LE PAGINE OSCURE DELLA STORIA NEL CINEMA DI SERGEI LOZNITSA

di Luisa Ceretto

 

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 “Molte pagine della Storia, non sono mai state neppure trattate. Ad esempio, non ci sono film sullo sterminio degli ebrei e neppure sull’Olocausto nel territorio dell’Unione Sovietica (…)  Tutto questo sangue, questi eccidi, se restano nell’oscurità, saranno stati inutili… La Storia ci deve insegnare qualcosa, in qualche modo, altrimenti non ha senso…”

Sergei Loznitsa

 

Autore premiato in alcune delle vetrine festivaliere più prestigiose, Sergei Loznitsa giunge relativamente tardi alla regia cinematografica, imponendosi nel panorama internazionale come una delle figure di spicco nell’ambito del documentario, ma non solo. Dopo una carriera scientifica ben avviata – nasce in Bielorussia e si trasferisce successivamente a Kiev con la famiglia, dove vive e si laurea nel 1987 in ingegneria e matematica -, l’interesse per la settima arte lo conduce a Mosca, per intraprendere un nuovo percorso, con consapevole determinazione. Si iscrive al prestigioso Istituto di Cinema Statale (in seguito Università statale pan-russa di cinematografia S.A. Gerasimov), noto con l’acronimo VGIK, fondato nel 1919, che annovera negli anni tra i suoi insegnanti e allievi, personalità come Kuleshov, Ejzenstejn, e successivamente autori come Tarkovskij, tasselli fondanti della storia del cinema a livello mondiale. Un lungo apprendistato, a Mosca, negli anni novanta, in cui Loznitsa ai corsi alterna la frequentazione degli archivi cinematografici, presso i quali può vedere e conoscere i classici della settima arte, incluse le pellicole dei fratelli Lumière, che costituiscono una memoria visiva imprescindibile, una fonte di ispirazione rispetto a un certo modo di fare cinema. A tal proposito è lo stesso autore a dichiarare, “credo che i film dei Lumière scorrano nelle nostre vene”.  È a scuola che, insieme alle lezioni, ha inizio la sua pratica registica, esattamente nel 1996 con Today we are going to build a house e due anni più tardi, dirige Life in Autumn. Un cinema che sin da quei primi passi, può trattarsi dell’osservazione di un gruppo di operai al lavoro o degli abitanti anziani di un villaggio nel cuore della Russia, rivela uno sguardo fortemente connesso alla realtà circostante e alla sua storia. Successivamente Loznitsa gira The train stop (2000), Settlement (2001) e Portrait (2002), titoli che ottengono importanti premi internazionali, coi quali si evidenzia ulteriormente il suo campo d’indagine, l’attenzione nel cogliere volti, persone, la liricità di una dimensione rurale, nel testimoniare lo stile di vita della popolazione russa nella sua quotidianità.

Una narrazione documentaria che si distingue per l’essenzialità di uno stile privo di orpelli e che ha nella maggior parte dei casi, come parti pris, la scelta di un rigoroso bianco e nero. Vi sono aree geografiche anche molto vicine, ad esempio quelle dell’Europa dell’Est, dove il percorso di un artista è intrinsecamente legato alla realtà del proprio Paese, dove la biografia, l’identità culturale, influenzano se non determinano le stesse scelte artistiche. E questo vale indubbiamente per un regista come Sergei Loznitsa. La sua opera attinge a pagine più o meno note e controverse della storia del proprio Paese e più in generale dell’ex Unione Sovietica, focalizzando il proprio interesse non tanto sui protagonisti, quanto piuttosto sulle masse, cogliendone gli spaesamenti, gli sguardi laterali. Nelle sue mani, documenti d’archivio costituiscono il canovaccio su cui realizzare opere inedite come il film di montaggio Blockade (2005), in cui il regista ucraino racconta l’assedio di Leningrado da parte dell’armata tedesca durante il secondo conflitto mondiale, servendosi esclusivamente di materiale di repertorio, immagini mute senza commento sonoro. Dopo aver diretto undici documentari, nel 2010 Loznitsa si cimenta con un film di fiction, My Joy, una parabola oscura sulla Russia contemporanea, una favola dai toni neri, di miseria umana e sopraffazione.

