XIX – EDITH BRUCK

Numero XIX – Gennaio 2021

Sommario:

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EDITH BRUCK SOPRAVVISSUTA ALL’ORRORE DELLA SHOAH di Anna Albertano

Se scrivo pane in ungherese vedo la figura di mia madre accanto al forno… il suo volto rosso per la fatica e la felicità per le cinque pagnotte per i suoi tanti figli. Il pane in italiano è solo quello del fornaio… Nella lingua italiana non c’è il sospiro di mia madre, povera, né il brontolìo di mio padre, povero, né i dialetti dei vicini, è orfana di genitori, odori, sapori che evocano i ricordi più dolorosi…         Edith Bruck   

Edith Steinschreiber Bruck, nata a Tiszabercel, un piccolo villaggio ungherese ai confini dell’Ucraina, il 3 maggio 1931, nel 1944 viene deportata con gran parte della sua famiglia ad Auschwitz. Sopravvissuta insieme alla sorella ai campi di concentramento nazisti, torna in Ungheria, dove ritrova un fratello, anch’egli sopravvissuto. Dopo una travagliata erranza che dall’Ungheria la porta prima da una sorella in Cecoslovacchia, poi in Israele, passando per la Germania e la Francia, torna alcuni anni dopo in Europa. Nel 1954 giunge a Roma, dove decide di fermarsi.

Edith Bruck Dove ti portano gli occhiQui conosce il poeta e regista milanese Nelo Risi, che diverrà il compagno della sua vita. Insieme  frequentano molti scrittori, fra cui Carlo Levi, Montale, Ungaretti, Luzi, Vittorini, Pratolini, Carlo Bo, Moravia. A Torino Edith conoscerà più avanti Primo Levi. Nel 1959 viene pubblicata la sua prima opera Chi ti ama così, racconto autobiografico sulla sua esperienza nei lager, che aveva iniziato anni prima in ungherese, ma in cui adotta la lingua italiana, come per le opere successive. A partire dagli anni sessanta, scrive racconti, romanzi, opere teatrali e raccolte di poesia e collabora come sceneggiatrice e consulente a opere cinematografiche sulla Shoah, negli anni settanta esordisce alla regia di film e documentari. Col tempo, oltre alla scrittura si dedica sempre più alla testimonianza della sua esperienza concentrazionaria nelle scuole. Nel 2018 riceve la laurea honoris causa in Informazione, Editoria e Giornalismo dall’Università Roma Tre, e le viene conferita, unitamente a Emma Bonino, l’onorificenza “Guido II degli Aprutini” dall’Università di Teramo. Nel 2019 l’Università di Macerata le conferisce la laurea honoris causa in Filologia moderna.

E.Bruck da Jiona

La Shoah, genocidio  perpetrato dalla Germania nazista nei confronti degli ebrei, che ha portato allo sterminio di 6 milioni di persone, all’incirca i due terzi degli ebrei europei, il “male assoluto” secondo Hanna Arendt, resta un muro di fronte al quale la mente umana non ha risposte, perché quell’efficiente macchina dell’annientamento, la “soluzione finale” che attraverso la deportazione e la selezione, giunge a compimento con l’eliminazione nelle camere a gas, e comprende il sistematico sfruttamento delle vittime, da vivi e da morti, non è stata frutto di una mente delirante e di un manipolo di suoi seguaci, ma dell’organizzazione capillare di un intero paese, resa possibile grazie alla complicità dei suoi alleati, interessando un esteso campo di azione nell’Europa nazifascista, con vari livelli di partecipazione, politica, istituzionale, sociale. E se nei tratti poco conosciuti di quel passato si scopre, ad esempio, che nella zona di occupazione italiana della Francia del sud, i soldati italiani salvavano gli ebrei (1), da parte dei francesi, sotto il regime di Vichy, la pratica quotidiana di delazione di ebrei attraverso lettere anonime è documentata (2).

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Della Shoahdi capitoli di un orrore su cui la storia non ha ancora messo un punto, c’è una memoria collettiva indiretta, derivante da letture, testimonianze, immagini sullo schermo, che porta con sé accenti di una fonetica sedimentata nell’inconscio, che risuonano sinistri come echi di un incubo che non può essere dimenticato. È un orrore che inizia da lontano, da un antisemitismo diffuso. Edith Bruck nella sua opera d’esordio, racconta il clima di crescente intolleranza in Ungheria, negli anni quaranta, dove la gente del villaggio, anche i ragazzini, prendono di mira gli ebrei, attraverso forme di quotidiana umiliazione e prevaricazione. Lei, bambina, insieme alla sua e alle altre famiglie ebree diventano oggetto di persecuzione e vengono vessati in quanto diversi. Il razzismo è frutto di pregiudizi, di profonda ignoranza, Edith Bruck ricorda l’analfabetismo della comunità ungherese in cui vengono discriminati, ma raccontando poi del suo arrivo nel nostro paese, fa riferimento all’ignoranza degli italiani. Difficile darle torto, la popolazione italiana, che nel dopoguerra era in parte analfabeta, a settant’anni di distanza è tornata ad esserlo. Lo confermano i valori dominanti di una società dove l’apprendimento e la conoscenza contano poco, e manca la consapevolezza di sé come popolazione che all’estero ha subito e spesso continua a subire discriminazioni. Il latente e costante antisemitismo nel nostro paese sarebbe altrimenti inspiegabile.

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In Chi ti ama così Edith racconta il terrore della selezione, di Josef Mengele, “l’angelo della morte”, autore di atroci esperimenti ad Auschwitz, soprattutto sui bambini. Capace di ordinare la morte di milioni di persone innocenti, conduceva instancabili ricerche genetiche in nome della superiorità della razza germanica. Mengele, non va dimenticato, insieme ad altri criminali nazisti, fra cui Adolf Eichmann, nel dopoguerra ha trovato appoggio, rifugio, e ha vissuto tranquillamente in Alto Adige, dove gli è stato rilasciato il falso documento d’identità che gli ha permesso di emigrare e di sfuggire alla giustizia (3).

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Primo Levi

Primo Levi, con la sua riflessione e i suoi interrogativi sulla Shoah, ha posto le pietre miliari per accostarsi all’Indicibile, alla dottrina del male, all’unicum che è stato Auschwitz, a partire dalla cancellazione della persona e della dignità dei deportati, ridotti ad un numero tatuato sul braccio. Edith Bruck, amica di Levi, sottolinea la grande differenza tra la propria esperienza e quella di Levi, intellettuale torinese, che ha vissuto con lucidità e coscienza il campo di concentramento, “io non l’ho vissuto da un punto di vista storico, morale”. Nella sua intensa narrazione, lascia infatti fluire il racconto della non vita nei campi nazisti, nella linearità delle azioni vissute, degli ordini eseguiti, delle violenze quotidianamente subite, restituendo senza mediazione l’inesplicabilità dell’orrore di un mondo sorto nel cuore della civiltà europea che sfugge ad ogni orizzonte umano. Edith, che al momento della deportazione ha solo tredici anni, attraversa di continuo quella che Primo ha definito la “zona grigia”, in cui vittime e carnefici, buoni e cattivi non sono più fra loro nettamente separabili e riconoscibili, e se Levi ha sempre cercato la luce nei territori più dolorosi dell’essere, lei ama ricordare della propria esperienza in quei luoghi della morte alcuni momenti di luce, in cui il nemico mostra barlumi di umanità. Il suo racconto non si ferma ai lager ma prosegue sul disorientamento del dopo, al momento del ritorno dai campi di concentramento, il rigetto dei superstiti dell’Olocausto nell’Europa del  dopoguerra, “eravamo un peso per la società e anche in famiglia”, in una società sorda ai sopravvissuti, “nessuno voleva ascoltare ciò che avevamo vissuto, o per complicità o per difesa, nessuno voleva turbare la propria povera vita.” L’itinerario di Edith approda in Israele dove il nuovo paese non ha bisogno che di soldati, e i sabra, gli ebrei nati in Israele, rimproverano ai sopravvissuti di non essersi ribellati ai loro carnefici. Il rifiuto all’ascolto, anche da parte delle persone vicine, l’indifferenza, la rimozione di un passato ingombrante, il silenzio che per ragioni diverse cade su di esso le fa dire “era meglio morire nei campi di concentramento che essere accolti in questa maniera”, perché non c’è nessuna casa ad accoglierli.  

