GIULIANO MONTALDO, UN GENOVESE A ROMA di Luisa Ceretto

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Con una carriera di quasi settant’anni di cinema, il percorso artistico di Giuliano Montaldo si caratterizza per l’attenzione su temi che riguardano l’individuo in lotta contro il potere, per la profonda avversione all’intolleranza.
Formatosi negli anni cinquanta, facendo propria la lezione del Neorealismo, è tra le figure di spicco del panorama cinematografico italiano, a partire dagli anni sessanta, protagonista delle sue stagioni più proficue.
Noto per opere dal forte impegno civile come Sacco e Vanzetti, come Giordano Bruno, titoli che lo hanno imposto a livello internazionale, il suo è stato un cammino contrassegnato da difficoltà produttive che lo hanno spesso costretto ad una strenua difesa dei propri progetti, che è riuscito a realizzare infatti grazie ad una ostinazione fuori dal comune.
Regista cinematografico, televisivo e teatrale, nasce a Genova nel 1930, dove da ragazzo vive la seconda guerra mondiale e la Resistenza – seppure molto giovane si unisce alle Gap genovesi (nome di battaglia, Leo) -, avvicinandosi all’universo artistico come attore e poi regista in una compagnia di filodrammatica.
Il suo esordio nel cinema avviene con un film-simbolo sulla Resistenza, Achtung Banditi! (1951) di Carlo Lizzani, come interprete nei panni di un commissario partigiano.

Una pellicola la cui produzione deve molto ad una “città ostinata” come Genova, che ne ha supportato anche economicamente la realizzazione, assicurando luoghi, finanziamenti, aiuti tecnici e di ogni tipo, grazie ad una Cooperativa di Spettatori Produttori, raro esempio di autofinanziamento, creata per l’occasione.
Approdato a Roma come un “naufrago” – come ama scherzosamente definirsi -, al termine della lavorazione di Achtung Banditi!, Giuliano Montaldo giunge nella città capitolina dove avrà modo di dare avvio alla propria carriera artistica.
Dopo alcuni ruoli secondari come attore (Gli Sbandati di Francesco Maselli, Cronache di poveri amanti di Carlo Lizzani, Terza Liceo di Luciano Emmer), come sceneggiatore con De Concini (Orazi e Curiazi) o ancora come aiuto regista (L’assassino di Elio Petri, Esterina di Carlo Lizzani), collabora con Gillo Pontecorvo su La lunga strada azzurraKapò e La battaglia di Algeri.

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Nel 1961 esordisce nella regia con Tiro al piccione, tratto dall’omonimo romanzo di Giose Rimanelli, sulla vicenda di un giovane che nel 1943 decide di arruolarsi nella Repubblica Sociale di Salò. Presentato a Venezia, il film riceve critiche negative, da destra e da sinistra, anche se ottiene un buon successo di pubblico.
Quattro anni più tardi firma la sua seconda regia Una bella grinta, un ritratto dell’Italia del boom economico, che ottiene il premio speciale della giuria al festival di Berlino e col quale avvia la propria collaborazione artistica con Vera Pescarolo, sua futura moglie.
Prima, però, col nome del regista immaginario, Elio Montesti, dirige il documentario Nudi per vivere (1964) insieme ad Elio Petri e Giulio Questi.
Seguono, su commissione, Ad ogni costo(1967) e Gli Intoccabili (1969), film di genere (avventura e gangster), dove il regista genovese ha modo di confrontarsi con lo star system hollywoodiano e di lavorare al fianco di attori come Klaus Kinski, Edward G. Robinson, Janet Leigh, John Cassavetes, oltre ad avviare una proficua collaborazione con Ennio Morricone.

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Giordano Bruno (1973)

Di ritorno dagli Stati Uniti, Montaldo comincia a lavorare a temi a lui più cari, realizzando la cosiddetta “trilogia sul potere”, composta da Gott mit uns – Dio è con noi (1969), Sacco e Vanzetti (1971), Giordano Bruno (1973), rispettivamente sulla fucilazione di due militari tedeschi a cinque giorni dalla fine del conflitto mondiale, sull’ingiusta condanna di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti e sul processo religioso al filosofo domenicano.
Lungometraggi che gli valgono importanti riconoscimenti, oltre che per il rigore stilistico e l’impegno civile, per una regia dal forte impianto spettacolare, sorretta da una sapiente ricostruzione storica e direzione degli attori.

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Ingrid Thulin in L’Agnese va a morire

Con L’Agnese va a morire (1976) torna alle tematiche della Resistenza dei suoi esordi,  adattando l’omonimo romanzo di Renata Viganò, incentrato su una figura femminile, sulla sua presa di coscienza civile e antifascista.
Dopo aver affrontato nel Giocattolo (1979) un argomento complesso come il sentimento di grande insicurezza del cittadino medio italiano in una fase storica di recrudescenza terroristica, Montaldo realizza lo sceneggiato televisivo Marco Polo, un kolossal vincitore di quattro Emmy Awards, venduto in oltre settanta Paesi.
Seguono gli adattamenti dal romanzo di Giorgio Bassani, Gli occhiali d’oro (1987) sulla storia di un omosessuale ambientata a Ferrara in epoca fascista e del testo di Ennio Flaiano, Tempo di uccidere (1989) sull’impresa etiopica di legionari italiani nel 1936.

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I demoni di San Pietroburgo (2007)

Degli anni novanta due documentari, Ci sarà una volta (1992) e per il grande schermo, Le stagioni dell’aquila (1997).
Parallelamente coltiva il proprio interesse per l’opera lirica, mettendo in scena Turandot (1983 e 1999), Bohème (1994), Otello (1994), Il flauto magico (1995), Nabucco (1997), Un ballo in Maschera (1998).
Nel 2007 firma la regia cinematografica dei Demoni di San Pietroburgo e quattro anni più tardi dirige Pierfrancesco Favino ne L’industriale. Vincitore del Ciak di Corallo alla carriera dell’Ischia Film Festival (2007), in seguito è insignito del Premio Federico Fellini 8 e1/2 per l’eccellenza artistica al Bif&st di Bari.
Come attore sono molte le collaborazioni, tra cui citiamo Un eroe borghese (1994) di Michele Placido, Celluloide (1996) di Carlo Lizzani e  Il caimano (2006) di Nanni Moretti.

Giuliano Montaldo e Andrea Carpenzano

Tutto quello che vuoi di F. Bruni (2017)

Più recentemente Francesco Bruni gli ha proposto in Tutto quello che vuoi (2017) il ruolo di un poeta dimenticato. Recitazione che gli è valsa meritatamente il Premio David come migliore interprete non protagonista.
Nell’ambito di “Venezia Classici”, la sezione all’interno della Mostra veneziana dedicata a film restaurati, è stato ripresentato Tiro al piccione. Un risarcimento giunto a cinquantotto anni di distanza, per la delusione e l’amarezza allora subite. Il film era stato infatti stroncato per motivi ideologici, e le critiche, come ha dichiarato lo stesso autore, avevano finito col riguardarlo in prima persona: “Quel tiro al piccione che nel 1961 avevo subito io, ero io il piccione, al Lido”.

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