XVIII – JACO VAN DORMAEL

Numero XVIII – Ottobre 2020

Sommario:

“LA STRANA ESPERIENZA DI ESSERE IN VITA”: IL CINEMA DI JACO VAN DORMAEL di Luisa Ceretto

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Ci sono autori il cui stile è riconoscibile al pubblico di ogni parte del mondo, per la capacità di sapersi mettere in gioco, di sperimentare cammini poco frequentati e che per tali motivi sfuggono ad una facile catalogazione. Tra questi, sicuramente si colloca Jaco Van Dormael, ogni suo film costituisce per certi aspetti un capitolo di un’unica opera. Figura di spicco della cinematografia belga contemporanea, Van Dormael si impone negli anni novanta sulla ribalta internazionale per la freschezza stilistica del suo debutto nel lungometraggio, l’inclassificabile Toto le héros (1991). Il suo cinema, dalla forte impronta surreale, si situa al fianco di quello di autori come Alain Berliner, Rémy Belvaux, all’interno di una cinematografia nazionale composita e variegata che, forte di una tradizione del cortometraggio e del film di animazione, sin dagli anni venti vanta una produzione documentaristica di rilievo internazionale -i fratelli Dardenne ne sono l’espressione contemporanea-, ma anche nel cinema di fiction, in un Paese plurilingue, francofono, fiammingo e germanofono, dove alle differenze linguistiche si aggiungono influenze culturali diverse, vi è un’importante tradizione sperimentalista. La Cinémathèque Royale, fondata nel 1938 e rinominata nel 2009 Cinematek per la parità linguistica del Paese, istituzione cinetecaria tra le cinque più importanti nel mondo, che, come ha ricordato qualche anno addietro il direttore Nicola Mazzanti, grazie a Jacques Ledoux -suo predecessore- ha svolto un ruolo chiave per la promozione e formazione cinematografica negli anni sessanta, prima ancora del suo omologo francese Henri Langlois, proprio di recente ha restaurato Toto le héros.

 “Un, personne et cent mille…”

Je crois que dans le processus, dans l’écriture, dans l’imaginaire, mon plaisir est de croire que l’auteur est inexistant et qu’il n’y a que les personnages. Come un enfant qui joue très sérieusement et qui ne sait plus qu’il joue…

Jaco Van Dormael

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Il tratto distintivo del cinema di Jaco Van Dormael, è una scrittura che esplora la potenza dell’immaginario e le strutture narrative che stravolgono la linearità del racconto, un cinema  che, per dirla con l’autore, cerca di mettere in scena la percezione e riprodurre i meccanismi del pensiero e, così facendo, a passare, per associazione visiva, “da un tempo ad un altro, da uno spazio ad un altro, da un personaggio ad un altro”. Nei suoi film, la componente sperimentale, le sue sequenze oniriche, sulle note di una canzone di Charles Trenet o di un’aria d’opera o ancora di Purcell, vanno di pari passo con l’attenzione e la sensibilità nel saper creare personaggi sofferenti di un disagio fisico o mentale, e inoltre non viene mai meno un profondo umanesimo, né un sottile umorismo di fondo. Per Jaco Van Dormael, maestro della favola e dell’onirico, il cinema costituisce ancora uno strumento di indagine, di ricerca delle proprie incognite. Le sue opere affrontano la riflessione sulla natura mortale dell’uomo, sulle vite possibili, in un universo fortemente caratterizzato dalla dimensione infantile, ma più ancora, dagli scarti, da quei “buchi” tra l’infanzia e l’età adulta, tra ricordi fallaci di un’infanzia non vissuta o soltanto immaginata e le ipotesi di un avvenire ideato in età infantile.

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Toto le héros

Un cinema spesso fuori formato, le sue vicende seguono i percorsi di un’intera esistenza, e dalla lunga gestazione, per scrivere Mr Nobody ci sono voluti ad esempio cinque anni. Regista, sceneggiatore e regista teatrale, Jaco Van Dormael dopo aver viaggiato in Europa e frequentato l’Ecole Nationale supérieure Louis Lumière in Francia,  intraprende i suoi studi all’INSAS (lnstitut National Supérieur des Arts du Spectacle et des techniques de diffusion). Tra i suoi docenti vanno  ricordati Franck Daniel per la sceneggiatura, che aveva studiato con discepoli di Eizenstejn a Mosca e il regista André Delvaux, negli anni sessanta protagonista del rinnovamento del linguaggio cinematografico ed esponente del realismo magico. Van Dormael muove i suoi primi passi agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, firmando alcuni documentari e cortometraggi che ottengono importanti premi e riconoscimenti. Nel 1980, quando ancora frequenta l’INSAS, dirige Maedeli la brèche, in cui mette in scena il percorso iniziatico di due bambini, uno che scopre la bellezza della vita di campagna, l’altra che sogna di cambiare genere. L’imitateur (1982) un docu-fiction con due portatori di handicap Jacques e Jean e la loro intrusione nel cosiddetto universo dei normali. I due si perdono per la città, il primo, imitatore nato, si prende gioco di chi gli sta intorno, filosofeggia, parla da solo, seminando il panico tra la gente. Con È pericoloso sporgersi (1984) il regista pone le basi per la struttura narrativa del suo debutto nel lungometraggio. Il protagonista è un ragazzino che corre dietro al treno, se riuscirà a prenderlo il suo destino terminerà bruscamente a cinquant’ anni, se invece non ce la farà, il suo percorso esistenziale prenderà un’altra direzione. Come è stato osservato, è una sorta di messinscena della memoria, a partire da frammenti di ricordi, veri o falsi, secondo la logica dell’inconscio. L’esordio nel lungometraggio avviene nel 1991 con Toto le héros – un eroe di fine millennio, questa è la traduzione italiana del titolo, che riesce a trovare fortunatamente una distribuzione nelle sale, il film racconta la vicenda di un uomo, Thomas, persuaso che la sua vita gli sia stata rubata dalla nascita, che non abbia vissuto la propria per uno scambio di culle.