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Campo di Bergen Belsen

La rimozione della memoria della Shoah nel dopoguerra è avvenuta su più piani e per differenti motivazioni. Il processo di denazificazione voluto e avviato ad opera degli Alleati dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene dopo poco abbandonato. Subito dopo la liberazione dei campi di concentramento, molti civili tedeschi vengono costretti a visitarli, a seppellire i cadaveri o a riesumarli dalle fosse comuni. Ma anche le sconvolgenti riprese nel campo di concentramento di Bergen Belsen girate da militari inglesi e dell’Armata rossa, montate da Hitchcock nel documentario Memory of the camps, a lungo dimenticato, non vengono mostrate fino agli anni ottanta. “Auschwitz non ha insegnato nulla” ha ripetuto in molte occasioni Edith Bruck, che descrive l’attuale periodo carico di rigurgiti razzisti e antisemiti come “il vento nero che soffia di nuovo sull’Europa”.

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La scrittura per lei è pane, ossigeno, vera e propria terapia, le parole lo spazio dove ritrovarsi. Il proprio vissuto come ebrea perseguitata, deportata e scampata ai campi di sterminio resta il tracciato principale dei suoi libri, in forma strettamente autobiografica o in opere d’invenzione. Dopo Chi ti ama cosi, “racconto testimoniale” sulla propria esperienza nei campi di concentramento, scrive il romanzo Andremo in città da cui viene tratto l’omonimo film diretto da Nelo Risi, il volume di racconti Due stanze vuote esce con la prefazione di Primo Levi. Tra le opere autobiografiche si ricordano Lettera alla madre, definita un “kaddish”, Signora Auschwitz Il dono della parola, Quanta stella c’è nel cielo, opera da cui Roberto Faenza ha tratto il film Anita B. e Privato. Altri suoi romanzi e racconti riguardano la Shoah e la sorte di sopravvissuti ad essa, fra cui Transit, Nuda proprietà, L’attrice, Lettera da Francoforte, La donna dal cappotto verde, Il sogno rapito. Il suo è un continuo confronto con la memoria, “eterno ritorno” ad una presenza ingombrante entrata nella propria vita, di cui non può né vuole liberarsi, “da Auschwitz non si guarisce”.

Negli ultimi tempi la sua testimonianza nelle scuole è tuttavia sempre più gravosa, perché spesso di fronte a volti ed espressioni impermeabili, la sofferenza di rivivere momenti dolorosi diventa una condanna. La rondine sul termosifone e Ti lascio dormire, sono due libri riguardanti la malattia e la scomparsa del marito Nelo Risi nel 2015. Nel 2018 viene pubblicato dall’Università di Macerata il volume di poesie Versi vissuti, che comprende le sue tre raccolte pubblicate precedentemente, Il tatuaggio, In difesa del padre e Monologo. La sua ultima opera in prosa si intitola Il pane perduto, e in poesia è la silloge Tempi.

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L’abbiamo incontrata nella sua casa a Roma.

Note:

  1. https://www.lastampa.it/cultura/2010/06/28/news/francia-1943-gli-invasori-italiani-br-salvano-gli-ebrei-1.37012038
  2. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1993/04/16/francesi-tutti-delatori-torna-lo-spettro-di.html
  3. Gerald Steinacher, “’Il Signor Mengele di Bolzano’: L’Alto Adige come via di fuga dei criminali nazisti (1945-1951)” 2013, University of Nebraska, Department of History.

INCONTRO CON EDITH BRUCK di Anna Albertano

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L’Ungheria era alleata della Germania nazista e dell’Italia fascista, quando sono iniziate la discriminazione e la persecuzione nel suo villaggio di origine?

Il nostro era un villaggio di 2300 abitanti dove c’era una piccola minoranza ebraica, una dozzina di famiglie, la maggior parte delle quali, almeno nove o dieci erano molto religiose, gli uomini con i payot, i boccoli portati dagli ebrei osservanti, e la barba, e tutti i giorni studiavano la Torah, poi c’erano tre famiglie, la mia, quella di mio cugino e un’altra che non erano così religiose, mio padre era vestito normalmente, pieno di rabbia verso il mondo in generale, mia madre era osservante, portava un fazzoletto sulla testa e parlava più con Dio che con noi figli, gli chiedeva continuamente di aiutarci. Io ero molto arrabbiata, da bambina le dicevo “Smettila, tanto non ti ascolta”. La maggior parte del villaggio è diventata col tempo fascista. Con la propaganda fascista, grazie al giudice del paese, il medico condotto, i preti – per fortuna noi avevamo un prete protestante, persona per bene con moglie e due figli -, i gendarmi soprattutto, lentamente questo paese è diventato del tutto intollerante e antisemita, dal ’42 in poi. Le leggi razziali in Ungheria risalgono al ’36, non al ’38, ma non se ne sapeva niente all’inizio, abbiamo iniziato ad avvertire l’antisemitismo forte dopo. A dire il vero siamo nati nell’antisemitismo, perché eravamo ebrei, non eravamo cattolici, né protestanti, eravamo gente diversa, non eravamo amati, e piuttosto separati. Noi, la nostra famiglia, meno, io avevo amiche non ebree, la nostra vicina era una donna meravigliosa, non avvertivamo questa ferocità.

Edith Bruck con la famiglia
Edith Bruck con la famiglia

Invece ad un certo punto è incominciata nel paese la libertà totale di insultarci, sputarci addosso, di buttarci nel fossato, anche agli uomini di quaranta-cinquant’anni, i ragazzini per strada gli tiravano la barba… tutte le cose più idiote e più terribili che si possa immaginare. Mio fratello andava a prendere l’acqua potabile ad una pompa dove andavano tutti, e quelli sputavano nell’acqua… hanno rotto la testa a mio fratello. Avevano la libertà totale di fare di un ebreo quello che volevano, il potere dato agli analfabeti, agli ignoranti, la cosa peggiore che si potesse immaginare, perché si sentivano qualcuno, hanno rafforzato in qualche maniera la loro non identità, perché loro, credo la metà del paese erano davvero analfabeti, mentre noi ebrei eravamo studiosi, i primi della scuola, quindi un po’ invidiati. Eravamo solo tre ragazzine e io imparavo la religione cattolica prima delle altre, alzavo la mano, e il prete mi rispondeva “a te nessuno ha chiesto niente, sei un’ebrea”, io piangevo, disperata e molto offesa. Fortunatamente poi c’era un maestro che era buono, e una maestra che mi ha dato anche un premio. Le leggi razziali non erano severe come in Italia. Io sono andata per esempio a scuola fino all’ultimo giorno perché mio padre era stato decorato nella prima guerra mondiale, ma forse ci sarei andata lo stesso, non riuscivano ad applicare queste leggi.

Che lingua parlavate in casa? 

Ungherese, ma mia madre e mio padre parlavano Yiddish, quando volevano nascondere a noi bambini qualcosa, si mettevano in un angolino e parlavano questa lingua, che è una specie di tedesco bastardo, se volevano comunicare, infatti noi ignoravamo fino all’ultimo tutto, non sapevamo cosa stava succedendo …

Però lei conosceva un po’ lo Yiddish, perché poi nei campi di concentramento capiva il tedesco…

Sì, poco, un po’, capivo qualcosa…

Nell’aprile del 1944  siete stati prelevati da gendarmi  ungheresi e condotti prima nel ghetto ebraico del capoluogo e poi di lì, a maggio, deportati con un treno merci ad Auschwitz

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Edith Bruck a 10 anni

Sì, ci hanno portati via, e prima del ghetto siamo arrivati alla sinagoga del paese, dove siamo stati raggruppati, poi ci hanno fatti spogliare e sottoposti e ripetute perquisizioni, “dateci l’oro, date i soldi”,  non c’era niente, erano quasi tutti poveri gli ebrei, al massimo avevano una merceria,  tre o quattro avevano negozietti dove vendevano secchi, zappe, strumenti per lavorare la terra, Roth, vendeva oggetti di falegnameria, comunque non c’era mezzo ebreo ricco in questo paese. Noi eravamo forse i più poveri, ma erano abbastanza poveri tutti.

