PARTE TERZA

 

GIUSEPPE UNGARETTI

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PER I MORTI DELLA RESISTENZA

Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

 

ROBERTO ROVERSI  

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IL TEDESCO IMPERATORE

Passano i tedeschi nelle Langhe,

strisciano i piedi sull’asfalto.

Stridono ruote, battono i fucili

contro gli elmetti vuoti, per la strada

di campagna, dinanzi all’osteria

sporca di mosche, ancora insanguinata

per la morte di una donna fulminata

con bicicletta e pane

accartocciato, l’insalata, il sale,

da un colpo di pistola.

Un cavallo al galoppo, ombre, voci

correnti lungo l’argine, per le sponde

mescolate di fango e erba nuova.

Poi al mattino le Langhe sono azzurre

nell’abbraccio delle Alpi deserte.

da DOPO CAMPOFORMIO

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RICORDATE

Ricordate

Ricordateci

noi che la libertà

l’abbiamo inseguita

camminando sul fuoco

noi falciati

sotto cieli violenti di guerra

Ricordateci

Ricordate

Braci accese sono le vostre vite

Per la luce del vostri pensieri

E per nuove speranze

 

Roberto Roversi, poeta e scrittore bolognese, è stato partigiano in Piemonte nelle formazioni di “Giustizia e Libertà”.

 

ALDO FARINA

 

GLI IMPICCATI

Con rabbia atroce
li soffocarono al cappio
perché il loro grido
si spegnesse per sempre
e invece dilagò
dai monti alla pianura
coi loro nomi di battaglia
“Giustizia” e “Libertà”.

Aldo Farina, partigiano ligure.

 

ELENA BONO

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COMBATTIMENTO

 

Ululano i monti

in mezzo alla battaglia,

sibilano selve

agitando braccia di fuoco.

Tu taci,

cuore,

ti comprimi sull’arma.

Tu sei silenzioso,

sangue,

corri sulla terra

e ti seguono gli occhi dei morenti

mentre da loro ti allontani.

Forse soltanto qualche donna

Altrove

sente in sé la tua voce

all’improvviso.

Disperatamente

gridi in seno a tua madre

e in seno a Dio, sangue silenzioso.

                                                          

 GIUSEPPE BARTOLI, “PINO”

 

25 APRILE

L’importante è non rompere lo stelo
della ginestra che protende
oltre la siepe dei giorni il suo fiore
C’é un fremito antico in noi
che credemmo nella voce del cuore
piantando alberi della libertà
sulle pietre arse e sulle croci
Oggi non osiamo alzare bandiere
alziamo solo stinti medaglieri
ricamati di timide stelle dorate
come il pudore delle primule:
noi che viviamo ancora di leggende
incise sulla pelle umiliata
dalla vigliaccheria degli immemori
Quando fummo nel sole
e la giovinezza fioriva
come il seme nella zolla
sfidammo cantando l’infinito
con un senso dell’Eterno
e con mani colme di storia
consapevoli del prezzo pagato
Sentivamo il domani sulle ferite
e un sogno impalpabile di pace
immenso come il profumo del pane
E sui monti che videro il nostro passo
colmo di lacrime e fatica
non resti dissecato
quel fiore che si nutrì di sangue
e di rugiada in un aprile stupendo
quando il mondo trattenne il respiro
davanti al vento della libertà
portato dai figli della Resistenza

Giuseppe “Pino” Bartoli, ufficiale della formazione partigiana “Silvio Corbari” nell’appennino faentino  in Emilia Romagna.

 

GIOVANNI CAPUZZO

 

PER UN PARTIGIANO CADUTO

Era nel buio l’ombra
a darti un volto,
o indistinta paura del domani?
Ma all’alba si partì,
cuore d’acciaio e muscoli di bronzo
sui campi seminati incontro a loro.
Battito breve di un’ala sul fossato:
una canzone ricoprì lo strappo
della tua carne, o mio fratello,
un canto lungo come il tuo cammino
per i sentieri chiari del futuro.
A darci luce il tuo sorriso valse,
quando la fronte sollevasti al sole,
per dirgli la tua pena e il tuo tormento.
Poi ricadesti: i fiori
sugli esili gambi pensierosi
bastarono a donarti una corona.

Giovanni Capuzzo, partigiano toscano.

 

FRANCO ANTONICELLI

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Franco Antonicelli (con cappello) con Pavese, Ginzburg e Frassinelli

Da FESTA GRANDE DI APRILE. RAPPRESENTAZIONE POPOLARE IN DUE TEMPI

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Franco Antonicelli con Ferruccio Parri

CANZONE DELLA CIMICE

Siam vissuti con la cimice

con la cimice sul petto

che odore cattivo mandava

che odore il lurido insetto

che non lasciava il nostro petto.

Non era una cimice di bosco

che se non altro ha le ali

ma una cimice casalinga

una cimice dall’odore infetto

che non lasciava il nostro petto.

Succhiava il nostro sangue

dormiva nel nostro letto

chi mai l’avrebbe scacciata?

il fuoco ci voleva, il fuoco

fuoco dalla cantina al tetto

così la cimice è bruciata

bruciata sul nostro petto.

Saggista e poeta antifascista, Franco Antonicelli entra a far parte del CLN del Piemonte e nel 1945 ne diventa presidente. Nel 1947 pubblica con la propria casa editrice Se questo è un uomo di Primo Levi rifiutato dai principali editori  nazionali.