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L’ottavo giorno

Presentato a Cannes, ottiene il César come miglior film straniero. Sei anni più tardi, il regista firma L’ottavo giorno, in cui evoca l’amicizia toccante tra due uomini, di cui uno è portatore di handicap mentale. I suoi due protagonisti, Daniel Auteuil e Pascal Duquenne ricevono il premio per l’interpretazione e il film riscuote un buon successo di pubblico nelle sale. Jaco Van Dormael si lancia nella preparazione di Mr Nobody, progetto che vedrà la luce soltanto nel 2010. Unendo temi a lui cari come l’infanzia, l’innocenza, il destino, e la fantascienza, immagina percorsi multipli dell’ultimo essere mortale esistente sulla terra. Un film perfetto nel ritmo, nel giocare col tempo, con un cast internazionale composto da Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger, che malgrado i mezzi faraonici non riscuote il successo auspicato. Successivamente si cimenta in altre attività, firmando nel 2012 la regia teatrale di Kiss and Cry, al quale collaborano la moglie Michèle Anne De Mey e lo scrittore e sceneggiatore Thomas Gunzig. Nello stesso anno Van Dormael fa la sua comparsa nel film Tango Libre del suo connazionale Frédéric Fonteyne e collabora alla sceneggiatura del francese Le vacanze del piccolo Nicolas di Laurent Tirard.

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Dio esiste e vive a Bruxelles

Nel 2015 ritorna al lungometraggio, firmando Dio esiste e vive a Bruxelles, una favola in cui Benoît Poelvoorde incarna un Dio vendicativo, una commedia surreale dove la figlia ribelle, sorella di JC, decide di vendicarsi e di rimettere le cose a posto. Si avvale, tra gli altri, dell’icona del cinema francese, Catherine Deneuve. A proposito dei tre lungometraggi, il regista dichiara: “Toto le héros è la storia di un uomo che credeva di sapere chi era…Era il gentile, la vittima dei cattivi. E alla fine, si rende conto che forse è lui il cattivo e che vi sono altre vittime…Si rende conto alla fine del film che la sua vita non era una storia, che non l’ha vissuta, perché ha messo in scena la sua vita e ha fatto di se stesso un personaggio. L’ottavo giorno è la stessa cosa, Dio esiste e vive a Bruxelles anche…ad un certo momento, la ‘scatola’ si apre, e i personaggi non sono quello che pensavano di essere… Siamo spesso ciò che non credevamo di essere”. Nel 2019 realizza il cortometraggio The Shape (2019) e lo stesso anno è coautore del fumetto Blake e Mortimer: L’ultimo faraone, una nuova avventura dei celebri personaggi creati dalla penna di Edger P. Jacobs di cui, insieme al romanziere Thomas Gunzig ha curato i testi.

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François Damiens, Pili Groyne, Jaco Van Dormael, Yolande Moreau e Serge Larivière alla presentazione di Dio esiste e vive a Bruxelles alla 68a edizione del Festival di Cannes (2015)

Abbiamo incontrato Jaco Van Dormael in occasione della presentazione in Italia del film Dio esiste e vive a Bruxelles.

INCONTRO CON JACO VAN DORMAEL di Luisa Ceretto

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Si può dire che sin dai suoi primi lavori, poi col suo esordio nel lungometraggio, Toto le héros, proseguendo fino al più recente Dio esiste e vive a Bruxelles, ciascun film costituisca un’occasione di riflessione sul linguaggio cinematografico e le sue potenzialità. Ci può dire qualcosa al riguardo?