Giunti ad Auschwitz sua madre viene subito avviata alle camere a gas e uccisa…

Ad Auschwitz ho perso mia madre, mio padre, e i miei fratelli in un batter d’occhio. Siamo arrivati e c’erano tedeschi che smistavano, dicevano “rechts, links, rechts, links”, “destra, sinistra, destra, sinistra”  in un secondo con cani lupo che abbaiavano, la follia pura, non si poteva ragionare, non capivi niente. Io ero aggrappata a mia madre, che è stata buttata a sinistra, e io con lei, ero abbastanza piccola, in centro c’erano tedeschi che spingevano le persone, alcuni dividevano, altri spingevano, mia sorella è andata a destra e io a sinistra, e l’ultimo tedesco – quello che chiamo luce, ce ne saranno cinque -, si è chinato su di me e ha detto “vai a destra, vai destra”,  io urlavo “no, no!”, e mia madre lo stesso, si è inginocchiata di fronte al tedesco, e ha detto di lasciarle la più piccola dei suoi figli -ogni volta che lo racconto non posso fare a meno di commuovermi- … Allora lui ha preso il calcio del fucile e l’ha colpita, lei è caduta a terra, e  il tedesco poi ha aggredito me e mi ha colpito con violenza dietro alla testa, finché non mi sono trovata a destra, dunque voleva salvarmi. Mia mamma non l’ho mai più vista. Nessuno sapeva niente dei propri familiari, se erano vivi o morti, era impossibile sapere dove li avevano portati. Erano 1635 campi di concentramento, seminati sul territorio tedesco e alcuni in Europa, come Auschwitz, in Polonia, Terezin, in Cecoslovacchia, solo Dachau, a 17 chilometri da Monaco, aveva 100 sottocampi.

Non sapevo dove fosse mio padre, i miei due fratelli, immaginavo che fossero in un altro campo, però dopo tre settimane di pianti ad Auschwitz, ho chiesto allaBlock Alteste”, il capo del nostro blocco dov’era mia mamma, era una ex deportata polacca dal ’42, Alice si chiamava, totalmente disumanizzata, ormai, che mi ha detto: “Vieni, ti faccio vedere dov’è tua madre”, perché noi dalla baracca potevamo uscire solo due volte al giorno, per l’appello, alle 5 del mattino, e al pomeriggio e si poteva in quell’occasione andare nella latrina, un’altra baracca con mille buchi di cemento. Allora ha aperto questo portone e ha detto: “Vedi quel fumo…  senti la puzza di carne?” “…Non  lo so”, ero smarrita, non capivo cosa intendesse. Mi ha chiesto: “tua madre era grassa?” ho detto “Un po’”, “allora l’hanno bruciata e col grasso hanno fatto del sapone, come della mia”, ha risposto e così io ho scoperto l’esistenza del crematorio, perché non capivo cos’era quel fumo.

Quell’odore c’era in tutti i campi?

Quell’odore c’era sin dall’inizio, però non capivi cos’era, da dove arrivasse, perché era molto lontano. Anche a Dachau, c’era prima una specie di  rio piccolo con un po’ d’acqua, poi c’era un ponte, e oltre il ponte c’era un crematorio, a Dachau si sapeva.

Sapevate quello che succedeva, delle persone che portavano via, che finivano nelle camere a gas?

No, non sapevamo nulla, ciò che abbiamo capito è che non tornavano più, che erano morte, questo lo sapevamo.

E degli esperimenti?

Auschwitz – Birkenau

L’ho capito dopo la guerra, perché ho visto le fotografie… Sapevamo diciamo del bordello, all’inizio, perché hanno scelto delle ragazze ancora in carne, bellissime, le portavano via. Ne prendevano una, la violentavano in trecento e poi le sparavano, queste erano le voci che arrivavano, perché loro non tornavano più, quindi abbiamo capito che erano morte, ma non sapevamo con precisione. Le notizie arrivavano dalla latrina, le chiamavamo notizie dalla latrina, dove noi tutte ci incontravamo, ognuna dava qualche notizia, ma tra di noi non abbiamo mai parlato molto, la baracca era molto grande e non permettevano che restassimo insieme a parlare, né sapevamo chi stava in un’altra baracca, nessuno ci poteva entrare. Io potevo farlo perché questa Alice, il nostro capo, mi ha offerto di fare ilLauferin”, la messaggera, in tedesco “Lauferin” è quello che porta le notizie da una baracca all’altra: arriva Mengele, selezione, non andiamo all’appello, chiuso perché già stavano bombardando la Germania, non si poteva uscire… Ad Auschwitz la cosa più terribile era la selezione. C’erano 32 baracche, c’erano il lager A, il lager B e il C. Io ero alla 11 lager C, non era un lager di lavoro forzato, ma un lager dove  ti selezionavano in continuazione. Selezionavano per esperimenti e selezionavano per mandare alle camere a gas, bastava un minuscolo foruncolo, dovevi essere perfettamente sano di aspetto, senza nessuno sfogo, da nessuna parte, sennò ti portavano via. Il terrore ad Auschwitz era la selezione, non capivi perché, in un momento ti puntavano addosso. C’era il famoso Mengele, il “Dottor Mengele”, lui veniva e dovevi essere invisibile in qualche maniera. Le donne avevano molte più risorse rispetto agli uomini, più resistenza, volontà, autodifesa, prendevamo il fango e lo mettevamo in faccia, come fondotinta, quando veniva Mengele, per la selezione. Per un pezzo di pane compravamo un piccolo pezzo di carta rossa, crèpe si chiama, quella che si usa per i fiori, per dare colore al volto. Abbiamo inventato tutto…

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Eravate tutte ungheresi?

No, miste, ma nella nostra baracca la maggior parte erano ungheresi, ci avevano deportato per ultime e non avevano neanche più tempo per tatuarci, non siamo state tatuate.

Ha visto molte volte Mengele?  

Sì… Primo Levi mi diceva che lui si sentiva in colpa perché sopravvissuto. Io no, non mi sento in colpa assolutamente, è accaduto sicuramente che io mi sia nascosta dietro una persona più grande, perché io ero piccola, era istintivo difendersi, difendere la propria vita, non essere visti era la cosa più bella, come da bambina chiudevo gli occhi e mi dicevo se io non li vedo, loro non mi vedono, poi per qualche miracolo mi ritrovavo viva, non mi avevano portata via.

Una volta è riuscita a scappare e a mettersi in salvo...

Si, una volta mi hanno portata alla baracca n.8, tutta la notte piangevano bambine, donne e uomini separati. La torre di sorveglianza illuminava costantemente  il campo, a rotazione, io ho osservato con attenzione il movimento dei fari, e la mattina prima delle cinque sono riuscita a scappare dalla baracca n.8 e ad andare alla 11, alle cinque venivano, mettevano fuori dal camion una scala, tu facevi quattro passi di scala nel camion e ti portavano via, lo facevano ogni mattina. Io sono riuscita a salvarmi, ho raggiunto mia sorella, che naturalmente è impazzita di gioia. E sono stata salvata in qualche maniera dalla morte sicura cinque volte. Sono stati cinque momenti di luce nel buio totale. La prima volta, come ho detto, è stato all’inizio, all’arrivo ad Auschwitz, grazie a quel soldato, voleva che io vivessi. Poi un altro soldato a Dachau, era un cuoco, quando gli ho portato le patate in cucina, mi ha chiesto “Come ti chiami?”, quando tu sei il n.11552 per sei mesi, hai perso il tuo nome, sei calva e tutto il resto, sentirsi domandare “come ti chiami” è stato come la voce dal cielo, ho pensato “non è possibile”. Lo guardavo e lui ripeteva Wie heißt du?”, “Come ti chiami?” alla fine ho risposto “Edith”, e lui ha detto “Anch’io ho una bambina piccola come te”, e poi ha tolto dal taschino un pettinino da uomo e me l’ha regalato. Questa cosa per me era la luce, la mano di Dio, la speranza, la voglia di vivere, di tornare a casa, di sperare, di non arrendersi, questa piccola cosa che era la domanda “Come ti chiami?” era tutto il mondo buono, tutto quello che si può immaginare.

