘na féver che trema per la piassa

e la smagriss i facc che morden bass.

Ehi, tu…!…si tu!…che vuoi?

Manca qualcosa?

Mì…?

Si, tu.

e ‘na magatel cul mitra sguang

el ranfa per un brasc quèla che piang.

Mi, sciur…?

Tira su la testa!

e lentarnent,

‘m rìd una püciànna, i òcc gaggin

sbiàven int j òcc ch’amur je fa murì,

pö, carmu, ‘na saracca sliffa secca

tra i pé de pulver, e sfrisa ‘me ‘na lama

l’uggiada storta tra qui òmm scalfa, (…)

 

 …piazza Loreto, dominata dal Titanus

tu, aperta,

come una mano dalla pelle morta

sembri voler toccare la gente che passa,

e là, presso la staccionata sconnessa

sotto la colla dei manifesti stracciati,

è là che ridono, là, che la gente sorda

stringe le gambe e vorrebbe gridare.

Gente che pensa in silenzio che si smangia dentro,

che mette le radici ai piedi, come quei tremolii

che, presso al letame, si diramano verso la luce

e sotto la corteccia passa la formica

che è il terrore e la rabbia e lo sbalordimento.

E lì, ben lavati, con la barba rasata,

seduti sulle casse di legno, o, come i più impudenti,

attaccati alla staccionata, che sembrano accarezzare teneramente gli sten,

o che tra il ridere e il parlare, annusano crescere gli odi

gli occhi lividi delle camicie nere

uno fuma, un altro piscia, un terzo sputa,

e un delinquente, col suo modo di fare pieno di merda

con le mani rosate sui fianchi cerca gli occhi che gli si negano…

O gente milanese,

voi, gente laboriosa,

in mezzo a noi una povera donna scoppia a piangere,

ed è una febbre che trema per la piazza

e fa smagrire le facce che stringono i denti a testa bassa.

Ehi tu…!..si tu!..che vuoi?

Manca qualcosa?

Io…?

Si, tu,

e un teppista col mitra puttana

afferra per un braccio quella che piange.

Io signore…?

Tira su la testa!

e lentamente,

come ride una baldracca, gli occhi bianchicci

sbavano negli occhi che l’amore fa morire

poi, calmo, tira secco uno sputo

tra i piedi nella polvere, e graffia come una lama

l’occhiata storta tra quegli uomini scorticati,(…)

 

 

Da Isman, (Einaudi 2002)

 

Vèss òm e vèss puèta…Cum’i can

che bajèn a la lüna per natüra,

per la passiensa de stà lí a scultà…

Vèss òm e vèss puèta…‛Na paüra

de vèss un’aria, un buff…due muri…

Vèss òm e vèss puèta…Per la scüra

del crèss tra j òmm, desperdèss nel patí,

per returnà quèl fììsc de la memoria

che la passiensa l’à sparagnȃ nel dí.

 

Essere uomo ed essere poeta…Come i cani

che abbaiano alla luna per natura,

per la pazienza di star lí ad ascoltare…

Essere uomo ed essere poeta…Una paura

di essere un’aria, un soffio…dover morire…

Essere uomo ed essere poeta…Per l’oscurità

del crescere tra gli uomini, disperdersi nel patire,

per ritornare quel fischio della memoria

che la pazienza ha risparmiato nel giorno.

 

Da I niül (Interlinea, 2012)

 

În niul rösa cun di buff de scür

ch’j passa su Milan nel scend la sera…

În niul ch’j sparìss int un fàss ciar

-se sent bujà un quaj can nel fàss de cera

i tecc luntan di cȃ, rümur se sfànn…

e dré d’un quaj barcun quaj vün fa lera,

dü tri bagaj, ‘na balla, el ferr d’un tram…

‘Me che patìss ne l’òm la luntanansa!

Cume patìss la vita nel tran tran!

Che bèla sera! ‘Me taja ‘l cel la ransa

che fa vegnì süj cȃ quèl rìdd legger

e a l’umbra di purtun la lüna dansa

tra quèl tasè di üsèj ch’j par penser.

 

Sono nuvole rosa con sbuffi di scuro

che passano su Milano nel scendere la sera…

Sono nuvole che spariscono in un chiarore

-si sente abbaiare qualche cane nel farsi di cera

i tetti lontani delle case, rumori si smorzano…

e dietro un qualche balcone qualcuno canticchia,

due tre bambini, una palla, il ferro d’un tram…

Come patisce nell’uomo la lontananza!

Come patisce la vita nella monotonia dei giorni!

Che bella sera! Come taglia il cielo la falce

che fa venire sulle case quel ridere leggero

e all’ombra dei portoni la luna danza

tra quel tacere d’uccelli che sembrano pensieri. 