Il cinema è infinito, lo è il medium in se stesso. Ciascun regista può scegliere se seguire la via intrapresa dai fratelli Lumière, da Louis e Auguste o quella di Georges Méliès, ovvero, tra chi dice questa è la realtà, io la posso ricreare e vi prego di credere che sia vera – il treno entra per davvero alla stazione (in L’arrivée du train à la gare de La Ciotat, ndr) –  e chi, invece, è il caso di Méliès, suggerisce di non credergli, che non si tratta della realtà e che ci si trova, piuttosto, in un mondo immaginario, nel pensiero, nell’immaginazione. Io credo però che ci sia una terza via possibile, in cui si possa parlare di percezione e non della realtà. In effetti, cosa sappiamo del reale? Il mio cane, ad esempio, sente dei suoni che io non riesco ad udire, se vedo un film, la persona che è seduta al mio fianco, vedrà qualcos’altro. Ciò che chiamiamo realtà, in genere, corrisponde alla fiducia che diamo ai nostri sensi, ma a tutti gli effetti cosa ne sappiamo? Mi sembra interessante parlare della percezione perché significa parlare del pensiero e dei suoi meccanismi, dell’immagine che ci si fa dell’esperienza di essere in vita. Secondo me ciascun film è un’ipotesi di vita, un film mostra come potrebbe essere, ad esempio, se fossi nato in Uzbekistan, la vita potrebbe essere così, se fossi nato in Canada, potrebbe essere in quest’altro  modo, e ancora, se fossi nato nel Medioevo, potrebbe essere diversamente. Penso che i film allarghino un po’ il campo delle possibilità che abbiamo e poi ci sono anche film che invece semplificano, e altri che invece pongono interrogativi. Personalmente posso dire che preferisco le domande alle risposte, credo che il cinema possa parlare della complessità, che non sia soltanto semplificatore e possa, invece, se non dare risposte a quesiti complessi, tenere presente che la complessità fa parte del nostro mondo.

Presentato alla sessantaseiesima Mostra di Venezia (2009), Mr Nobody è il suo terzo lungometraggio. Ci può raccontare com’ è nata l’idea del film?

C’è un momento in cui nel proprio percorso esistenziale ci si chiede cosa sarebbe successo se non si fosse fatto questo o quell’altro. Esistevano già dei film binari, con due possibili sviluppi, io stesso  avevo  realizzato un cortometraggio, nel 1984, su due esistenze possibili di un ragazzino che corre dietro ad un treno. Più in generale, ripensandoci, riflettevo sul fatto che, a tutti gli effetti, nell’esperienza non sono solo due le possibilità che abbiamo, ma un numero infinito di biforcazioni. E ancora, mi ponevo la domanda di cosa fosse una scelta, non si sa mai quel che può succedere e in cosa risieda la libertà di una scelta, se non si conoscono le ragioni di quella determinata scelta. Si dice che si fa liberamente una scelta, ma in cosa consiste questa libertà, quali sono gli elementi di questa scelta, libera? Poi anche sulle strutture del racconto, sin dai miei primi film avevo voglia di creare storie che prendessero il via per procedere in qualche direzione, anche se si trattava di costruzioni che non erano nuove, ma forse un po’ più audaci, più complesse. Ma qui (in Mr Nobody, ndr) volevo sperimentare tutto quel che non funziona, quando si dice che  se si seguono determinate regole e percorsi, non potrà funzionare nulla. Mi interessava avere, essenzialmente, una struttura che non fosse convergente, ma fosse come un’arborescenza, una struttura che mi pareva corrispondere maggiormente all’esperienza dell’essere in vita, di elementi che vanno in tutti i sensi. Una delle cose che amo di più nella vita è scrivere storie, storie in cui tutto sia convergente, dove tutte le scene siano indispensabili, in cui le cause-effetto siano chiare, e ciò che succede sia piuttosto limpido e lo sia il finale.

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Mr. Nobody

Nella mia vita ho l’impressione che le scene causa-effetto io non le capisca e che le più belle siano talvolta quelle più inutili e che il finale non darà necessariamente un senso a tutto quello che è successo prima. Mi sono chiesto come riuscire a parlare dell’esperienza di essere in vita, di un’esperienza che è piuttosto decostruita, con una infinità di possibilità, appunto, attraverso un medium che spesso semplifica. E la sfida, era quella di riuscire a far rientrare tutto questo nel medium del cinema.

Una sfida non certo facile sul piano stilistico. Del resto, anche sul piano fruitivo, per la struttura narrativa da lei individuata, il film si presta a svariate letture…

Credo non sia tanto una questione di difficoltà, quanto che possa prendere del tempo, occorre cercare di prendere il massimo della libertà possibile, facendo in modo che la narrazione nel cinema riesca ad avere la stessa libertà che ha nella letteratura. Come, ad esempio, nella letteratura si riesce a farsi trasportare da qualcosa di sensuale, nei colori, nei suoni che fa si che si riesca a passare ad altro, da una scena ad un’altra semplicemente per associazione e come, invece, il cinema possa riuscire a riprodurre dei meccanismi di pensiero, invece di cercare di riprodurre la realtà. Ho cercato di fare in modo che nel film ci fossero livelli differenti di lettura, che una parte potesse essere percepita col cervello, che potesse essere o meno decodificata, il cervello può svolgere tutto il lavoro di comprensione, può essere una storia che invece raggiunge il cuore, che possa essere letta unicamente come una storia d’amore, ma anche una storia che si rivolga soltanto alla pelle, che riguardi la sensorialità, i colori, la consistenza, la pelle. E si può fare, al contempo, un film polifonico che si rivolge contemporaneamente al cervello, al cuore, alla pelle, e ogni spettatore, potrà districarsi tra questi diversi tipi di percezione. Ciò che più mi interessa è la percezione.