Campo di Dachau

Poi a Kaufering, dopo Dachau, un altro soldato mi ha sbattuto addosso la gavetta da lavare e mi ha detto “lavala”. Io guardavo questa gavetta perché speravo che nei bordi ci fosse qualcosa da leccare e al fondo della gavetta c’era un po’ di marmellata, e in quella marmellata c’era di nuovo la vita, tutto il bene che si possa immaginare, perché lui me l’ha lasciata apposta, ed era un altro gesto incredibile, non si poteva immaginare una cosa così. Poi c’è stato un altro soldato che ha tolto il suo guanto bucato e me l’ha dato, altro gesto importante, noi tutto il tempo eravamo con zoccoli, a piedi nudi, d’inverno, nella neve. Ci davano la palandrana grigia, poi gli stracci che ti procuravi con un’ombra di pane, molte donne anche se era proibito strappavano un pezzo della palandrana e se lo mettevano in  testa. Sui piedi mettevamo degli stracci. Io ero piena di geloni al ginocchio, si vedeva l’osso sotto, ancora oggi lo si vede, però non era Auschwitz, non potevano selezionarti per questo, erano campi di lavoro. Dopo Dachau  siamo state  in due sottocampi di Dachau, Kaufering e Landsberg, poi siamo stati a Bergen Belsen, a febbraio, poi da Bergen Belsen ci hanno mandate a Christianstadt  a piedi, era cominciata la Marcia cosiddetta della morte, e noi abbiamo camminato 600 km, eravamo almeno mille donne fino a Christianstadt, notte e giorno quasi, mangiando l’immondizia, la scorza degli alberi, la cacca secca delle vacche, percorrendo sempre strade periferiche, abbiamo messo cinque settimane. Qualche volta nelle fattorie ci hanno permesso di riposare nella stalla, ma solo due o tre volte, perché noi abbiamo distrutto tutto quello che era mangiabile, rape, grano, tutto quello che trovavamo, quindi quando le due guardie che ci accompagnavano hanno chiesto ai fattori se potevamo riposare, hanno detto di no perché poi dicevano “queste bestie distruggono tutto”.

Comunque siamo arrivate a Christianstad, dopo cinque settimane, delle mille donne che eravamo, molte sono morte per  strada. Lì non c’era un campo, era una specie di caserma per gli ufficiali, ci hanno messo dentro una lunghissima stalla, non c’era più nulla, ed eravamo ancora più terrorizzate, non hanno neanche chiuso la porta dell’ingresso, era aperta. Quindi abbiamo dormito sulla paglia, hanno portato due volte al giorno un bidone di zuppa, due soldati, non erano SS, erano soldati tedeschi abbastanza giovani, ci guardavano con espressione di disgusto, noi ci ammazzavamo per avere mezzo cucchiaio in più, spingevamo da tutte le parti. Siamo state lì una settimana o due e poi ci hanno detto di andar via, non sapevano più dove metterci, cosa fare di noi perché stava finendo la guerra. Ci hanno detto “Andate”, non sapevamo dove, ma sempre con due guardie, abbiamo ricominciato a camminare. Abbiamo rifatto altri 600 km, e nell’ultima parte, quando siamo arrivati ad una strada in salita, gli zoccoli si riempivano di ghiaccio e non riuscivamo ad avanzare, scivolavamo all’indietro, e queste due guardie erano così carogne che ci spingevano indietro, scivolavamo proprio come slitte, lo hanno ripetuto diverse volte, una vera e propria tortura, volevano che morissimo tutte, però alla domanda “Puoi camminare?” dovevi dire “Sì posso camminare”, se no ti ammazzavano. E di nuovo al ritorno, percorrendo altre strade, abbiamo dormito due o tre volte in stalle distrutte, anche nei mucchi di immondizia, nei paesini dove abbiamo mangiato l’amarissima e magrissima buccia di patate, le foglie un po’ marce di cavoli, di rape, tutto quello che si pulisce in cucina e si butta via, abbiamo mangiato il torsolo del cavolo, abbiamo mangiato l’immondizia, non davano niente, non c’era niente, anche i tedeschi  non avevano molto, tiravano fuori un pezzo di pane nero, un pezzo di speck e basta, e ogni tanto, e questo era importante come gesto, qualche finestra si apriva nei villaggi e buttavano giù un pezzo di pane e poi, ricordo, chiudevano immediatamente le imposte di legno.

Noi strappavamo questo pane in mille pezzi, quindi finiva nella neve, non rimaneva niente. Fra noi eravamo ormai come delle bestie. E siamo arrivate di nuovo dopo cinque settimane, e questa è la parte peggiore, a Bergen Belsen. Ormai era marzo, e ci hanno riportate al campo degli uomini, erano sempre separati donne e uomini, questo campo era pieno di cadaveri, di uomini nudi, e una specie di kapò ci ha detto “dovete ripulire il campo”. Ci hanno dato due stracci bianchi, uno straccio per piede, da attorcigliare intorno alle caviglie dei cadaveri per poi trascinarli nella tenda della morte, verde, era una piramide, abbiamo ripulito e poi ci hanno fatto dormire direttamente sul cemento nudo, però almeno ci siamo distese, e lì è accaduta una cosa importante, alcuni di questi uomini, poteva esserci anche tuo padre là in mezzo, non potevi saperlo, erano proprio scheletri, hanno detto: “se voi sopravvivrete raccontate anche per noi, non crederanno” . Io come gli altri sopravvissuti abbiamo detto di sì. Quindi noi parliamo anche per loro, lo abbiamo promesso. Lì ci hanno fatto riposare un paio di giorni, su questo cemento spaventoso e ci hanno dato un po’ di zuppa, poi il terzo o il quarto giorno ci hanno detto che ci avrebbero dato doppia razione di zuppa se accettavamo di andare alla stazione di Bergen Belsen, 8 km a piedi, naturalmente, per portare dei giubbotti ai soldati di passaggio sul treno. Ci siamo guardate mia sorella ed io, con la fame non avevamo altro in testa fuorché il cibo, mangiare era la vita, abbiamo detto “andiamo”. Noi che arrivavamo da una famiglia povera, io anche da bambina raccoglievo il granoturco, le patate durante le vacanze scolastiche, quando non c’era più da mangiare in casa. Eravamo dunque quindici donne che hanno detto di sì e ci hanno dato dodici giubbotti ciascuna. Questi giubbotti di color celeste, fuori e dentro in finta pelliccia di nylon,  non pesavano niente. Io ne ho presi dodici e camminavo a fatica, e ho detto a mia sorella “non ce la faccio”.

Campo di Dachau

Per me l’immagine della Germania era sempre buia, alle tre del pomeriggio a marzo era già buio. “Senti” ha detto, “facciamo una cosa: tu ne butti quattro per terra, tanto queste guardie non se ne accorgono, quattro li dai a me e quattro cerca di portarli” e io ho detto “va bene proviamo”, e così abbiamo fatto. Eravamo in quindici con due guardie, le mie compagne hanno chiesto “dove hai messo i giubbotti?”. Io ho detto “quattro li ho dati a mia sorella e quattro li ho buttati per terra, ma vi supplico, non buttateli voi che siete più grandi e più forti di me, vi prego!” Ma non c’era posto per alcuna pietà e tutte loro hanno buttato la metà dei giubbotti. Ad un tratto le due guardie tedesche non potevano più camminare, per terra c’erano i giubbotti. Allora “Halt!” “Fermi!” hanno ordinato. Ci siamo fermate terrorizzate e loro hanno chiesto “Chi ha cominciato?” Silenzio totale, uno di loro ha tirato fuori la pistola, ha detto “se non volete parlare, ogni secondo che passa sparo su una di voi”.

