ANTONIA ARSLAN, UNA STRADA SENZA FINE di Anna Albertano

 

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“Gli armeni non vedono più la loro patria in terra, perché gliel’hanno tolta… è il tema della patria perduta che percorre tutte le comunità armene, ma vedono la patria nel cielo, con quella concretezza che è tipica dell’orientale”

                                                                                                        Antonia Arslan

 

Antonia Arslan, scrittrice e prima ancora saggista e traduttrice, è figlia e nipote di studiosi armeni. Il nonno, Yerwant Arslanian pioniere dell’otorinolaringoiatria, giunge adolescente in Italia, in fuga volontaria dalla sua terra natale, salvandosi così dal genocidio del suo popolo ad opera dei turchi, per mimetizzarsi tronca le ultime tre lettere del cognome, che diventa Arslan. L’educazione infantile di Antonia è tutta italiana, ma sono i racconti del nonno, quando lei ha nove anni, sull’olocausto armeno, attraverso il massacro della famiglia, a partire da Sempad, il fratello del nonno, che viene decapitato, ad essere le prime fonti di apprendimento della propria origine. Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, è autrice di saggi sulla scrittura femminile che hanno riportato alla ribalta letteraria le scrittrici italiane dimenticate o ignorate del passato. “A me non preme di rivalutare ogni scrittrice solo perché donna: sarebbe ghettizzante e significherebbe rifiutare il confronto” ha affermato, sottolineando l’intento di valutarne l’importanza nel loro contesto, “non come fiori nel deserto … ma come parte strutturata e consapevole della cultura italiana” (1). È  l’opera di Daniel Varujan, grande poeta armeno massacrato nel genocidio, di cui traduce le raccolte Il canto del pane  e Mari di grano (1992) a farle pienamente riscoprire l’armenità, percorso che prosegue poi, con la traduzione dal francese di Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni di Claude Mutafian (1996), e con il volume Hushér, La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni (2000), in cui, insieme a Laura Pisanello, raccoglie le testimonianze degli ultimi sopravvissuti armeni, rifugiatisi in Italia. Nel 2002, assieme a Boghos Levon Zekiyan, cura l’edizione italiana della Storia degli Armeni di Gérard Dédéyan e nel 2003 quella della Storia del Genocidio Armeno di Vahakn Dadrian. Antonia_Arslan_moltefedi_22La riappropriazione di un’identità culturale armena culmina nel suo primo romanzo, La masseria delle allodole, del 2004, sullo sterminio degli uomini della famiglia Arslanian per mano di soldati turchi nel maggio del 1915, che ottiene in pochissimo tempo un vasto consenso di pubblico e di critica, un successo internazionale divenuto nel 2009 un film per la regia dei Fratelli Taviani. La strada di Smirne, il suo secondo romanzo, del 2009, è la prosecuzione del primo e ha per sfondo la distruzione della città di Smirne del 1922. Ne Il libro di Mush, del 2012, lo sguardo è rivolto alla salvaguardia del patrimonio culturale di un popolo quasi estinto. Ma la questione armena è presente in altre sue opere precedenti, fra cui Il cortile dei girasoli parlanti, del 2011, quale riflesso autobiografico. Ne Il rumore delle perle di legno, del 2015, dedicato alla madre Vittoria, italiana, torna a raccontare del popolo armeno, attraverso la propria famiglia, dove coesistono la cultura armena e quella italiana. Anche Lettera a una ragazza in Turchia (2016) composto di tre racconti, riguarda l’Armenia e attinge alla memoria familiare. Antonia Arslan, si avvale di una sedimentazione di ricordi, peculiarità via via ritrovate di colori, odori e sapori, vero e proprio “deposito di memoria”, per ritessere attraverso vicissitudini e figure conosciute o immaginate, la tragedia armena. Nelle sue narrazioni, che testimoniano il radicamento di un’antichissima civiltà in una terra lontana, sulle tracce del cammino dei sopravvissuti o di coloro che li hanno seguiti e che tornano nei suoi personaggi, ritrova il legame mai spezzato con una lingua perduta. La sua scrittura, felice incontro di autobiografia e invenzione, ha la cadenza e la suggestione del racconto orale, a tratti corale, ma anche la dimensione della fiaba, quando a narrare è lo sguardo dell’infanzia, e le persone intorno, come il nonno, diventano elementi essenziali del paesaggio circostante, “Potevo stare tranquilla nella sua ombra che mi proteggeva come un albero grande, una solida quercia piena di nidi…” (2) Scrittrice di storie d’Armenia che riscoprono e tramandano un passato oscurato, Antonia Arslan da anni è impegnata in conferenze, manifestazioni culturali e incontri con studenti nelle scuole per promuovere la conoscenza del popolo armeno e della sua storia, e divulgarne la memoria.

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Note:

1)http://ricerca.gelocal.it/tribunatreviso/archivio/tribunatreviso/2004/03/13/VT1TC_VT101.html 

2) Antonia Arslan, Il rumore delle perle di legno (Rizzoli, 2015), p.53

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