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In Mr Nobody il tempo costituisce l’ossatura stessa della costruzione narrativa oltre ad essere uno tra i temi portanti. Cosa può dire in proposito?

Il tempo è una delle materie della nostra esperienza dell’essere in vita, perché è finito, c’è il tempo fisico, che passa, poi c’è quello percepito, un anno può essere percepito come un minuto o al contrario, un minuto può essere percepito come un anno, e il tempo della memoria, dove anche in quella dimensione le cose non sono mai le stesse. Amo molto la frase di Kundera che diceva, “abbiamo la certezza che tutto sarà riparato e non dimenticato, anche se in realtà nulla sarà riparato e sarà tutto dimenticato”. E il tempo ha a che fare con l’oblio, in qualche modo. Un po’ in tutti i miei film, in Toto le héros come in Mr Nobody il fatto che il bambino, l’adulto e l’anziano non siano gli stessi, siano personaggi che possono essere anche molto differenti tra loro, sta proprio a significare che spesso la vita non assomiglia a quel che si poteva immaginare da piccoli e che il ricordo che si ha dell’infanzia è confuso. Ad esempio in Mr Nobody c’è come uno sguardo incrociato tra il ragazzo, quando immagina il proprio avvenire e l’anziano che cerca di ricordarsi la propria infanzia, ma si tratta di ricordi confusi rispetto a un flashforward immaginario. Il tempo è  anche la materia dell’oblio e al contempo è la sola ricchezza che abbiamo,  è il solo tesoro ma è anche quello che può far scomparire tutto.

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Chi è Mr Nobody? Si può dire che il film per le tematiche affrontate, abbia qualche attinenza, un rimando diretto al presente e possa costituire, in un certo senso, anche una riflessione sulla società contemporanea?

Mr Nobody è, per citare Pirandello, Uno, nessuno, centomila. Il film costituisce un’esperienza piuttosto personale, è politico unicamente per il fatto che, come è stato detto, è importante per gli artisti ricordare che il mondo è complesso, che le questioni complesse non hanno risposte semplici e che bisogna lasciare le risposte semplici ai politici e alla pubblicità. Ed effettivamente il bisogno che ciascuno di noi può avere di ottenere risposte semplici, che sia sul piano religioso, politico, economico, che si tratti di un sistema semplice ma che funziona, è una risposta che vale fino ad un certo punto.

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E invece una sua riflessione sull’Europa e in particolare sul suo paese d’origine?

Il Belgio, da questo punto di vista, è un Paese molto complesso. Se dovessimo comparare la complessità del Belgio rispetto a Mr Nobody, direi che il film sia estremamente semplice. Una delle frasi che vengono spesso dette a proposito del Belgio è: se si ha l’impressione di aver capito bene cosa sia il Belgio, è perché è stato spiegato male. Forse è per questo che ci è voluto così tanto tempo per fare un governo, perché al Nord c’è una forte componente di estrema destra, se le persone votano per soluzioni semplificatrici che sono quelle suggerite dall’estrema destra, appunto, e che dall’altro lato, il Paese ha una vocazione piuttosto socialista, si può facilmente immaginare che lavorare insieme non sia certo semplice.

Quanto all’Europa, ho l’impressione che, beh, io faccio dei film perché penso che la gente non sia molto diversa da un lato all’altro della frontiera. Ad esempio se pensiamo al Bangladesh, l’ottanta per cento delle esportazioni è nel tessile, gli abiti che indossiamo, la ricchezza che abbiamo proviene dal fatto che paghiamo cinque euro per una t-shirt e una persona è pagata un euro al giorno per il suo lavoro. Se dal Bangladesh qualcuno venisse qui si dice loro che non possiamo farci carico della povertà del mondo, si prende un aereo e lo si rimanda a casa… è una specie di, come una descrizione del Capitale di Karl Marx ma su scala molto più grande. Ma il fatto che certe realtà siano così lontane  rispetto a noi, ci fa pensare che si sia in un sistema economico che funziona bene, ma non lo è affatto. Siamo in un sistema economico che ruba, il sistema del profitto, che non potrà funzionare a lungo termine. D’un tratto ciascuno si protegge, protegge le proprie frontiere, i propri possedimenti, ma è uno stato di squilibro, fino a quando in Bangladesh non si vivrà come qui, noi con un po’ di meno, loro, con un po’ di più, solo in quel momento non ci sarà più la necessità di mettere delle frontiere.