 Allora io ho fatto un passo avanti molto piccolo, devo dire che non sono assolutamente un’eroina, ci tenevo alla vita, però lui ha capito subito, mi si è avventato contro, mi ha rotto l’orecchio, dietro, col calcio della pistola. Urlava, bestemmiava, io sono caduta nella neve, a quel punto mia sorella ha aggredito il tedesco, spingendolo e colpendolo e lui è caduto per terra. Poi mia sorella è venuta da me, mi ha abbracciata e mi ha detto “diciamo la preghiera della morte”, abbiamo iniziato, io vedevo il tedesco che stava venendo verso di noi, pulendosi gli stivali e i pantaloni dalla neve. È arrivato con la pistola puntata verso di me, ho pensato “è finita”,  ma non ha sparato, ha messo via la pistola, mi ha dato la mano, e ha detto “Steh auf!” “Alzati!” ancora oggi a pensarci mi vengono i brividi, “Alzati!”. Mi sono alzata tutta insanguinata, mia sorella ed io eravamo agghiacciate, e lui ha fatto un perfetto discorso di propaganda nazista, ha detto: “Se una lurida schifosa puttana ebrea oggi ha il coraggio con le sue orribili mani di aggredire un tedesco, allora merita di sopravvivere”. Io avevo la diarrea, per otto chilometri lui mi ha aiutato ogni volta a chinarmi e a rialzarmi, era solo acqua e io non avevo le mutande,  nessuna biancheria, non stavo nemmeno in piedi, e lui mi aiutava sempre a rialzarmi. Io dicevo “Bitte, brot!” “Pane, per favore!” tutto il tempo. Siamo arrivati nel campo e non mi ha dato niente, è sparito, non l’ho mai più visto, non l’avrei mai riconosciuto, era impossibile, erano talmente tanti i militari, forse neanche lui mi avrebbe mai riconosciuta, eravamo tutti uguali, identici, calvi, con la stessa palandrana grigia. Non ho mai più visto l‘uomo che mi ha risparmiata, e questa era la quinta volta che grazie ad un nazista avevo salva la vita. Da lì in poi siamo rimasti quasi del tutto senza ordini, come abbandonati e questo significava la morte, pensavamo adesso ci ammazzano tutti, ogni tanto spariva un kapò, spariva un tedesco, non  lo vedevamo più, non capivamo niente, da marzo ad aprile più della metà nel campo erano morti, morivano di fame, non c’era più nulla da mangiare, all’appello cadevano per terra, li caricavano sul tavolo e li portavano via. Non sapevamo che gli americani e i russi stavano arrivando. Non sapevamo neanche che Auschwitz era stata liberata, non sapevamo assolutamente niente, Auschwitz era in Polonia, noi eravamo in Germania e quindi non  arrivava alcuna notizia, non potevi chinarti a prendere un pezzo di carta o di giornale per leggere qualcosa, una notizia, era proibito, ignoravamo completamente tutto. Abbiamo saputo dopo la guerra quello che c’era da sapere, che erano tutti morti. Il 15 aprile, la mattina, all’alba, alle cinque, come sempre, ci hanno mandato all’appello, all’appello ci contavano a cinque, ogni fila doveva essere assolutamente di cinque persone, perché se si restava in tre o quattro ti portavano via al crematorio, come avanzi, pezzi da buttare via. Era molto severa la disciplina, se una della nostra fila moriva, per una crosta di pane ci assicuravamo che un’altra venisse a sostituirla, dovevamo essere in cinque. Da noi nella nostra fila erano morte in due, una mamma e la figlia… è stato un disastro… Sono mille le cose che si dovrebbero ricordare, non si potrà mai raccontare abbastanza. Comunque alle cinque del mattino, del 15 di aprile, eravamo in Achtung, sull’attenti, fuori, un freddo boia, aspettiamo fino alle nove che vengano a contare.

Hitler Jugend

C’era il terrore fra noi, io pensavo adesso vengono e con il mitra è finito tutto. Improvvisamente si è aperto l’ingresso del lager, è arrivata una jeep, noi avevamo una paura terribile, erano americani, ma noi non lo sapevamo. Sono arrivati, ci hanno guardato, eravamo inguardabili, poi è arrivato un camion e da questo camion è sceso un militare che ha detto: “Jewish, Hebrew…”, in tutte le lingue per farci capire che era ebreo americano, “American, American, no German…” e finalmente abbiamo capito, hanno preso un bastoncino e hanno detto di togliere ciò che avevamo addosso, pieno di pidocchi e allora per la prima volta in vita mia nei campi mi sono vergognata, mi sentivo sprofondare sottoterra, io non mi sono mai vergognata nuda con le braccia alzate di fronte ai tedeschi, né alla Hitler Jugend (la Gioventù hitleriana, ndr.) quando ci riempivano di disinfettanti, mai. All’inizio c’erano solo uomini, poi verso la fine sono arrivati questi soldatini Hitler Jugend, sono entrati come militari già a quattordici anni, ragazzini che stavano in un angolo e mentre ci disinfettavano, ci lavavano, quelli ridevano e ci sputavano addosso, sul seno, mi facevano pena, mi vergognavo per loro non per me, e non ho mai sentito la vergogna di fronte ai soldati nazisti, per me non erano uomini, non erano esseri umani. Quando invece sono arrivati gli americani e mi hanno visto nuda per me è stato proprio terribile. Anche lì ci hanno riempito di ddt bianco da capo a piedi, eravamo delle orribili maschere bianche, hanno fatto un falò dei nostri vestiti, li hanno bruciati e ci hanno dato un vestitino rosa a fiori, poi ci hanno caricati su un camion e ci hanno portati all’ospedale militare di Bergen Belsen. Io sono stata lì due mesi, ed è stata una fortuna essere stati liberati dagli americani, perché ti davano da mangiare poco per volta, ogni giorno, ci hanno curato, fatto iniezioni, ci hanno trattati come bambini appena nati, mentre i russi che sono arrivati a liberare Auschwitz hanno aperto le cucine, e la gente è morta con la testa dentro i sacchi dello zucchero, del cibo, è stata una tragedia la liberazione russa. Dopo due mesi gli americani ci hanno registrati e ci hanno messi in un campo di transito, uomini e donne insieme. Il ritorno è stato dopo cinque mesi.

Giorgio Perlasca

Noi siamo stati liberati il 15 aprile, e siamo tornati in Ungheria a fine settembre, perché essendo stati deportati per ultimi, gli ungheresi sono stati rimpatriati per ultimi. Siamo arrivati a Budapest in parte a piedi, non ufficialmente, altrimenti avremmo dovuto aspettare altri sei mesi per essere rimpatriati. Ci siamo avviati a piedi, con mezzi di fortuna, fermavamo jeep, tutto quello che si può immaginare per arrivare, siamo arrivati, e alla stazione abbiamo trovato i soldati russi, che bestemmiavano, che molestavano. Invece dei fascisti c’erano i russi, i nuovi padroni in Ungheria, bandiere rosse dappertutto, la gente ha avvisato subito i passanti di stare molto attenti perché violentavano le ragazze. Le altre mie due sorelle che vivevano e lavoravano a Budapest erano state salvate una da Perlasca, una da Raoul Wallenberg, Giorgio Perlasca ha salvato 5000 ebrei a Budapest. La cosa più triste, più tragica è che nessuno ci ha ascoltato, non volevano che parlassimo di ciò che era accaduto, la motivazione era “anche noi abbiamo avuto la fame, anche noi abbiamo sofferto”,  anche in famiglia, con mia sorella maggiore, ci hanno chiuso la bocca, non si poteva parlare, niente, assolutamente, silenzio.

