HERE’S TO YOU, BARTOLOMEO VANZETTI E NICOLA SACCO di Anna Albertano

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Il 23 agosto del 1927, l’assassinio di Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco nel carcere di Charlestown, segna l’atto finale di un lungo processo inquisitorio da parte della giustizia statunitense nei confronti di due innocenti, due anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti, che vengono uccisi sulla sedia elettrica. A distanza di quasi un secolo resta una pagina buia nella storia d’America, contrassegnata dal razzismo e dal pregiudizio verso due imputati condannati e messi a morte per le loro idee, per la loro nazionalità di origine. Tutto ha inizio nel maggio del 1920, quando Ferdinando Nicola Sacco, originario di Torremaggiore in Puglia e Bartolomeo Vanzetti, di Villafalletto in Piemonte, vengono arrestati con l’accusa di aver partecipato ad una rapina a mano armata in un calzaturificio e all’omicidio del cassiere e della guardia giurata. Entrambi erano già stati inseriti in un elenco di sovversivi da parte del Ministero della Giustizia e da tempo erano controllati.  Seguono sette lunghi anni di un processo farsa, che solleva l’indignazione pubblica di tutto il mondo, perché calpesta i più basilari principi di diritto di un paese civile. Solo l’Affaire Dreyfus, è stato scritto, per l’intento persecutorio, regge il confronto con quanto accaduto a Boston.

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L’assenza di prove, le false accuse, testimoni comprati o condizionati, la non ammissione di elementi probatori essenziali per la difesa, la ferocia xenofoba del Tribunale del Massachusetts, da parte di giudici, giurati, politici, negano a priori giustizia nei confronti dei due imputati, spesso chiamati durante il processo con i più ingiuriosi appellativi. A favore dei due italiani si svolgono manifestazioni oceaniche a Chicago, San Francisco, New York, a Londra, a Parigi, e in altre grandi città, non in Italia, sotto il regime fascista. Anche la loro esecuzione ha risonanza internazionale. La drammatica vicenda nei decenni resta un simbolo nelle iniziative di protesta e di rivendicazione di giustizia e di libertà, ma è il film di Giuliano Montaldo, nel 1971, a riportarla all’attenzione di milioni di persone, film in cui l’intensità d’interpretazione di Gian Maria Volonté nei panni di Vanzetti e di Riccardo Cucciolla in quelli di Sacco, e la ballata sulle note di Morricone scritta e cantata da Joan Baez, ispirata alle parole di Bartolomeo Vanzetti, infiammano i movimenti giovanili europei e inducono studenti universitari americani di Giurisprudenza al riesame delle carte processuali e quindi a definire la condanna dei due italiani un “delitto di Stato”. La memoria di Sacco e Vanzetti, in realtà, nei decenni non si era mai spenta. In America escono diverse pubblicazioni sul tema, fra cui le lettere dei due condannati. Nel 1959 la Rai di Torino è a Villafalletto, paese di nascita di Vanzetti, nel cuneese, per realizzare un documentario, nel ‘61 viene portato in scena il dramma in tre atti Sacco e Vanzetti di Mino Roli e Luciano Vincenzoni per la regia di Giancarlo Sbragia, presentato nei teatri di molte città italiane, più tardi a Parigi, e trasmesso anche dalla radio. Nel ‘62 Dino De Laurentiis intende produrre un film, ma poi il progetto viene accantonato. Intanto c’è stato un originale televisivo americano di Reginald Rose trasmesso nel 1960 in Usa e in molti paesi, ma in Italia la Rai di Ettore Bernabei lo censura, è Italo De Feo, alta carica dell’azienda, ad opporsi duramente alla sua messa in onda, per anni, perché lo considera “antiamericano”. Il teledramma verrà trasmesso sulla Rete Due nel marzo del 1977.