A proposito di Dio esiste e vive a Bruxelles, come ha avuto l’idea di un film ispirato ad una rilettura del Nuovo Testamento?

Io e l’altro autore, Thomas Gunzig, siamo partiti dall’idea che Dio esista, Thomas è uno scrittore eccezionale, durante la scrittura del film, ci incontravamo ogni pomeriggio e ognuno cercava di far ridere l’altro. E se Dio fosse un bastardo? In più, e se oltre a un figlio avesse anche una figlia di cui nessuno conosceva l’esistenza? E se lei avesse dieci anni e Dio, suo padre, fosse così odioso che lei si vendica di lui rivelando a tutti gli abitanti del pianeta via sms il suo segreto più gelosamente custodito, ovvero la data della loro morte? Da lì in poi, qualunque riferimento alla religione si trasforma in una favola surrealista. Non sono credente, ma sono stato cresciuto secondo i dettami del cattolicesimo. Sono interessato alle religioni così come alle belle storie.

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Dio esiste e vive a Bruxelles

Volevo un personaggio in rivolta e allora ho pensato ad una ragazzina. Memore della lezione hitchcockiana,  che per fare un buon film bisogna avere un buon cattivo, ecco quindi l’idea che questa ragazzina elabori la propria vendetta nei confronti del padre in maniera esemplare. E qui entra in gioco il vero tema del film. Cosa ne facciamo di questa vita quando sappiamo che gli attimi sono contati? È a quel punto che il vero soggetto ha inizio. Non sapere la data della propria morte forse significa che abbiamo la tendenza a dimenticarcene, sentendoci immortali. Finché, cioè, la minaccia della morte non risveglia il nostro piacere per la vita. Questo è ciò che avviene ai miei personaggi quando ricevono quel  nefasto messaggio. Alcuni fanno cambiamenti radicali, altri non vogliono saperlo. Non ha più alcun senso cercare di eliminare un nemico perché ciò non cambierà la data in cui egli morirà. Qualsiasi tentativo di ucciderlo fallirà sempre. Citerò nuovamente Milan Kundera, in Lo scherzo, usa un’espressione che amo particolarmente: “Il ruolo della rivincita verrà sostituito dall’oblio.”

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La componente musicale, come del resto anche nei suoi precedenti lavori, sembra essere un elemento importante, ce ne vuole parlare?

Volevo fare un film musicale, è la prima volta che la compositrice e musicista fiamminga An Pierlé realizza la musica per un film. Mi piace la sua musica e le ho chiesto di scrivere qualche brano semplice, soprattutto con il pianoforte, per creare un contrasto con la musica barocca e i brani d’opera, di cui il suo lavoro è in un certo senso una continuazione. An era un’attrice, quindi conosce la recitazione e sa esattamente come comporre la musica interiore del personaggio. Ogni personaggio ha la sua musica, ad esempio i sei nuovi apostoli (reclutati dalla giovane protagonista, ndr) sono figure di grandi perdenti nella vita, che non si aspettano più nulla da essa, persuasi che non possano più attendersi né l’amore, tanto meno la felicità. Questa musica interiore rivela, invece, la loro bellezza interiore, sono persone che se si incontrassero per strada non si noterebbero neppure ma la loro musica interiore (Händel per Aurélie, Rameau per Jean-Claude, Purcell per Marc, e così via…), arie barocche, di opera lirica, dimostra che sono personaggi magnifici.

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Toto le héros

Parte di questa musica è stata ampiamente dimenticata, oppure non va più di moda, e non viene ascoltata spesso. Comunque ritengo che la musica interiore sia importante ed esiste nei film, non so se invece esista nella vita reale.

Nel suo film lo spazio urbano ha un ruolo importante…

Volevo mostrare la città in cui vivo, usando i luoghi che attraverso ogni giorno, sentendo il suo mix di accenti: quello di Bruxelles, quello vallone, quello fiammingo, francese  e lussemburghese. Volevo che il Dio del mio film esistesse in uno spazio tangibile, una città perennemente in costruzione dove non funziona niente, un luogo così orribile da diventare bellissimo.

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Dio esiste e vive a Bruxelles

A PROPOSITO DEI FILM DI JACO VAN DORMAEL a cura di Margi Fenoglio

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TOTO LE HÉROS – UNA STORIA DI FINE MILLENNIO

“Che cosa succede nelle prime inquadrature di Toto le héros, il film d’esordio del belga Jaco van Dormael? Uno sparo, un vetro infranto, il cadavere di un anziano riverso in una fontana… Ma chi è il morto? Non lo capiamo subito perché, come in Viale del tramonto di Billy Wilder, è proprio l’ucciso – magia del cinema! – a raccontare la sua vita in un lunghissimo flashback. Thomas, così si chiama, parte addirittura dalla culla: proprio a questo momento, a un furioso incendio che ha devastato l’ospedale in cui è nato, fa risalire l’episodio chiave della sua vita. […]” Luigi Paini, ‘Il Sole-24 Ore’