Busto dedicato a Giorgio Perlasca situato all’entrata dell’Istituto di cultura italiano a Budapest

In Ungheria ho ritrovato mio fratello, quello che ha portato nella tenda della morte mio padre, ha raccontato come lui, quando è ritornato dal lavoro e ha visto la branda di mio padre vuota, l’ha trovato fuori, l’ha avvolto con una coperta e messo in questa piramide. Anche lui è tornato a casa a piedi, e anche lui ci ha detto: “È  l’unica volta che vi racconto, non voglio mai più parlarne”, e così è stato. Era questo silenzio totale, divieto, tabù, non si poteva parlare dei lager, né con chi ci era stato, né con chi ne era sfuggito, a soffocarti, era impossibile tenere dentro di te questo veleno. Sin da bambina io scribacchiavo versi, e così ho incominciato a scrivere. Ci hanno cacciati dal paese, alcuni avevano una paura terribile che li denunciassimo perché adesso c’erano i russi, avremmo potuto dire che erano fascisti, che ci avevano derubato, che avevano rotto la testa a mio fratello, mentre noi non avevamo la minima intenzione di denunciare nessuno. Io volevo tornare a casa perché avevo sempre la speranza, assurda, di trovare mia madre, non sapevo di mio padre, non si riesce ad accettare che siano morti. E trovi la casa, la rivedi, è distrutta completamente.

Condividere con sua sorella Eliz, deportata con lei, la vita nei lager e poi il peso di quella comune memoria, le è stato di sostegno?

Senza di lei non sarei qui, sicuramente, sarei morta, ma anche lei sarebbe morta senza di me. Lei doveva vivere per aiutarmi, per me era una specie di madre, aveva quattro anni più di me, però una volta è svenuta ripetutamente, e io ho detto “è finita, se muore lei muoio anch’io.” Siamo scesi da un vagone chiuso, hanno aperto il vagone e lei è caduta quattro volte, svenuta, forse era la luce. Ho urlato “svegliati!”  Le mettevo la neve sul viso, ero terrorizzata che lei morisse, ancora pochi anni fa mi ha detto “mi devi la vita”, e io le ho risposto “ma anche tu”.

Ve ne siete andate entrambe dall’Ungheria?

Sì, io ho iniziato a scrivere il mio primo libro in ungherese, e nel ‘46 sono scappata dall’Ungheria, perché una sorella viveva in Cecoslovacchia, sono stata due anni lì, clandestinamente, anche lì non c’era da mangiare, era tutto tesserato, io ero una bocca da sfamare, ed ero anche una serva perché pulivo la casa, badavo  ai due bambini, quindi è stata una vita orribile. Poi un giorno mio cognato è stato accusato di qualcosa, il partito comunista l’avrebbe arrestato, mia sorella con i bambini è scappata e mi ha fatto sposare con un ragazzo che ha procurato tutti i documenti per andare via con un’agenzia ebraica di Praga, un matrimonio organizzato per poter emigrare, non ho mai vissuto con lui. Siamo partiti anche noi e arrivati in un campo di transito nella periferia di Monaco. Fuori dal recinto di questo grande campo pieno di profughi ebrei, era un’organizzazione sionista, dove si faceva l’esercizio militare, destra, sinistra, poi canti, organizzavano questi futuri soldati, ancora mezzi morti, e dicevo, fuori dal recinto, era pieno di tedeschi con le pentole vuote che chiedevano da mangiare, ci ho pensato un momento e poi ho detto glielo do, e allora ogni giorno davo metà della mia razione a loro dicevano “Danke schön”, “Grazie tante” perché ho cominciato ad essere quello che sono, non quello che ho visto, voglio dire che sono tornata migliore di quello che sono stata, sicuramente non sono mai stata in vita mia razzista, e ho cominciato ad aiutare i tedeschi per far vedere che esistono esseri umani, e poi oltre tutto non sentivo assolutamente alcun tipo di rivalsa, né odio, adesso avevano fame loro, meritavano la fame, però gli davo soltanto qualcosa, non tutti lo facevano, non era facile.

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Dresda distrutta

Poi ho attraversato tutta la Germania bombardata, tra le macerie, anche Berlino, dappertutto macerie, poi sono stata a Marsiglia, dopo di che, era il ’48, sono emigrata in Israele, dove credevo di arrivare nel paradiso terrestre, quella era la favola della mamma, lui è stato subito portato con un camion a fare il sevizio militare e io sono andata in un campo di transito dove sono stata sei mesi. In fila per il cibo, in una baracca in cui eravamo in trenta persone, dormivano insieme, è ricominciata la sofferenza. Non l’avrei mai immaginato in vita mia, perché quando non c’era la cena, e questo accadeva spesso, mia madre diceva “un giorno saremo nella nostra terra, e saremo dove tutti si ameranno, ci attenderanno con le braccia aperte, finalmente torneremo”, non c’era la cena ma lei raccontava la favola di Mosè, del Mar Rosso che si apre, e io da bambina ci credevo. Siamo dunque arrivati ed era quasi ancora guerra, si sentivano scontri, ciò di cui avevo bisogno, era amore, protezione, tutto quello che il paese allora, appena nato, non poteva  dare, né per lunghi anni avrebbe potuto, non volevano assolutamente ascoltarci, neanche lì. “Hanno fatto bene  a portarvi via, siete delle pecore” ci dicevano, quelli che erano nati in Israele. Nessun ascolto, nessun trattamento particolare, nulla, fame, miseria, non c’era lavoro, e continuavano a buttare fuori i palestinesi nel ’48, una cosa spaventosa, per me insopportabile.

Sua sorella Eliz è rimasta in Europa?

Eliz era già in Israele, lei è partita clandestinamente, era ancora Palestina nel 47, la nave è stata  requisita dagli inglesi e lei è stata in un campo per un anno a Cipro. Quando siamo arrivati noi, in settembre, lo Stato israeliano c’era già, era nato il 14 maggio del 48 ma aveva pochi mesi di vita, non era ancora un paese, non sapevano nemmeno dove metterci, cosa fare. Volevano che noi fossimo tutti lì, però non potevano darci ciò di cui avevamo bisogno, ci hanno trattati male, avevano bisogno di far crescere una generazione di combattenti, di soldati, erano tutti pronti a sparare, dopo si son pentiti, ma ci sono voluti vent’anni, hanno cominciato ad affrontare questo problema Yehoshua, Grossman, lo Stato stesso… però intanto sono passati vent’anni.

Che accoglienza ha trovato in Italia?

Beh, quando sono arrivata in Italia nel ’54, prima di tutto ho trovato un’accoglienza come se fossi arrivata in famiglia. L’Italia era povera e il ricordo della guerra era vivo, raccontavano la guerra, il fascismo, Via Rasella, i partigiani, la gente raccontava. Io abitavo in una stanza ammobiliata e proprio per puro caso in Via del Babuino 36, una casa buia, in una stanza che dava su un cortile pieno d’immondizia, di topi, lui era un tipografo e lei una donna di casa, aveva sul muro il ritratto del papa, di Mussolini e del re. Io tornavo dal lavoro perché lavoravo, comunque dividevano la zuppa di cavoli con me la sera, puzzava tutta la casa di cavoli, “Signorì, signorì venga a mangiare con noi…” Erano fascisti, però non era cattiva lei, forse non sapeva neanche cosa fosse il fascismo, era una donna molto semplice. Ho abitato da loro per diverso tempo ed erano molto carini dicevano “signorina, ma esca un pochino, sta sempre lì seduta a scrivere, perché non fa qualcosa, faccia il cinema lei che è così bella…” Allo stesso tempo però, lei mi faceva le iniezioni, avevo già dei dolori lombari alle ossa, con tutto il freddo che avevo sofferto, e la prima volta mi ha abbassato le mutande più del dovuto. “Signora, cosa fa?” le ho chiesto “Volevo vedere se lei ha la coda…” Era così ignorante che pensava che gli ebrei avessero la coda, che fossero ricchi… Questo pregiudizio quotidiano, che gli ebrei sono tutti ricchi, tutti banchieri, tutti furbi, che hanno il potere in mano, che hanno la coda, che sono bugiardi… io l’ho percepito in Italia fino a ieri, anzi fino ad oggi. Allora sono stata ricevuta bene perché ero una bella ragazza, fischiavano per la strada, “signorì, signorina” dappertutto, non sapevano assolutamente se ero ebrea o meno, allora le straniere erano viste un po’ come delle puttane. Oggi, sessant’anni dopo, l’Italia è totalmente cambiata, certamente evoluta ma in gran parte peggiorata, gli italiani prima erano tutto “core”, adesso nemmeno quello.