 

Da Voci d’un vecchio cantare (Il Ponte del Sale, 2017)

 

Parlavi cunt un liber e û savü

che l’era mèi d’un òm nel suo tasè,

el me vardava spers sensa cantà

e mì sentivi che l’era el so savè…

Ah lìber, duls fradèl sensa memoria,

pàrlum di òmm che t’àn tastȃ nel cör,

de l’umbra del patì denter la storia,

de quèj che t’àn mai dî cume se mör.

 

Parlavo con un libro e ho saputo

che era meglio d’un uomo nel suo tacere,

mi guardava perso senza cantare

e io sentivo che era il suo sapere…

Ah, libro, dolce fratello senza memoria,

parlami degli uomini che ti hanno toccato nel cuore,

dell’ombra del patire dentro la storia,

di quelli che non t’hanno mai detto come si muore.

 

OPERE

  • Franco Loi, Aria de la memoria, Poesie scelte (1973-2002), brossura, (collana Collezione di poesia), Torino, Einaudi, 2005, pp. 274.
  • Franco Loi, Voci d’osteria, (collana Lo specchio, brossura), Mondadori, 2007, pp. 152.
  • Franco Loi, I cart, disegni di Eugenio Tomiolo, Milano, Edizioni Trentadue, 1973.
  • Franco Loi, Poesie d’amore, incisioni di Ernesto Treccani, San Giovanni Valdarno (Firenze), Edizioni Il Ponte, 1974.
  • Franco Loi, Stròlegh, introduzione Franco Fortini, Torino, Einaudi, 1975.
  • Franco Loi, Teater, Torino, Einaudi, 1978.
  • Franco Loi, L’angel, presentazione di Franco Brevini, Genova, Edizioni San Marco dei Giustiniani, 1981.
  • Franco Loi, Lünn, incisioni di Fernando Farulli, Firenze, Il Ponte, 1982.
  • Franco Loi, Bach, Milano, Scheiwiller, 1986.
  • Franco Loi, Liber, risvolto di Cesare Segre, Milano, Garzanti, 1988.
  • Franco Loi, Memoria, introduzione Giovanni Tesio, Mondovì (CN), Boetti & C., 1991.
  • Franco Loi, Poesie, introduzione di Franco De Faveri, Roma, Fondazione Piazzola, 1992.
  • Franco Loi, Umber, prefazione di Romano Luperini, Lecce, Piero Manni, 1992.
  • Franco Loi, Poesie (Antologia personale), introduzione Franco De Faveri, Roma, Fondazione Marino Piazzolla, 1992.
  • Franco Loi, L’angel, in 4 parti, risvolto di Cesare Segre, Milano, Mondadori, 1994.
  • Franco Loi, Arbur, incisioni di Guido Di Fidio, Bergamo, Moretti & Vitali, 1994.
  • Franco Loi, Verna, risvolto di Daniela Attanasio, Roma, Empiria, 1997.
  • Franco Loi, Album di famiglia, introduzione Bernardo Malacrida, Falloppio (CO), Lietocollelibri, 1998.
  • Franco Loi, Amur del temp, Milano, Crocetti Editore, 1999.
  • Franco Loi, Isman, Milano, Einaudi, 2002.
  • Franco Loi, Aquabella, Novara, Interlinea, 2004.
  • Franco Loi, I niul, Novara, Interlinea, 2012.
  • Franco Loi, Voci d’un vecchio cantare, Rovigo, Il Ponte del Sale, 2017.

Saggi

  • Franco Loi, Diario breve, prefazione di Davide Rondoni, Bologna, 1995.
  • Franco Loi, Poesia e religione, in La poesia e il sacro, Milano, Edizioni San Paolo, 1996.
  • Franco Loi, La lingua della poesia, a cura di Gabrio Vitali, Edizioni Provincia di Bergamo, 1995.
  • Franco Loi, (10 giugno 2010), conversazione con Maurizio Meschia, a cura di Stefano Pareti, edizioni Scritture, Piacenza, 2010.

Traduzioni

  • Franco Loi, Zanitonella di Teofilo Folengo, Milano, Mondatori Oscar, 1984.
  • Franco Loi, Gioco di simulazione di Willem Van Toorn, Roma, Fondazione Piazzola, 1994.
  • Franco Loi, De là del mur di Delio Tessa, Milano, Sciardelli, 1994.
  • Franco Loi, Erminia Lucchini, De là del mur di Delio Tessa, a cura di I. Bosetto, Collana Paradigmi, Reparto Narrativa italiana, Zevio (Verona), Perosini, 2005, pp. 104, ISBN 88-85409-59-8.

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