“Il film, provvisto di una personalità poetica non comune, libera dall’inconscio molti generi: ora si fa carino assai, magari con la complicità di una tenera canzone di Trenet, ora imita i cartoon, ora sparge una lacrima, ora fa le bizze come un ragazzino. Radiocronaca di un’esistenza mancata, trasmessa sulle onde del tempo che non ritorna, ‘Toto le héros’ è un film compiacente che, sovvenzionato dall’Europa, ha raccolto in Europa molti premi. Audace negli incastri temporali e nel profumo d’incesto, ‘Toto’ maltratta la memoria in modo divertente, con paranormale dolcezza e con paranormale rabbia. Gli attori che impersonano quest’uomo senza talento per la vita lo ricompongono come un puzzle: dai piccoli Thomas Godet e Harold Harrison al vecchio, irresistibile Michel Bouquet. Van Dormael, che ha lavorato tre anni partendo da sentimenti autobiografici, ripete col cinema una bella frase di Rimbaud: ‘Si diventa sempre come non si vorrebbe diventare, si finisce come non si vorrebbe mai finire’. Bravo!”   Maurizio Porro, ‘Il Corriere della Sera’, 21 Marzo, 1992

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“Toto le héros’ primo film lungo del belga Van Dormael (1957), ricostruisce a ritroso la vita di Thomas con una serie di sconnessioni temporali, come seguendo il flusso dei suoi ricordi in una catena di libere associazioni mentali e di intermittenze del cuore. Tre sono le stagioni che s’intrecciano, l’infanzia, l’età adulta, la senilità. E due i livelli narrativi: il reale e l’immaginario, perché Thomas, malinconico e vulnerabile perdente nella partita della vita, sogna di essere un audace e deciso agente segreto. L’io narrante del film è Thomas, ma la sua figura più emblematica è Alice, l’energica sorellina maggiore, di cui è perdutamente innamorato e che forse è la fonte o una delle fonti dell’ossessione dello scambio: un infantile espediente per rimuovere l’incesto, ma così tenace da persistere anche dopo la sua tragica morte, al punto che Thomas adulto la identificherà in Evelyne, la donna amata quando è già da tempo la moglie infelice dell’odiato e invidiato Alfred. La maggior ragione del fascino che ‘Toto le héros’ esercita e che l’ha reso uno dei film europei più premiati e ammirati del 1991 (non a Hollywood, però, dove non è entrato nella cinquina degli stranieri candidati all’Oscar) è di essere una storia sotto il segno della morte, ma sorvegliata dagli angeli custodi di un’allegra ironia e di un bizzarro umorismo, molto fiammingo anche nei suoi estri surreali, umorismo che si manifesta pure nell’insolito finale quando, dopo la cremazione, Thomas, finalmente placato e ilare, scende dal cielo in forma di cenere sul mondo con cui si è riconciliato.”  Morando Morandini, ‘Il Giorno’, 26 Marzo 1992

“Tutto percorso dalle note leggiadre della canzone ‘Boum’ cantata da Charles Trenet, divertente e sotterraneamente angoscioso come certi sogni, ‘Toto le héros’ mescola in maniera agile generi e atmosfere correndo avanti e indietro sulla tastiera del tempo. Lo stile è composito e bizzarro nel gusto caratteristico della cultura fiamminga, ma il tema di fondo, semplice e universale, coinvolge la sfera dei sentimenti e delle emozioni. Thomas vecchio, che rievoca il suo passato meditando una vendetta che non consumerà, è lo splendido attore francese Michel Bouquet che porta nel personaggio tutta la sua autorevolezza di grande interprete molièriano. Quanto all’autore della tragicommedia, è un ex clown di soli trentaquattro anni, che ha dimostrato di saper usare assai bene le chiavi per penetrare nel territorio del surreale e della poesia.”   Alessandra Levantesi, ‘La Stampa’, 21 Marzo 1992

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L’OTTAVO GIORNO

“Jaco Van Dormael riesce a far sembrare Rain Man un film sobrio e rude come un poliziesco dell’ispettore Callaghan. Edulcorando tutto ciò che un secolo di cinema ha saputo rappresentare sull’argomento, ricorrendo alle metafore buoniste più viete e inanellando non meno di cinque finali uno più edificante dell’altro, credeva di parlare dell’animo dello spettatore e si è esibito invece in un campionario da record ricattatorio”. “Il Mattino”, Valerio Caprara, 7/10/96

MR. NOBODY

“Nel 2092, l’ultimo essere umano “mortale” della Terra è prossimo alla fine. E’ Nemo Nobody, quasi 120 anni, chiamato a ripercorrere attraverso il ricordo/i ricordi, la propria esistenza. Che non è stata solamente una, ma un insieme sovrapposto di differenti infanzie, adoloscenze e vite adulte, di amori (Anna, Elise e Jean), momenti felici, eventi tragici, morti e rinascite. Conseguenze di una scelta impossibile (a 9 anni, sulla banchina di una stazione, Nemo deve decidere se prendere il treno che porta via la madre o rimanere lì con il padre), impossibilità di prevedere le reazioni per ogni singola azione, ognuna delle sue esperienze meriterà di essere vissuta. Ancora una volta, mai e per sempre.