 

LUIGI MENEGHELLO  

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Da I PICCOLI MAESTRI

… Dappertutto (almeno da noi, nel  Vicentino) si sentiva muoversi la stessa corrente  di sentimento collettivo; era l’esperienza di un vero moto popolare, ed era inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale… noi prendevamo per scontato  che la volontà dell’Italia non esiste. Invece ora era saltata fuori, e ci eravamo in mezzo…Piccoli maestri

 Questo è il cuore dell’avventura, il centro. È un periodo breve, poche settimane: i calendari dicono così. A noi parve lunghissimo, forse perché tutto contava, ogni ora, ogni sguardo. Nel viso di un compagno che si sveglia sotto un pino, nel giro di occhi di un inglese appoggiato a una roccia, leggevamo un’intera vicenda di pensieri e di sentimenti, e la leggiamo ancora tanti anni dopo, con la stessa evidenza e complessità, e la stessa assenza di tempo. Il tempo non c’era, l’avevano bevuto le rocce, e ciò che accadeva di giorno e di notte era senza dimensioni…

Le forme vere della natura sono forme della coscienza. Di queste cose si è sentito parlare nelle storie letterarie, ma quando si esperimentano di persona paiono nuove, e solo in seguito, riflettendoci, si vede che sono le stesse. Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti  veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea di libertà. In molti modi è un paesaggio adatto a questa associazione: intanto è un altopiano, uno zoccolo alto, e tutti i rilievi sono sopra questo zoccolo, ben staccati dalla pianura, elevati, isolati. Questo si sentiva fortemente lassù: eravamo sopra l’Italia, arroccati … E’ lassù che ci siamo sentiti liberi, e non è meraviglia che questi circhi, questi boschi, queste rocce fiorite ci siano passati dentro, come modi della coscienza, e ci sembrino ancora il paesaggio più incantevole che conosciamo…

 

CARLO LEVI

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Da L’OROLOGIO

La notte, a Roma, par di sentire ruggire leoni. Un mormorio indistinto è il respiro della città, fra le sue cupole nere e i colli lontani, nell’ombra qua e là scintillante; e a tratti un rumore roco di sirene, come se il mare fosse vicino, e dal porto partissero navi per chissà quali orizzonti. E poi quel suono, insieme vago e selvatico, crudele ma non privo di una strana dolcezza, il ruggito dei leoni, nel deserto notturno delle caseè un suono animalesco, che par venire da viscere nascoste o da gole aperte invano a cercare una parola impossibile… È un rumore pieno d’ozio, come uno sbadiglio belluino, indeterminato e terribile…

 Venivo direttamente da Firenze… dove tutti parevano ancora vivere nell’atmosfera vivificante della Resistenza, e non si pensava esistesse differenza fra i politici e la gente comune; ma ciascuno faceva quello che faceva con naturalezza, in un mondo indipendente e senza compartimenti stagni, nelle fabbriche, sul lavoro o nel governo locale del Comitato di Liberazione. Quella libertà attiva e creativa durò, come tutti i miracoli assai poco…

… erano giorni importanti. Il Ministero era caduto: il governo Parri era stato rovesciato, e la crisi si protraeva, con le sue attese, i suoi colpi di scena, le sue manovre. Sapevamo tutti benissimo, come una verità evidente e ovvia… che quelli erano avvenimenti decisivi, che il futuro dell’Italia, per molti anni, ne sarebbe dipeso, che si trattava di decidere se quello straordinario movimento popolare che si chiamava la Resistenza avrebbe avuto uno sviluppo nei fatti, rinnovando la struttura del Paese; o se sarebbe stato respinto tra i ricordi storici, rinnegato come attiva realtà, relegato tutt’al più nel profondo della coscienza individuale, come una esperienza morale senza frutti visibili, piena soltanto delle promesse di un lontano futuro… 

C’era stato un momento in cui gli uomini si erano sentiti tutti uniti fra di loro e col mondo e avevano visto la morte e vissuto in un’aria comune. Questo momento non era finito del tutto; continuava nella gente che imparava a vivere negli errori e nei dolori, che frugava tra le macerie, che sapeva di esistere e rinunciava alle cose perdute…

Il tavolo, davanti a noi, era coperto di telegrammi, che il vento muoveva. Erano centinaia di telegrammi, venivano da ogni parte d’Italia, dalle sezioni di partito, dai partigiani, da tutte le Commissioni interne operaie. Dicevano tutti le stesse cose: solidarietà col governo, protesta contro la crisi, incitamento a resistere. Dietro ad ognuno di essi c’erano forse degli uomini coi loro visi e la loro appassionata volontà…

Il Presidente dimissionario aveva convocato i membri del Comitato di Liberazione, gli uomini politici, i giornalisti… Gli uscieri che mi accolsero  all’ingresso e mi accompagnarono per scale, scalette e interminabili corridoi, avevano un’aria stranamente allegra… Avevano le facce distese di chi si è tolto un gran peso dal cuore: essi sentivano che era l’ultimo giorno nel quale degli sconosciuti senza titolo, con facce e vestiti che parevano di un’altra razza, penetravano in quella loro casa; che essa non sarebbe mai più stata profanata; che quel Palazzo, che aveva resistito imperturbabile a tante bufere, sarebbe finalmente tornato in loro possesso, per loro, per loro soli. Non avrebbero dovuto più trepidare al pensiero di folli riforme, di insensati cambiamenti, di crudeli epurazioni, di ridicole pretese di efficienza: non avrebbero più dovuto salutare qualcuno che non si peritava di umiliarli schivando gli onori, che li insultava rifiutando perfino il titolo di Eccellenza, così dolce sulla bocca…

Carlo Levi nel 1931 si unisce al movimento antifascista di “Giustizia e Libertà” e nel ‘43 aderisce al Partito d’Azione.

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Ferruccio Parri e Carlo Levi (primo a sinistra) alla presentazione del libro di Michele Pantaleone Mafia e politica nel 1962 (Foto Iatituto Luce)