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È stato certamente il film di Montaldo a smuovere le coscienze e a far conoscere nel mondo la vergogna del Tribunale di Boston, del potere conservatore del Massachusetts che aveva fatto di tutto per distruggere il simbolo dei due italiani anarchici. La loro riabilitazione da parte di Michael Dukakis nell’estate del 1977, in cui il governatore del Massachusetts dichiara: “ogni stigma ed onta vengano per sempre cancellati dai nomi di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti” è conseguente al film ma è anche la risposta alla richiesta di giustizia sostenuta incessantemente dalle rispettive famiglie e da Comitati internazionali, che giunge a distanza di cinquant’anni dalla loro condanna. La famiglia Vanzetti, il fratello e le due sorelle, hanno raccolto e conservato per quasi un secolo moltissimi documenti che hanno reso possibile la stesura di libri, di saggi, la realizzazione di documentari e spettacoli teatrali, dedicando la loro vita alla memoria di Bartolomeo, con il Fondo a lui intitolato, poi donato al Museo della Resistenza di Cuneo. Bartolomeo Vanzetti, Tumlin è il diminutivo con cui veniva chiamato, sin da ragazzino quando lavora fuori casa, scrive alla famiglia. A spingerlo ad emigrare, a vent’anni, è il dolore per la morte della madre. Negli Stati Uniti svolge lavori diversi, e prosegue nel suo percorso di autodidatta, legge, apprende a parlare e a scrivere in inglese, osserva. Nelle lettere ai familiari racconta il razzismo:

“Qui la giustizia pubblica è basata sulla forza e sulla brutalità … e guai allo straniero e in particolare l’italiano…”0004A6BE-sacco-e-vanzetti-vita-e-morte-di-due-martiri-di-intolleranza-e-odio

“Non credere che l’America sia civile, che nonostante non manchino grandi qualità nella popolazione americana e ancora più nella totalità cosmopolita, se gli levi gli scudi e l’eleganza nel vestire trovi dei semibarbari, dei fanatici e dei delinquenti… Qua è bravo chi fa quattrini, non importa se ruba o avvelena.”

“Tutti hanno fatto e fanno fortuna nel vendere la dignità umana, facendo  le spie sui lavori e gli aguzzini ai propri connazionali.”

Non mancano critiche agli italiani, né riferimenti alla mafia:

“Sappi che c’è una moltitudine di giovinotti italiani… che non lavora mai: sono sempre sui divertimenti e vestono elegantemente. Appartengono alla mano nera e vivono col frutto dei loro delitti.”

Vede il degrado culturale e sociale nel popolo di emigrati che ha fondato l’America:

“dopo due generazioni… codesti figli dei perseguitati inglesi, per rettitudine di sentimenti religiosi e civili che anche a quell’epoca li onoravano altamente, sono diventati ora un mostruoso miscuglio di pregiudizi di corruzione e di cattività umana.”

“L’America, cara sorella, è detta terra della libertà, ma in nessun altro lembo della terra, l’uomo trema e diffida dell’uomo, come in essa. Qui si parla della libertà per ridere e farsi buon sangue. Qui i lavoratori americani si chiamano fratelli, nella sala dell’unione, e fuori si fanno la forca e la spia.”

Bartolomeo potrebbe ottenere un’assoluzione separando la propria causa da quella di Nicola, glielo propone l’avvocato, ma è un compromesso che condannerebbe l’amico, e quindi lo rifiuta. Indifferente alla propria sorte, fino all’ultimo ha un atteggiamento protettivo verso Sacco che a differenza di lui ha moglie e figli.

In una lettera al padre, dopo aver ribadito la propria innocenza, scrive:

“Avrò contro di me la legge colle sue immense risorse; la polizia che nell’arte scellerata di perdere degli innocenti ha esperienza millenaria, sicura e protetta, incontrollata e incontrollabile in ogni sua mossa; l’odio di razza e politico; la formidabile potenza dell’oro in un paese e in un’ora che si dibatte nell’ultimo stadio della degenerazione umana e che spingerà dei miserabili a dire contro di me le menzogne più ributtanti…”

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E a proposito  della corruzione della giustizia americana:

“in America la giustizia si compra e si vende per una manata di ceci”

“se noi fossimo stati colpevoli del delitto imputatoci e fossimo appartenuti alla malavita -e da essa protetti e difesi- saremmo liberi da oltre tre anni…”

I veri responsabili della rapina e del pluriomicidio per cui sono stati condannati Nicola e Bartolomeo, come risulta da indagini, inchieste, testimonianze provenienti da più fonti, italiane e americane, erano con grande probabilità italiani. Rimasti impuniti.

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Riferimenti bibliografici e filmici:

Lorenzo Tibaldo, Sotto un cielo stellato Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Claudiana Editrice, Torino, 2008

La morte legale (Italia, 2017) regia di Silvia Giulietti e Giotto Barbieri

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