Potente e suggestiva riflessione sullo scorrere del tempo, ambizioso affresco filmico sulle infinite possibilità che contraddistinguono ogni singola esistenza, amaro apologo metalinguistico sulla finitudine e l’inevitabile dolore che accompagna le scelte nel corso di una vita: uno, nessuno e centomila, Mr. Nobody di Jaco Van Dormael – stasera in Concorso al Lido – è tutto questo, affabulazione più, ridondanza meno. Perché il nuovo film scritto e diretto dal regista belga (lavorazione travagliatissima, coproduzione europea con budget stimato intorno ai 60 milioni di dollari per una prima versione che prevedeva oltre tre ore di lunghezza), tornato al cinema tredici anni dopo L’ottavo giorno, ha dalla sua il prestigio di intrecci e situazioni visive care al “Kaufman touch”, ma alla fine rischia di girare troppo a vuoto, ripetendo un percorso che sfonda le barriere della narrazione per approdare – cullato da una colonna sonora al limite dell’”over phoning” (dalla Casta Diva della Callas al solito Satie, passando per il Pavane di Fauré e Where is My Mind dei Pixies) – nei sintetici lidi del loop.
Un’opera complessa, irrisolta ed emozionante, sorretta dall’interpretazione totale di un Jared Leto sofferto e trattenuto, circondato da un “parterre de femmes” di prim’ordine: la disturbata Sarah Polley, l’innamorata Diane Kruger, l’algida Linh-Dan Pham” Valerio Sammarco, “Rivista del cinematografo”.

DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES

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“Dal talento surreale un po’ sprecato del belga Van Dormael, il Testamento contemporaneo di Benoît Poelvoorde, un nuovo de Funès, che brucia la miccia nell’ottima partenza annullata poi in exploit di buonismo retorico fino al finale su spiaggia. Tutto carino e francese , ma l’idea di base di ‘Dio esiste e vive a Bruxelles’ poteva atterrare su un soggetto irriverente alla Buñuel invece che sulla commediola a facile scadenza.” Maurizio Porro, ‘Corriere della Sera’, 26 novembre 2015

“(…) una strana combriccola. Che il regista manovra con il divertimento a volte un po’ facile del grande burattinaio che reinventa il mondo a proprio piacimento. Come il narratore onnisciente dei romanzi ottocenteschi (in fondo è lui, Dio). Ma con una tale profusione di gag, paradossi, trovate, che si passa volentieri sopra certi passaggi dolciastri per lasciarsi trasportare in questo mondo in cui ogni cosa può rovesciarsi nel suo contrario (…). Qualcuno storcerà il naso per il gusto sempre molto pop, evidente nella colonna sonora. Ogni apostolo ha infatti la sua ‘piccola musica’ interiore, e sono sempre brani celebri, da Haendel a Trenet. Ma il bello di Van Dormael è anche nella ricchezza di linguaggio (luci, voci, inquadrature: il risultato è semplice, il percorso meno) con cui piega questo gusto da supermercato al piacere di un film, come si diceva una volta, davvero per tutti.” Fabio Ferzetti, ‘Il Messaggero’, 26 novembre 2015

“È un film stupefacente, pieno di trovate e di gag, con un tema altissimo e un sottotesto profondo e dolente, insomma è quasi un capolavoro, e usiamo il ‘quasi’ solo per prudenza. Immaginate una versione meno snob di ‘Il favoloso mondo di Amélie’ arricchita dall’umorismo cosmico dei fratelli Coen, con il copione riveduto da Charlie Kaufman, lo sceneggiatore di ‘Se mi lasci ti cancello’ e di altri film che mixano stili e piani narrativi in totale libertà. (…) ‘Dio esiste e vive a Bruxelles’ dura 113 minuti e contiene come minimo 113 idee folgoranti: non c’è una sequenza nella quale Van Dormael e il suo sceneggiatore Thomas Gunzig non si inventino qualcosa, dal pentodi vista visivo e da quello narrativo. (…) Il film di Van Dormael, nella sua apparenza spensierata e a tratti fragorosamente spassosa, descrive un universo parallelo nel quale gli apostoli diventano 18 e le regole vengono rovesciate nell’opposto di se stesse. Vedendolo vi divertirete, ma poi vi ritroverete alle prese con mille domande dalle risposte assai difficili.” Alberto Crespi, ‘L’Unità’, 26 novembre 2015