Si riferisce all’antisemitismo nel nostro paese?

Oggi ci troviamo di fronte a nuovi fascismi, nuovi antisemitismi e razzismi spaventosi … L’antisemitismo c’è sempre stato, non è mai stato sradicato, è rimasto lì, spazzato sotto il tappeto come in Ungheria, dove dopo la guerra sono diventati tutti comunisti, tutti antifascisti, tutti voltagabbana come in Italia, era la stessa identica gente, non è cambiato nulla, né in Ungheria né altrove. In Ungheria hanno negato tutto come se  non c’entrassero con la deportazione, hanno insegnato nelle scuole che gli ebrei sono stati portati via dai tedeschi invece, almeno a Budapest, sono stati portati via dagli ungheresi fascisti, hanno totalmente mistificato la storia, dappertutto. Anche in Italia, Togliatti stesso ha voluto riappacificare il paese, ma se noi non affrontiamo la nostra coscienza, non affrontiamo quello che abbiamo fatto, non possiamo cambiare. Io sono tornata in Germania nell’83, sono andata nella cittadina di Dachau, a 17 km da Monaco. Stando nel campo di Dachau non sapevo nemmeno che a 2 km esistesse questa bellissima cittadina dell’ottocento, credo che quando i prigionieri sottoposti agli esperimenti gridavano forte, lì si sentisse. Sono dunque tornata nella cittadina di Dachau, e ho chiesto a un signore, in un bar, “mi può dire dov’è il memoriale” perché lì c’è il memoriale, e lui ha detto: “non lo so” ed è indietreggiato. Era un uomo sui settanta-settantacinque anni, quindi sapeva benissimo tutto, gliel’ho chiesto apposta. “No, no, non so…” Hanno finto in quegli anni di non sapere e anche dopo. Negavano allora come adesso. Va detto comunque che la Germania è l’unico paese ad aver fatto in qualche modo i conti con il passato.

Lei ha parlato della difficoltà di testimoniare di fronte a ragazzi che non ascoltano, indifferenti, che ridono. Purtroppo nelle scuole italiane non viene insegnato il rispetto dell’altro, di chi si ha di fronte, nei loro comportamenti ed espressioni alle volte paiono incapaci di comprendere, di pensare…

Non li lasciano pensare, sono diventati dei robot, non c’è comunicazione se non attraverso le cose elettroniche… Devo dire che sono stata credo in migliaia di scuole italiane, e chiedo sempre  che i ragazzi che ascoltano musica con le cuffie escano, perché di mia madre morta bruciata non parlo mentre loro ascoltano la musica, ma gli insegnanti stessi non sanno comportarsi come dovrebbero, perché quando entri spesso ti dicono: “Ah ma i miei ragazzi sanno tutto perché hanno visto La vita è bella”. No, La vita è bella non c’entra niente con la deportazione, per questo anzi ha creato molti danni, è una commedia, grottesca, a me piace Benigni, ma non questo film. I ragazzi non sanno niente, della storia imparano dieci righe sballate sui libri, oppure estratti della storia dell’ebraismo, decontestualizzati. Io credo che non ci sia la volontà di insegnare loro la storia. Ma in ogni scuola trovi sempre quello che ti ascolta e anche quando sono in pochi ad ascoltare, penso che ne valga la pena. Non importa quanti hanno ascoltato, anche se vedendo le lettere che ho ricevuto negli anni credo di aver cambiato centinaia di persone. Sarà una goccia nel mare, ma non importa, è sempre utile. Io penso che si debbano educare i propri figli diversamente, non risparmiar loro la fatica di imparare. Questi ragazzi sono ignoranti, non sono in grado di comprendere. Viviamo in un  periodo caotico e molto pericoloso, non per me che ho visto le cose peggiori che potevano capitare, ma proprio per loro che non si rendono conto di cosa vuol dire il valore della vita, il valore del pane, il valore della pace, il valore dell’uguaglianza, non sanno cosa sia.

Il male è nell’uomo, come ha detto più volte, in questo periodo il cinema, la televisione danno particolare spazio e risalto al male in tutte le sue declinazioni, la violenza criminale, la violenza psicologica nelle relazioni umane, cosa ne pensa?

Sì, domina la violenza, è un danno enorme, perché i ragazzi sono abituati all’orrore, io quando accendo la tv vedo sempre la violenza e non la sopporto, i giovani sono assuefatti alla violenza, non gli fa più né caldo né freddo, pensano che la vita non abbia molto valore, né la propria né quella degli altri, a tavola giocano a football con il pane, vedere una cosa del genere per me è allucinante, perché se non sai qual è il valore del pane non sai niente, non conoscono la fame, di quelli che ne soffrono a loro non interessa niente, è diventata una società egocentrica e l’uomo è peggiorato molto negli ultimi vent’anni. Non hanno coscienza morale, neanche i genitori, che non trasmettono loro alcun tipo di etica, non gli insegnano niente… Oggi è questo il problema, non solo coi giovani, puoi dire qualsiasi cosa alla gente che ride e applaude, non hanno alcuna coscienza individuale.

Con suo marito ha condiviso probabilmente il ricordo della sua esperienza nei campi di concentramento. In riferimento alla sua malattia, lei ha detto “con lui ho tenuto in vita tutti i miei morti”, può parlarne?

Purtroppo sì, gli ho raccontato anche troppo, lui diceva “Per le mie fragili spalle è troppo, tu sei una persona troppo importante, molto dura, molto difficile, io sono solo un povero poeta…” lo diceva così, scherzando. Quando mio marito si è ammalato, nel 2004, lentamente è stata una discesa agli inferi. Ha avuto l’alzheimer, undici anni e mezzo quasi, l’ho curato, per dieci anni, da sola, mano nella mano, notte e giorno, ed è stato il periodo, anche se è paradossale, più gratificante della mia vita, perché ero convinta di tenere in vita con lui in qualche maniera tutti i miei morti, almeno i miei genitori, mio fratello, perché tenere in vita qualcuno credo sia la cosa più bella che ci possa essere, quando i medici ti dicono muore, non ce la fa ad arrivare fino a domani, perché intanto gli erano venute altre malattie, fra cui la polmonite… era un inferno, ma a me bastava vederlo sorridere. Un giorno Nelo mi ha detto: Chi sei tu?”  e mi sono sentita annientare, come nei campi di concentramento, perché negava la mia esistenza, però poi, dopo mezz’ora già si ricordava di me, perché quando hanno suonato alla porta ha detto: “è Edith che viene, viene Edith”. È stato un periodo che ricordo come una cosa tristissima, dolorosissima, eppure umanamente molto bella, curare, soccorrere una persona che ami. Io credo che sia l’amore a tenere in  vita le persone. L’ultimo anno e mezzo è venuta Olga ad aiutarmi, perché ormai non ce la facevo più da sola. La sua malattia è stata terribile, ma per me è stato il mio bambino, mio padre, mia madre tutto quello che io ho amato, e volevo tenerlo a tutti i costi in vita, perché avevo un sentimento materno verso di lui, che era dolce. Per me che ho visto morti violente, per fame, percosse, per le torture, o come quella della mia amica che si è buttata contro il filo spinato, dall’altra parte c’era suo padre, ha aperto le braccia ed è rimasta così sul filo spinato con la corrente elettrica, colpita di schiena dalla SS dalla torre di guardia, rivedo la scena come se fosse oggi… E poi ho visto bambini congelati, centinaia, per terra, facevano esperimenti, piccoli come dei batuffoli… Ho sempre visto la morte violenta, invece la morte di Nelo è stata una morte naturale. Sono rimasta due giorni e due notti senza muovermi, ho pensato di impazzire, però lentamente mi sono detta, sono sopravvissuta ad Auschwitz, nulla è peggio, e mi sono rialzata, quel grande, immenso male, indimenticabile, eterno, ti aiuta nella vita…

Non si guarisce da Auschwitz, ha più volte affermato… 

No, Auschwitz è  per sempre, non si guarisce e non bisogna neanche guarire, guai a guarire da Auschwitz, no, si deve gridare, dire, denunciare raccontare, finché si ha voce. Quello di Auschwitz era un mondo altro, non un mondo di vivi, di persone, era una follia, un inferno, un manicomio…non era neanche Europa, per me era un altrove, dove non c’era nulla di umano, c’era solo l’erba, infatti mi meravigliavo perché c’erano margherite, tra una baracca e l’altra, mi chiedevo ma come possono crescere margherite qua, come se non potessero appartenere a quel mondo. Ho pensato mille volte qui non può neanche esserci il sole, questo è il buio, come può uscire il sole qui? Come fosse un altro pianeta…

Ha scritto una nuova raccolta di poesie?