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My Joy, 2010

Due anni più tardi, la seconda opera di fiction, In the fog, tratta dall’opera di Vasil Bykov, ci riporta indietro, al 1942, per raccontare la campagna di resistenza in un’area occupata dai nazisti sul fronte occidentale sovietico. Nel 2014 firma Reflections, un episodio del film collettivo I ponti di Sarajevo, uno sguardo polifonico sulla città bosniaca e il suo ruolo cruciale, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri. È di quello stesso anno la regia di Maidan, sulla tragica cronaca della rivolta che ha avuto luogo a Kiev nell’inverno 2013-14 contro la violenta repressione da parte del governo di Viktor Janukovych, presidente ucraino che di lì a poco sarà costretto a dimettersi. Un documento prezioso che rivela in tutta la sua forza le scelte registiche di Loznitsa, fautore di un cinema umanista, discreto, teso a cogliere e a carpire l’anima di un popolo, a partire da una scelta rigorosa di ripresa con una telecamera perlopiù fissa. Nel 2015 realizza The Event, un lavoro che ha nuovamente per protagonista le folle, ma si tratta di immagini d’archivio risalenti all’agosto 1991, al cosiddetto Putsch, il colpo di stato che dava il via allo sgretolarsi dell’Unione SovieticaUn ulteriore capitolo della sua ricerca, dove Loznitsa si interroga sugli eventi storici, sulle loro contraddittorietà, ma anche, si direbbe, sullo statuto stesso dell’immagine, della sua presunta veridicità, l’obiettività, per metterne in rilievo, invece, la sua possibile messinscena, manipolazione. Presentato alla settantatreesima edizione della Mostra del cinema di Venezia, Austerlitz, per l’implacabilità del suo sguardo, è un’opera lucida e necessaria. Il documentario riprende nel corso di una giornata, l’afflusso delle masse di turisti in un campo di concentramento, ne registra i comportamenti. Una riflessione sul valore e l’importanza della memoria storica, che nell’epoca odierna del digitale, nella società dell’imperare delle immagini e degli autoscatti destinati ai social network, di un turismo usa e getta, rischia di smarrirsi. Il film evidenzia il paradosso di come un luogo, un memoriale, possa costituire un’attrazione per una folla distratta, al limite del cinismo, incapace, anche nei confronti dell’orrore della Shoah, di uscire dai propri automatismi percettivi. Liberamente ispirato a un’opera di Dostoevskij già portata sugli schermi da Robert Bresson con Une femme douce, A Gentle Creature (2017) è invece il lungometraggio presentato in concorso al Festival di Cannes.

Il film è incentrato sulla figura di una donna senza nome che intraprende un viaggio in una zona remota del Paese, dove il marito, rinchiuso in un carcere, è relegato da tempo. Una vicenda che si svolge in una Russia contemporanea non ben identificabile, senza riferimenti a situazioni o personaggi politici precisi. Dopo aver girato nei campi di sterminio nazista, nel 2018, con Victory Day, il regista rivolge la propria attenzione su un altro luogo della memoria, il Memoriale per i soldati sovietici al Treptower Park di Berlino, dove il 9 maggio di ogni anno si celebra la Giornata della vittoria contro il nazifascismo. È dello stesso anno il suo quarto lungometraggio a soggetto Donbass, presentato nella sezione Un certain regard a Cannes, e Process (The trial), con cui torna al documentario. Grazie a materiali di archivio, Loznitsa ricostruisce uno dei primi processi farsa architettati da Stalin negli anni trenta. Un gruppo di economisti e di ingegneri di alto livello sono a processo con l’accusa di aver organizzato un colpo di stato contro il governo sovietico. Costretti a confessare crimini mai commessi, il tribunale emetterà sentenze di morte. Uno straordinario documento che, per dirla col regista, costituisce “un esempio unico di un documentario in cui si vedono 24 fotogrammi di bugie al secondo”. Loznitsa prosegue il proprio lavoro con materiali d’archivio in gran parte inediti realizzando la sua nuova opera, The State Funeral (2019), presentato come il precedente alla mostra di Venezia, fuori concorso. “Considero questo film uno studio visivo sulla natura del culto della personalità di Stalin e un tentativo di smontare il rituale che era parte delle fondamenta del regime sanguinoso.”

Abbiamo incontrato Sergei Loznitsa a Bologna, nel gennaio del 2017, in concomitanza dell’uscita di Austerlitz nelle sale cinematografiche italiane e di una retrospettiva bolognese a lui dedicata.

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The State Funeral, 2019