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“Folle, dissacrante come raramente si possa concepire un film, onirico e con momenti di comicità irresistibile, ‘Le tout noveau testament’ (nel titolo originale) ha rappresentato una delle poche occasioni d’intelligente ilarità all’ultimo Festival di Cannes (…). Da vedere, senza esitazioni.” Anna Maria Pasetti, ‘Il Fatto Quotidiano’, 26 novembre 2015

“Diciamo subito a chi non piacerà. A chi crede seriamente e quindi farà fatica a digerire una divinità trattata alla stregua di un cialtrone di Luna Park. Ai laicisti ad oltranza per il quale la favola ribalda messa in scena da Van Dormael è un modo comunque, anche se un po’ contorto, di ribadire l’esistenza della divinità (insomma Jacop ci fa la figura del credente). Non piacerà infine a chi al termine di una satira a ruota libera s’attende (legittimamente) conclusioni di qualche spessore intellettuale (la svolta femminista del finale non ha logica, non ha rigore, è solo trippa di gatto buttata nel gran calderone). Ma c’è pure un pubblico che al cinema non va appesantito da bigottismi di vario tipo, e che non chiede (almeno non chiede ogni settimana) il rigore. A quel pubblico, certo, non mancheranno le occasioni di divertimento nelle quasi due ore. (…) Benoît Poelvoorde, un altro grosso attore del cinema franco belga che in Italia non è ancora conosciuto come dovrebbe (se non dai frequentatori di festival) e che ora un film come ‘Dio esiste e vive a Bruxelles’ dovrebbe imporre come merita. Il suo Padreterno è decisamente indimenticabile, meschino, maligno, velenoso come solo i paterfamilias della provincia francese sanno essere. Per concludere, il siparietto dell’icona per eccellenza del cinema d’oltralpe, Catherine Deneuve. Van Dormael l’ha costretta ad accoppiarsi con un gorilla. Per noi l’ha fatto con dolo.” Giorgio Carbone, ‘Libero’, 26 novembre 2015

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“Strepitosa commedia surreale in sei atti del belga Jaco Van Dormael, un talento quasi sempre in letargo. (…) Uno spasso continuo, in cui entra anche la Deneuve, costretta dal perfido copione a tenersi per amante un enorme gorilla.” Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 26 novembre 2015

FILMOGRAFIA

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Documentari:

MAEDELI-LA-BRECHE, 1980

Oscar del miglior film studentesco, 1981

Premio migliore sceneggiatura del film per i ragazzi.

Premio del miglior cortometraggio di fiction al Festival di Bruxelles, 1981

Premio Channel 4 al Festival di Monaco, 1983

STADE, 1981

Dedicato ai giochi Olimpici per portatori di handicap

Premio al Festival de Rennes, 1982

L’IMITATEUR, 1982

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L’imitateur

SORTIE DE SECOURS, 1983

Premio al Festival di Nyon

Cortometraggi:

É PERICOLOSO SPORGERSI, 1984

Grand Prix del Festival International del cortometraggio di Clermont-Ferrand, 1985

DE BOOT, 1985

LUMIÈRE ET COMPAGNE, 1995

Lungometraggi:

TOTO LE HÉROS (Toto le héro – un eroe di fine millennio, 1991)

Caméra d’or e Premio della Gioventù al Festival di Cannes, 1991

Premio  André-Cavens dell’Unione della Critica del Cinema (UCC) del miglior film belga (1991)

European Award  per la migliore sceneggiatura e rivelazione cinematografica dell’anno, 1991

Premio Joseph Plateau per il miglior film e miglior regista

César per il miglior film straniero, 1992

LE HUITIÈME JOUR (L’ottavo giorno, 1995)

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Premio per la migliore interpretazione maschile al festival di Cannes, 1996

Premio Joseph Plateau, Festival Internazionale del Film delle Fiandre-Gand, miglior film belga, migliore regista belga, migliore attore belga, migliore film al Box Office, 1996

MR NOBODY (2009)

Premio del pubblico agli European Film Awards, 2010

Premio André-Cavens dell’Unione della critica del cinema (UCC) del miglior film belga, 2010

Magritte del Cinema, miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale, 2016

LE TOUT NOUVEAU TESTAMENT (Dio esiste e vive a Bruxelles, 2015)

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Co-sceneggiato con Thomas Gunzig

Nominato per il premio della commedia europea

Nominato ai Satelliti Awards, 2015

Magritte del Cinema, miglior film, migliore regista, 2016

Trofeo francofono del cinema per la sceneggiatura, 2016

Opera lirica:

STRADELLA (1841)  di César Franck, Opéra Royal della Vallonia, 2012 (regia)

Teatro:

EST-CE QU’ON NE POURRA PAS S’AINER UN PEU?(2007)

KISS AND CRY, creazione collettiva accompagnata dalla coreografia di Michèle Anne De Mey e dallo scrittore Thomas Gunzig, 2012

COLD BLOOD, creazione collettiva accompagnata dalla coreografia Michèle Anne De Mey, 2016