Sì, si chiama Tempi, uscirà a breve.

Scrive più volentieri in versi, o in prosa?

La prosa è una fatica grande, non lunga perché io scrivo di getto, così, non smetto finché finisco, che può essere tre mesi, otto mesi, non lo so, ma non smetto, mai, e di notte penso solo  al libro. Invece i versi nascono come una gravidanza, non ho altra definizione… devono nascere questi versi. Dopo due mesi di lockdown sono uscita e ho visto Roma deserta per la prima volta, ho fatto via Margutta, piazza del Popolo non c’era anima viva, e mi è venuta una sensazione, sono tornata a casa e ho scritto questo libro di poesia che esce tra poco, l’ho scritto in un mese e mezzo, una poesia dietro l’altra, e non so come e non so perché, provocato sicuramente da questi nuovi antisemitismi, qualcosa che mi colpisce, più fisicamente che mentalmente, e devo buttarlo sulla carta, è già dentro e viene così com’è, io non cancello niente. Mentre nella narrativa cancelli, aggiusti questo e quest’altro, le ripetizioni, cambi, nella poesia no.

E l’ultimo suo libro, Il pane perduto, di cosa parla ?

È una sorta di riassunto della mia vita, somiglia al mio primo libro, ma è totalmente  diverso. L’idea mi e venuta mentre ero a Teramo quando ho ricevuto un premio molto importante nell’ottobre del 2018 da parte dell’Università di Teramo, l’hanno dato a me e a Emma Bonino, c’erano almeno duemila persone nell’Aula Magna dell’Università, da ambo i lati c’erano professori, rettori, venuti anche da Roma. La sala era totalmente piena di gente, ero vicina al rettore ed ero smarrita, completamente, mi son detta ma dove sono? Non era la prima volta che mi trovavo con così tante persone, ma era questo cerimoniale, c’era l’orchestra, crocerossine, militari, c’erano rappresentanti di tutti i settori della società, il rettore con l’ermellino… Improvvisamente ero smarrita, camminavo sul lungo tappeto rosso, tutti applaudivano, quando sono entrata ha iniziato a suonare la banda del paese. Sono rimasta sbalordita, era troppo per me. Sono arrivata alla cattedra e lì hanno parlato prima di me almeno sei persone, fra cui il preside, il sindaco, il vicepreside, il vicesindaco, parlavano, parlavano e io mi sono chiesta, ma di chi stanno parlando? Non so fino a che punto conoscessero il mio lavoro. Mi sentivo estranea a tutta questa cerimonia, non capivo bene e in quel momento avevo quasi nostalgia della bambina scalza, che camminava nel paese sollevando la polvere tiepida di primavera, e così è nato il libro, comincia che su quel tappeto rosso lei ha nostalgia dell’infanzia, che corre nel paese scalza in primavera, attraversa in qualche modo tutta la sua esistenza, però la sorvola, rispetto ai precedenti libri è molto più distaccato, ed è diviso in due tempi, da un certo momento è raccontato in terza persona, quella vita lì è finita, è chiusa, è passato, simbolicamente, e poi comincia una vita nuova, ci sono diverse vite, diversi paesi dentro. L’ho intitolato Il pane perduto perché quando ci hanno portato via all’alba una mattina di aprile, hanno bussato alla porta, il giorno prima mia mamma aveva impastato la farina, a Pasqua noi mangiamo soltanto pane azzimo, la vicina ci aveva regalato la farina, perché non c’era neanche farina, non c’era niente, e ha fatto cinque pani e li ha messi a lievitare in ciotole di legno, e all’alba quando i gendarmi hanno bussato alla porta, mia madre è impazzita perché pensava al pane. Poi ci hanno cacciati, dalla nostra casa, dall’Ungheria, ma in tutto il viaggio, fino ad Auschwitz, lei piangeva per il pane, ripeteva “il pane, il pane” per lei, per noi, era essenziale. Così nasce il titolo Il pane perduto.

OPERE

Narrativa

  • Chi ti ama così (Milano: Lerici, 1959; Venezia: Marsilio 1974, 2015)
  • Andremo in città (Milano: Lerici, 1962; Roma: Carucci, 1982; Napoli: L’ancora del Mediterraneo, 2007)
  • È Natale, vado a vedere (Milano: Scheiwiller, 1962)
  • Le sacre nozze (Milano: Longanesi, 1969)
  • Due stanze vuote (presentazione di Primo Levi, Venezia: Marsilio, 1974)
  • Transit (Milano: Bompiani, 1978; Venezia: Marsilio, 1995)
  • Mio splendido disastro (Milano: Bompiani, 1979)
  • Lettera alla madre (Milano: Garzanti, 1988) – Premio Rapallo Carige per la donna scrittrice 1989
  • Nuda proprietà (Venezia: Marsilio, 1993)
  • L’attrice (Venezia: Marsilio, 1995)
  • Il silenzio degli amanti (Venezia: Marsilio, 1997)
  • Signora Auschwitz: il dono della parola (Venezia: Marsilio, 1999, 2014)
  • L’amore offeso (Venezia: Marsilio, 2002)
  • Lettera da Francoforte (Milano: Mondadori, 2004)
  • Quanta stella c’è nel cielo (Milano: Garzanti, 2009) – Premio Viareggio 2009 – Premio Città di Bari-Costiera del Levante-Pinuccio Tatarella
  • Privato (postfazione di Gabriella Romani, Milano: Garzanti, 2010) – Premio Europeo di Narrativa G. Ferri – D. H. Lawrence
  • La donna dal cappotto verde (Milano: Garzanti, 2012)
  • Il sogno rapito (Milano: Garzanti, 2014)
  • La rondine sul termosifone (Milano: La nave di Teseo, 2017)
  • Ti lascio dormire (Milano: La nave di Teseo, 2019)
  • Il pane perduto (Milano: La nave di Teseo, 2021)
Edith Bruck, nel 1974, con lo scrittore Achille Campanile

Poesia

  • Il tatuaggio (presentazione di Giovanni Raboni, Parma: Guanda, 1975)
  • In difesa del padre (Milano: Guanda, 1980)
  • Monologo (Milano: Garzanti, 1990)
  • Itinerario: poesie scelte (Roma: Quasar, 1998)
  • Specchi (Roma: Edizioni di storia e letteratura, 2005)
  • Versi vissuti. Poesie (1975-1990) (a cura di Michela Meschini, con una introduzione di Michela Meschini, una prefazione di Paolo Steffan e una postfazione di Edith Bruck, Macerata: eum, 2018)

Teatro

  • Sulla porta (1970)
  • Mara, Maria, Marianna (1974, con Dacia Maraini e Maricla Boggio)
  • Per il tuo bene (1975)

Filmografia

Sceneggiatrice

  • Andremo in città, (1966), regia di Nelo Risi
  • Fotografando Patrizia, (1984), regia di Salvatore Samperi
  • Per odio, per amore, (1991), regia di Nelo Risi
  • Anita B, (2014), regia di Roberto Faenza

Regista

  • Improvviso (1979)
  • Quale Sardegna? (1983)
  • Un altare per la madre (1986)

Attrice

  • I soliti ignoti (1958), regia di Mario Monicelli
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